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Cinémathèques: La Notte (Michelangelo Antonioni, 1960)

28 Ott

Michelangelo Antonioni  –  La notte (1960)

Cast: Marcello Mastroianni, Jeanne Moreau, Monica Vitti…

L’unione dello scrittore Giovanni e di sua moglie Lidia è ormai arrivata a un punto morto. Tra noia, flirt abbozzati e vagabondaggi senza meta, i due, a volte insieme, a volte separati, passano una giornata grigia, attanagliati dal loro malessere interiore. L’alba del giorno dopo li sorprende però in un attimo fugace di felicità.

Secondo capitolo della cosiddetta trilogia esistenziale (“L’avventura”, 1960 e “L’eclisse”, 1962). Datato nei temi e nell’humus, il film si salva nella magistrale regia di Antonioni, e Jeanne Moreau è in stato di grazia. Nelle sequenze della festa si riconoscono Salvatore Quasimodo, Valentino Bompiani e un giovanissimo Umberto Eco. (film.tv.it)




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Il Morandini:

Lento sfaldarsi dei rapporti affettivi tra lo scrittore Giovanni Pontano e la moglie Lidia. La crisi si consuma tra la visita a un amico moribondo in clinica e la noia di una festa mondana. Si scivola nel disamore. L’azione si svolge a Milano da un pomeriggio di sabato all’alba di domenica. Come in tutti i film di M. Antonioni, la crisi del sentimento d’amore è la spia di una crisi più vasta, anche sociale; è la donna che ha un atteggiamento più lucido e attivo. Scritto con Tonino Guerra e Ennio Flaiano (e con la collaborazione di Ottiero Ottieri), è una variazione e, insieme, un approfondimento dei temi di L’avventura (1959), ma il paesaggio vi ha importanza assai minore. Musiche di Giorgio Gaslini che ebbero il Nastro d’argento 1962, oltre a quelli per il miglior film e per M. Vitti attrice non protagonista e a Berlino Orso d’oro e premio Fipresci. (mymovies.it)

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Un regista borghese… autore della crisi

Regista borghese e autore della crisi: Antonioni viene definito, di solito, con questi due attributi, comprensibili solo se inseriti nel contesto in cui il regista ferrarese si trovò ad operare. Antonioni infatti, coetaneo di tanti registi neorealisti (nasce nel 1912), arriva al cinema solo negli anni Cinquanta. Più di altri quindi si trova ad essere espressione del trapasso da un’epoca all’altra. É per questo che la sua ricerca affronta tematiche individuali – il ruolo dell’intellettuale e i condizionamenti che il contesto sociale impone al singolo – per le quali era necessario un linguaggio cinematografico capace di esprimere i tempi e gli spazi della psicologia umana. Si tratta una ricerca che, già presente nei documentari del regista, (Gente del Po, 1943) prende forme mature nel primo lungometraggio, Cronaca di un amore (1950), in cui emerge la vocazione di Antonioni a seguire i personaggi, a far parlare, più che i fatti, i comportamenti delle persone. Dall’analisi dei comportamenti egli giunge alla critica sociale, così come, attraverso i conflitti dei personaggi, descrive l’aridità dell’ambiente borghese in cui si muovono. Un metodo presente anche ne I vinti (1952), dove oggetto d’attenzione è la gioventù europea che, all’indomani della guerra mondiale, è priva di qualsiasi valore etico: un italiano che, coinvolto in storie di contrabbando, rimane vittima della polizia, un inglese psicopatico che per vedere la sua foto sui giornali uccide una povera vecchia, un gruppo di francesi che durante una gita toglie la vita ad un ragazzo per il solo gusto di una tale esperienza.

Con un preciso obiettivo critico si presenta anche La signora senza camelie (1953), un film che si muove nelle stesse dimensioni umane che Visconti analizza in Bellissima, per giungere attraverso tragitti differenti, alla medesima conclusione: il cinema è un luogo in cui domina l’ipocrisia, ma che esercita sulla povera gente un forte potere di alienazione. Nel film successivo, Le amiche (1954), la capacità di Antonioni di far parlare la psicologia dei personaggi attraverso i comportamenti assume una dimensione corale. L’azione, basata sul romanzo di Pavese “Tra donne sole”, si muove sullo sfondo di una squallida borghesia torinese. L’universo femminile che già in precedenza era al centro delle storie del regista, qui diventa il protagonista della decadenza borghese, immagine riflessa dell’impotenza maschile e schermo delle sue debolezze.

Il grido (1957) segna una svolta nel cinema di Antonioni. Il tipo di ricerca delle opere precedenti viene mantenuto, ma utilizzato attraverso un personaggio di diversa estrazione: il protagonista, che vaga nel paesaggio piatto della Padania per tornare poi al punto di partenza dove si toglierà la vita, è un operaio che non si adagia sulla sua crisi, ma cerca, senza trovarla, una via d’uscita. Il suo dissidio, la sua crisi esistenziale davanti ad una realtà che muta in senso industriale, colpisce qualsiasi individuo, anche se genera differenti reazioni a seconda delle singole personalità. La scena finale del suicidio del protagonista, che si getta dalla torre dello zuccherificio in cui per tanti anni ha lavorato, non a caso si svolge parallela a quella di una manifestazione operaia contro la costruzione di un aereoporto militare nella zona.

Antonioni si concentra su questi mutamenti della realtà sociale, cerca di comprenderne la complessità, le tensioni e gli sviluppi. É per questo, per rimanere attaccato alla realtà, che riconsidera anche la grammatica del suo lavoro. Un film che voglia analizzare gli sconvolgimenti che l’animo del singolo subisce dal nuovo che avanza, e descrivere i ritmi della psicologia umana, non può usare le tradizionali tecniche cinematografiche. Non può soprattutto affidarsi al rapporto di causa-effetto, ma piuttosto privilegiare particolari secondari, svolgimenti immotivati. É quanto accade ne L’avventura (1959) dove una donna, partita per una crociera, scompare senza lasciare traccia. Il suo uomo e un’amica girano tutta la Sicilia per trovarla: finiscono per avvicinarsi, conoscersi, diventare incerti amanti. Si parte da un evento preciso (la scomparsa di una persona) che in altri film avrebbe dato inizio ad una trama gialla, ad un’indagine alla scoperta di un mistero; qui invece è l’occasione per analizzare l’incomunicabilità e l’insicurezza di due personaggi che si ritrovano legati solo da un senso reciproco di pietà.

Da questo punto in poi la ricerca di Antonioni si colora di tinte sempre più pessimistiche. Il comportamento dei personaggi diventa un freddo agire, che è sempre meno l’espressione di un percorso psicologico da comprendere, bensì un dato di cui prendere atto. Un cammino di chiusura che Antonioni percorre nella trilogia dei sentimenti di cui scopre prima l’incapacità ne L’avventura, poi l’impossibilità ne La notte (1961), e alla fine l’inesistenza ne L’eclisse (1962)…

Daniele Di Ubaldo (mymovies.it)





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1 Commento

Pubblicato da su 28 ottobre 2010 in Cinema

 

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Una risposta a “Cinémathèques: La Notte (Michelangelo Antonioni, 1960)

  1. Rod Delarue

    28 ottobre 2010 at 01:47

     

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