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Cinémathèques: Amarcord (Federico Fellini, 1973)

25 Lug

Federico Fellini – Amarcord (1973)

Cast: Bruno Zanin, Pupella Maggio, Armando Brancia, Magali Noël, Ciccio Ingrassia…

A Borgo, nei primi anni ’30, l’adolescente Titta cresce subendo condizionamenti dentro e fuori l’ambito domestico. Suo padre Aurelio è un piccolo imprenditore edile, perennemente in discordia con la moglie Miranda. Zio Pataca vegeta alle spalle dei parenti; zio Teo è ricoverato in manicomio. Nella provinciale cittadina vivono anche Gradisca, una procace parrucchiera e Volpina, una ragazza un po’ scema e priva di freni inibitori. (film.tv.it)

il Morandini:

Rivisitazione – tutta ricostruita e mai così vera – della Rimini dei primi anni ’30 col fascismo trionfante, l’apparizione notturna del transatlantico Rex, il passaggio delle Mille Miglia, la visita allo zio matto e la bella Gradisca. Vent’anni dopo I vitelloni F. Fellini torna in Romagna con un film della memoria e, soltanto parzialmente, della nostalgia. La parte fuori dal tempo è più felice di quella storica. Umorismo, buffoneria, divertimento, finezze, melanconia. Oscar per il miglior film straniero. (mymovies.it)

SEQUENZE:

I.

*** *** ***






II.

*** *** ***






III.

*** *** ***





Il parere di un critico:

Conforto o strazio, la memoria ci possiede. In attesa di scoprire l’arte di dimenticare, il segreto del vivere felici sta nel saper governare questa visitatrice implacabile. In Amarcord, che in romagnolo vuol dire appunto «Mi ricordo», Federico Fellini mostra di saper sfuggire al ricatto della nostalgia e di mettere a frutto i fantasmi del passato. Innestando nella sua vena visionaria una consapevolezza sociologica che dai tempi della Dolce vita sembrava smarrita, Fellini ci dà un capo d’opera che è insieme un magico, doloroso itinerario fra gli orti dell’adolescenza e un giudizio lucidissimo, nonostante la lente grottesca, delle vergogne che abbiamo alle spalle, delle radici meschine di cui ancor oggi si nutre la realtà dell’Italia, e la fanno goffo melodramma, tragedia buffa, ribalta di infantilismi.

Luogo canonico della recita è il Borgo, una cittadina inventata (con Rimini in filigrana) che riassume i connotati di quella provincia italiana, paese dell’anima e culla di illusioni, in cui i molti vizi e le poche virtù del bel paese, tarlato dall’educazione cattolica e disponibile ad ogni fascismo, si compongono in un’immagine tanto più comica del mondo quanto più il vivere è gretto e violento, e repressa la libertà. Siamo negli anni Trenta, e tutto quello che accade nel Borgo ha i segni dell’ira, della follia, dell’assurdo. Il filtro della memoria li colloca nel mito, ma non li assolve: all’apparenza sgangherati e addolciti nel dormiveglia della ragione, racchiudono i rimorsi e le paure di chi oggi, cercando di rientrare col sogno nel ventre materno, lo riconosce infetto, nero involucro di abiezioni, ridicolaggini e ignoranza.

Protagonista è un burattino che come Pinocchio vuol divenire uomo: l’adolescente Titta, figlio di un padre iracondo che da capomastro s’è fatto impresario, e d’una madre isterica e lamentosa. Intorno a lui, la bella famiglia italiana: il nonno citrullo, lo zio lazzarone, la florida serva, il fratellino gianburrasca. E intorno alla famiglia, i mostri del Borgo: Gradisca la bellona con le sue vallette, Volpina la gatta infoiata, l’avvocato zuppo di retorica preso a pernacchie quando vanta le origini antiche del Borgo, la fauna dei professori di liceo… E ancora un prete balordo, una tabaccaia immensa di poppe, i gerarchi che vanno di corsa, una stranita famiglia patrizia, il matto Giudizio, Biscein il gran bugiardo, un principe sceso dalla luna, un padrone di cinema che s’atteggia a Ronald Colman, Colonia che annaspa nel pozzo nero in cerca d’un anello… E il coro, finalmente: gli insolenti compagni di Titta, ciccioni e allampanati, masturbati nella mente e nel sesso da fantasie micidiali, e il popolo affamato di novità, la borghesia cretina, i torvi fascisti, un motociclista imbecille che passa e ripassa rombando. Così fu l’Italia, grande elemosiniera di speranze, così è l’Italia dei santi e degli eroi.

Costruito su una struttura rapsodica, che intreccia episodi e figure col filo dello stupore, Amarcord è l’opera di un Fellini adulto e civile, in cui l’autobiografismo, come già in Otto e mezzo (ma il film rimanda anche ai Clowns), è maturato in chiave di conoscenza storica e in dramma generazionale. Con questo di impagabile: che un lievito di ferocia ha preso il posto del piangersi addosso, e conferisce ai volti, alle cose, ai luoghi una violenza espressiva spesso insostenibile. Passerella di pagliacci, di infami, di sconfitti, sempre di subalterni, Amarcord è il trionfo del tragico raggiunto attraverso la risata, è un uncino nel cuore e una matassa di seta. È un esorcismo liberatorio e un’adunata, nelle grotte della memoria, scossa dai singhiozzi. È lo sgomento di un passato che la retorica proustiana non sublima, e la disperata ricerca di una rigenerazione impossibile compiuta attraverso la smorfia, il sarcasmo, e la meraviglia della morte (…) Giovanni Grazzini, “Il Corriere della Sera” (mymovies.it)

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1 Commento

Pubblicato da su 25 luglio 2010 in Cinema

 

Tag:

Una risposta a “Cinémathèques: Amarcord (Federico Fellini, 1973)

  1. Rod Delarue

    25 luglio 2010 at 01:59

    Federico Fellini – Amarcord (1973)
    Link: http://avaxhome.ws/misc/amarcord_by_fellini.html

     

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