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Cinémathèques: Betty (Claude Chabrol, 1992)

23 Apr

Claude Chabrol – Betty (1992)

Cast: Marie Trintignant : Betty. Stéphane Audran : Laure. Jean-François Garreaud : Mario. Yves Lambrecht : Guy Etamble.

Synopsis :

Betty, jeune femme alcoolique et paumée, réprouvée par son mari et sa famille, se réfugie dans le restaurant “Le Trou” où elle fait la connaissance de Laure, l’amante du patron Mario. Laure l’aide et devient une amie. Mais Betty envie sa tranquille assurance et l’amour qui la lie à son compagnon. Quand elle s’éprend à son tour de Mario, les choses basculent. Est-elle la victime de sa famille bourgeoise ou un monstre d’égoïsme inconscient ? (allocine.fr)

CRITIQUE:

C’est d’abord un grand film feutré sur les vapeurs de l’alcool. Tout semble vu à travers un regard embrumé, un filtre d’ivresse enveloppante, étrange, parfois cafardeuse. Claude Chabrol, qui adapte ici Simenon pour la deuxième fois, ausculte le tréfonds d’une âme malade, d’une femme en perdition : Betty, la trentaine, qu’on voit au début errer de bar en bar, hagarde. Mère indigne et victime, garce scandaleuse et princesse déchue, Betty (Marie Trintignant, dans son plus beau rôle) intrigue et séduit en rendant trouble la perception des choses de la vie. Pour retracer son parcours erratique, Chabrol construit un récit noir en forme de puzzle, pièces éparpillées d’une existence gâchée, devenue hors la loi. Centrée sur une scène primitive, cette lente remontée vers la surface fomente des effets de miroir trompeurs et préserve surtout des zones d’ombre. Le portrait se veut translucide, gravé à l’eau-forte. Et puis il y a Laure (Stéphane Audran, très bien), confidente ambiguë, à l’écoute du malheur de Betty parce qu’il ressemble sans doute au sien. Parce que aussi, chez Chabrol, on se repaît toujours du malheur des gens qu’on aime.   Jacques Morice (telerama.fr)







*** *** ***

Il parere di un critico:

Per tutta la vita Betty ha rincorso un fantasma, un oggetto oscuro del desiderio. Lei stessa lo chiama la sua “ferita”. Il significato psicoanalitico di questo nome è evidente, ovvio: Betty vive la femminilità come privazione traumatica. Ma Claude Chabrol non è autore che ami l’ovvietà (non lo è neppure Georges Simenon, dal cui romanzo Betty i film è tratto). Quel fantasma e quella ferita vanno ben al di là di un qualunque luogo comune pseudofreudiano. Alludono piuttosto a una dimensione dell’anima, a una oscura, terribile dimensione dell’anima. Nel cinema di Chabrol, altre donne si avvicinano a Betty: Violette, l’avvelenatrice parricida di Violette Nozière (1978), Marie, la mammana dello sconvolgente Un affare di donne (1987), ed Emma, l’eroina mancata di Madame Bovary (1991) Tutte e tre smentiscono l’immagine positiva della femminilità. Tutte e tre, ancora, si contrappongono all’universo maschile e al suo potere psicologico, morale, giuridico. Violette e Marie, paradossali eroine, si ribellano all’universo maschile con l’assassinio. Lo fanno inconsapevolmente, con una spontaneità quasi fisica e indifesa. Emma a quella ribellione disperata non riesce neppure ad arrivare, sprofondando invece nelle bassure di un’anima troppo piccola. E appunto un’eroina mancata, immaginaria. Chabrol – è qui forse il cuore del suo cinema, grande macchina fredda, lancinante e impassibile – le osserva tutte e tre con spietatezza. Non giudica: non condanna e non assolve. Semplicemente descrive, affascinato e atterrito. Lo stesso fa ora con Betty, anche lei paradossale eroina della negazione. E a Emma che Betty, piccola provinciale, sembra somigliare di più, quasi che sia una Bovary del nostro tempo. Come lei – così sembra, appunto – tenta di sfuggire alla banalità con l’adulterio e con la menzogna. Come lei, è “infastidita” dalla maternità. Come lei, ha un marito mediocre che neppure s’accorge dell’abisso che c’è nella sua anima. Molto diverso, naturalmente, è il contesto: Betty vive già nel gran mondo in cui invece Emma fantastica di entrare. E dunque in quel mondo, non in quello piccolo borghese, che il suo bovarismo nuovo fa saltare i meccanismi della rispettabilità familiare e sociale. E tuttavia Betty non è una Bovary del nostro tempo: è ben più radicalmente tragica. A differenza di Emma, infatti, si ribella, anche se la sua ribellione non ha niente di “costruttivo”, di moralmente acquietante. Betty è caparbiamente amorale, dura nella determinazione con cui scatena il potenziamento distruttivo del proprio fantasma. (…) Robero Escobar, “Il Sole 24-ore” (mymovies.it)

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2 commenti

Pubblicato da su 23 aprile 2010 in Cinema

 

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2 risposte a “Cinémathèques: Betty (Claude Chabrol, 1992)

  1. Rod Delarue

    23 aprile 2010 at 11:15

    Claude Chabrol – Betty (1992)

    Link (www.ergor.org):

    http://www.megaupload.com/?d=ZTRMTDG7

     
  2. slowoman

    24 aprile 2010 at 22:03

    “Aveva fattezze maschili e solo gli occhi scurissimi, molto dolci, molto caldi smentivano la mascolinità del suo aspetto”. Ma che piacere in quegli occhi…

     

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