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Architetture del vuoto: il parere dei lettori

04 Ott

Architetture del vuoto

Earth - Alberto Rosso
Earth by Alberto Rosso (http://nattensmadrigal.deviantart.com/gallery/)

Molto è il gioco creativo e fantasioso, ma a tratti il discorso si fa drammatico, doloroso e aspro… L’alternanza di immagini e lezioni è efficacissima e suasiva. Insomma, il comico e il tragico, il sublime e il basso sono messi continuamente a confronto. Giorgio Bàrberi Squarotti

Leggere Scarca è per me come entrare in un grande ambiente chiuso ma soleggiato,come in un loft abbandonato della Torino industriale, grandi e alte finestre su tutto il perimetro. Vetri talvolta mancanti a lasciar passare refoli d’aria, talvolta miracolosamente intatti. Appesi al soffitto veli leggeri, lavorati da mani sapienti, colori resi intensi dalla luce che varia secondo le ore del giorno. Una brezza leggera li agita come pervasi da vita propria. Ed io chino il capo tristemente sapendo che questo mondo, pur magico, non mi appartiene. Dario De Albertis

Come fa Diego Scarca colla sua profonda e fondamentale disperazione a non risultare mai pesante, anche nei toni baudelairiani, e invece così spesso leggero e beffardo? Humour, politesse du désespoirPascale Puma-Budillon (docente di letteratura italiana all’Università di Créteil)

Diego Scarca è un poeta naïf. Lo si capisce leggendo questa sua raccolta che spazia attraverso più di vent’anni di produzione poetica ma che, nonostante il profondo scarto temporale che intercorre tra i componimenti della prima parte (datati 1983-85) e quelli delle restanti sezioni, mantiene una certa omogeneità d’insieme. Utilizzando un verseggiare disadorno da preziosismi linguistici fini a se stessi ma carico di ritmo, Scarca ci guida nel suo personale universo poetico. Universo carico di soffuse malinconie crepuscolari, di atmosfere sospese come quelle che seguono un’appassionata storia d’amore finita senza un perché, di frammenti di memoria sottratti al tempo; quel tempo – compagno della morte (altra “figura” ricorrente) – che tutto muta, che strazia i corpi con il suo incedere fatale, ma che è pure l’essenza stessa della poesia: “Il tempo è la nostra voce / che ci inganna / E’ quanto non sappiamo dire. / Un errore. / Un immenso segno opaco”. Soprattutto in alcuni versi del 2005 ci si trova di fronte ad una vera e propria ricerca (poetica) del tempo perduto, dei luoghi e dei volti di una giovinezza mitizzata. Ma Scarca è un poeta naïf anche in virtù del suo disincanto, della sua capacità di guardare le cose con gli occhi trasognanti di un fanciullino, di ricostruire una realtà vuota e priva di senso secondo le direttive del proprio desiderio, facendosi così “architetto del vuoto”, costruttore di vie di fuga poetiche, di edifici verbali con vista sull’altrove. Ecco che, nei suoi versi più recenti, sulle ali della fantasia, del sogno, dell’ironia, del vino e dell’amore egli potrà essere “per sempre Capitan Uncino”, salire in groppa a una cometa, dare “del filo da torcere a Carl Lewis nel salto in lungo o nei cento metri”, pensare alle donne come ad un rabelaisiano banchetto di “pietanze inaudite”, devastare le piazze e i monumenti di Torino “a forza di baci”. Scarca sembra vivere la poesia come via di salvezza, “improbabile rifugio”, doppio creativo della realtà; e il suo essere poeta come un doppio di sé, un provvidenziale compagno di viaggi interiori a cui poter dire: “Andiamo io e te , da soli / nella terra…” Alessandro Giarda

Non so se vi è intenzione o caso, ma la prima parola della raccolta è “forse” e l’ultima “vero”: un grande arco filosofico in mezzo al quale sta un io e un tu (lei), stanno città, sovente anche un Signore Iddio inesorabilmente solo, echi letterari che solcano il vuoto, ma anche vi giocano. Il confine che separa il nulla e il tutto è benjaminiamente impercettibile. Non ci fermerà nessuno./Baciandoci come si baciano/le nubi di marzo./Sulla mano svapora come un soffio o è saldo come una roccia? Ugo Perone

Un centinaio di pagine per venti anni di poesie. Centellinate e perfezionate, senza dubbio, in una costruzione leggera che si deve librare, inutilmente, nel vuoto. Niente strazi esistenzialisti di maniera, al contrario una lucidità ironica che è capace di trovare la propria forma, talvolta miracolosa. Queste poesie cantano colloquiando con le donne, con la morte e il declino, anche in modo spudorato e divertente (“mia moglie quando russa…”). Finalmente delle poesie che si infangano infantili con il quotidiano, con le mancanze, con i limiti dei corpi, che invecchiano, si ubriacano, desiderano in modi assurdi e imprescindibili. L’equilibrio formale mi sembra talvolta gozzaniano, ma senza bozzettismo piccolo-borghese. Qui si respira la disperazione del vuoto, ma un vuoto reso così invitante e familiare dalla poesia che ne chiediamo dell’altro, e mangiamo una poesia dietro l’altra come le ciliege. Marco Pustianaz (Docente Universitario di Letteratura Inglese)

Graffi e graffiature, ustioni e illusioni

TUTTOLIBRI
del 07-09-2007
di Giovanni Tesio

Graffi e graffiature, ustioni e illusioni, dichiarazioni vibranti e maledettismi inermi, di una mitezza strabiliante. Nella limpida tessitura del verso di Scarca, che insegna letteratura francese all’Università del Piemonte Orientale, si insinua la desolazione di un’esistenza che non manca di annunciare un profondo e un po’ sperduto bisogno di tenerezza. Distribuito in quattro parti, “Architetture del vuoto” è il risultato di più che vent’anni di vita in versi (dall’83 al 2005). Prefazione di Giusi Baldissone.

Fonte: http://www.angolomanzoni.it

Spain - Alberto Rosso
Moon by Alberto Rosso

 
1 Commento

Pubblicato da su 4 ottobre 2009 in Letteratura

 

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Una risposta a “Architetture del vuoto: il parere dei lettori

  1. sara

    5 ottobre 2009 at 23:00

    Trovo la scelta di questa immagine in sintonia con l’effetto che produce la poesia di Scarca. Un piccolo squarcio nel buio. Vita, amore, morte… Forse, mi chiedo, il poeta ci esorta a ricordare, ripensare al nostro corpo fatto di “carne”, alla nostra anima sempre in bilico tra la “fame” di sentimenti e l’ipocondria…

     

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