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Diego Scarca, Quando ti trovi in città ad agosto… Frammenti di un monologo al femminile. I

17 Ago

lettre
Endre Rozsda (1913-1999) – Lettre III (inchiostro su carta, 1982 circa)

I

La calma è tornata adesso.
E’ finita una giornata.

Nella piazza non c’è più
lo stesso rumore.
Riconosco questo vuoto.

Non piove ancora.
Ma tra poco, so,
vedrò bagnarsi lentamente
i vetri della mia finestra.
Così si formano, ogni giorno,
la cornice e lo sfondo
di un quadro.

Ho paura di quel che succede.

Quanti minuti sono già passati
da quando sono tornata
alla mia stanza?

E’ stata lunga la giornata.

Piove d’estate.
Piove sempre qui.

Non uno di quei temporali
che interrompono il caldo
e lasciano sull’asfalto
un odore particolare.

Quando ti trovi in città,
ad agosto, a volte si mette
d’improvviso a tuonare.
Dici semplicemente
a chi è con te,
se sei con qualcuno,
“tra poco piove”.

Poi all’afa succede
un acquazzone.
Tutti corrono al riparo,
sotto i portici, da dove allora
osservano in silenzio
la pioggia.
Hanno l’aria assorta
e magari non pensano
a niente.

Qualcuno che cerca un riparo
migliore di quello che ha già
trovato lontano dagli altri
si affretta a raggiungerli.
E tutti lo guardano
attraversare la strada
mentre tenta goffamente
di coprirsi anche solo
con le mani.

Nella strada passano meno
macchine e vanno più adagio.
Vedi che c’è qualcuno
dietro ai vetri.
Capisci dai gesti,
dalle espressioni del viso,
che stanno parlando.
Sorridono, forse proprio
perché piove.

*** *** ***

Quello di stasera
non sarà un temporale.

E come se mi sottomettessi
adesso a una prova,
obbligandomi a stare in casa,
immersa nella sera,
nell’assenza stessa di rumori…

Ho tutto il tempo che voglio
davanti. Mi sento fuori
dal mondo. Che cosa
inseguo da sola?

Vorrei…
Vorrei disfarmi e rifarmi
in questa pausa.

Che la pausa
fosse abbastanza lunga
perché arrivi ad una soluzione,
sappia decidermi, ritrovi
il filo di una trama, lo recida,
ricominci davvero.

Divago.

Sono distratta da me stessa.
Ripeto sempre le stesse frasi.
E sfuggo il centro della stanza,
mi nascondo negli angoli,
mi raggomitolo.
Sento il pericolo di vedere
qualcosa.
Come un gatto…

*** *** ***

Troppe cose
mi allontanano da me.

Solo quando mi lascio andare
ad un divertimento qualsiasi
mi posso dire allora
che sarei potuta arrivare.
Che sarei arrivata.

Dove non lo so quasi mai.

Oppure mi contraddico.
Mi convinco che ho trascorso
come dovevo la giornata,
che lavoro senza un attimo
di respiro.
Non mi concedo una pausa
nemmeno nelle vacanze.

Per me ogni pausa è
imbarazzante.

Non mi piacciono
quei momenti in cui non si ha
nulla da fare.

*** *** ***

Forse sarebbe bello adesso
essere come mio padre
che nei giorni di brutto tempo
si accende la pipa,
si siede vicino al camino.

Gettarvi distrattamente un legno,
attizzare il fuoco, osservarlo
bruciare.

O con un grande scialle nero
sulle spalle poter rabbrividire
per finta.

Quando si torna a casa
ognuno ha voglia di stare
in pace, di rannicchiarsi.

Ascolti qualcun altro parlare
e quasi sottovoce raccontare
una storia perché nella stanza
dove ti trovi si formi
un gioco di sguardi
brevi ma rassicuranti.

Qui non è così.

Non sento la casa che abito
come un riparo.
Mi sembra sempre
che ci debba piover dentro
da un momento all’altro.

Ogni volta non ho voglia
di tornarci.

*** *** ***

Quando ho finito il lavoro
stasera e d’improvviso
mi sono resa conto
che avrei ritrovato
il silenzio del mio quartiere
e che come una leggera patina
di calore lo avrebbe avvolto
per poi piovere,
di nuovo mi ha preso
alla sprovvista la domanda:
“Che cosa torno a farci?”

Ma mi abituo quasi sempre
all’idea. Mi rinchiudo.

Provo ancora in qualche modo
ad occuparmi. Ci rinuncio.

O incomincio, come stasera,
a fissarmi attentamente
il corpo.

Ed è sempre come
se dovessi riconoscerlo.
Ricordarmene.

Le mani, le braccia,
le gambe lunghe e magre…

Le sollevo.
Le faccio ricadere.

Sono incapace di pensare.

Così desidero alla fine
solo il mio corpo.
Ed al mio corpo muto
vedere eseguire
dei movimenti strani.

 
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Pubblicato da su 17 agosto 2009 in Letteratura

 

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