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Scherzo parigino (cap. XIV-XV)

18 Lug

Tableau de ciel (Ciel de Paris) - chhs
Tableau de ciel (Ciel de Paris) – chhs (“Libération”)

XIV

“Devi soltanto venire a ritirarli nel mio studio”, mi disse di nuovo Matilde, quella domenica sera al bar.
– Io non mi fido ad andare in giro da sola con tutti quei soldi addosso. Sono tanti e tutti in biglietti da cento franchi.
Per evitare ogni forma di controllo da parte del fisco (e mi aveva spiegato che solo in questo assomigliava al padre), Matilde si faceva sempre pagare in contanti dai suoi facoltosi clienti le sue sedute di fisioterapia, preferendo custodire i suoi soldi in cassaforte piuttosto che metterli in banca, perché trovava ingiusto che una parte del suo lavoro dovesse andarsene in fumo in quel modo (in tasse), quando c’era tanta gente a cui, al limite, secondo lei, quei soldi avrebbero potuto far comodo.
– Puoi venire a prenderli domani sera, se vuoi. Io finisco il lavoro alle sette e poi, se ti va, ceniamo insieme.
E l’indomani sera, un lunedì freddo e grigio come era stata la domenica, effettivamente ci andai, ma dopo che, durante tutta una notte insonne, ebbi studiato nei minimi particolari il modo in cui l’avrei uccisa.

Eye catching eye - parisdaily
Eye catching eye (parisdailyphoto.com)

XV

Niente di più facile da realizzare.
I sospetti ricadranno tutti su quel maniaco di cui Matilde, su mio consiglio, ha fornito alla polizia la più dettagliata delle descrizioni.
Non tarderanno, del resto, a pubblicarne l’identikit sui giornali: sul “Figaro” o su “France-Soir”. Ammesso che non riescano a beccarlo prima: sorpreso ad aggirarsi, per l’ennesima volta, sul luogo del delitto.
Le prove saranno schiaccianti.
Ha passato o no tutta una settimana a farle paura e a suonarle il campanello di casa? Glielo aveva detto alla polizia.
Il problema è che non riesca a precedermi e a ucciderla lui prima di me.
Ma non penso. Deve essere uno sbandato: un individuo incapace di passare all’atto e di concretizzare un’idea.

E chi vuoi che possa pensare a me?
Non mi interpelleranno nemmeno. E’ già tanto se guardano nel comodino e trovano quella lettera. E poi posso sempre riprendermela.
No, gliela lascio. Penseranno ad un amante che aveva avuto quattro anni prima e a cui lei era ancora affezionata. Mai saputo che esistano degli amanti che tornano a farsi vivi quattro anni dopo e si mettono a uccidere.
Di regali gliene ho fatti. Pochi, ma gliene ho fatti. E poi che cosa c’entra? I regali non portano mica la firma dell’assassino.
Di foto, neanche una.
Altre tracce del mio passaggio non ne vedo. A meno che non si diverta a registrare le nostre telefonate.
Le cancellerò.

Chi vuoi che possa pensare a te?
Amici in comune non ne abbiamo. Io, di lei, non ho mai parlato a nessuno. E lei, di me, non credo proprio. Mi ha sempre detto che non ha delle vere amiche con cui confidarsi.
Di persone nuove non me ne ha più presentate. E quelle che conoscevamo quattro anni fa sono partite. Va’ a sapere che fine ha fatto Adela… E quella ragazza brasiliana? Come si chiamava già? E Sandro? Mai più sentito neanche lui. Se ne vanno via tutti prima o dopo.
Meglio così.
Di vicini non ne ho mai visti. E non credo proprio che si divertano a spiarmi dal buco della serratura, quando arrivo e quando me ne vado.
Non sarà mica andata in giro a spiattellare tutto al primo venuto? Quante volte ci vediamo, dove, come e perché. Riservata com’è.
E anche se lo avesse fatto, quale sarebbe stato il movente del mio delitto?
Glielo avrà ben detto, a quel primo venuto, che sono la persona a cui tiene di più. Me lo ripete sempre. E io l’avrei uccisa? Per quale motivo?
I soldi che impresta non se li segna mai. Me l’ha detto lei. Neanche un registro per i conti. Chissà come farà, poi, con tutti quei clienti…

I suoi verranno dall’Italia a riprendersi la salma della figlia. Come si fa in questi casi?
Ci saranno dei treni speciali per i morti. Chissà quante pratiche…
E vuoi che si mettano a pensare a uno sconosciuto?
“Mai visto prima d’ora”. “Sapevo che mia figlia lo frequentava qualche anno fa. Voleva persino presentarmelo, ma poi non me ne aveva più parlato”.
E anche se gliene avesse ancora parlato? Che ne sapeva, sua madre, dei nostri rapporti?
“Con i miei da un po’ di tempo non ci parlo più. Li sento così freddi e distanti”.
E’ giusto che sia così.
Povera Matilde, in quella cassa da morto sul treno, con il freddo che fa…

E se la polizia avesse deciso di intervenire e di farle sorvegliare la casa?
Ma figurati! E’ come con le bombe nelle stazioni e negli aereoporti. Di precauzioni non ne prendono neanche una o, se le prendono, le prendono sempre in ritardo.
Arrivano le telefonate anonime e nessuno si muove. Poi, una volta che hanno fatto saltare qualcosa in aria, tutti corrono ai ripari. Si intensificano i controlli e non si può più viaggiar tranquilli. Fino a quando, passa un po’ di tempo, uno si dimentica la bomba, allentano i controlli, e voilà: altra telefonata anonima, altra lettera intimidatoria, qualcos’altro che salta in aria, e via di seguito. Si ricomincia da capo.
“Non è il caso di allarmarsi, signorina. Ma se lo immagina? Se dovessimo far sorvegliare tutti gli appartamenti dove ci hanno segnalato la presenza di un maniaco, non la finiremmo più di arruolare poliziotti. Avremmo la percentuale di un agente in divisa per ogni cittadino in borghese. Stia tranquilla! Non le succederà nulla. E se, per caso, le succedesse qualcosa, non esiti a rifarsi viva”.

La cosa migliore è strangolarla.
Con un coltello, o uno ci sa fare o, se no, sai che disastro…
Le urla. Rincorrerla…
Tutto quel sangue sulla moquette e sulle pareti, sulle lenzuola e sui suoi vestiti strappati…
Tutto quel sangue che ti può finire addosso.
E credi, poi, di potertene uscire per la strada così, senza che nessuno se ne accorga?

Guarda un po’ il destino!
Proprio un paio di guanti doveva regalarmi per Natale.
Un paio di guanti di pelle, d’un color marrone chiaro, che avevo estratto, sotto i suoi occhi, dalla confezione natalizia, senza riuscire a mascherare un certo disappunto.
– Disprezzi sempre i miei regali. Perché te ne vai in giro, in pieno inverno, con il colletto della camicia sbottonato, quando ti ho regalato una sciarpa e una cravatta?
Questa volta me le sarei messe. Come i guanti, mi sarebbero potute tornare utili. Sarebbe stata la prima cosa che avrebbe notato in me.

Avrei lasciato passare quasi una settimana.
Sarei andato a trovarla nella notte tra il sabato e la domenica, verso le due o le tre. Avrei bussato alla sua porta e lei mi avrebbe aperto, sentendo la mia voce, avvolta nella sua sottoveste nera che avrebbe fatto risaltare tutta la sensualità di cui era capace il suo corpo.
– E che ci fai tu qui a quest’ora? Non credo ai miei occhi.
Avrebbe finito per crederci.
Le avrei detto che avevo bisogno di parlarle.
– Entra! Non stare lì impalato.
Mi avrebbe introdotto nella sua camera da letto, dove mi sarei tolto il cappotto, sedendomi di fronte allo specchio.

– Volevo dirti che ho sentito improvvisamente di avere torto e di avere commesso un errore enorme a trattarti per tutto questo tempo in questo modo. L’ho sentito improvvisamente e ho sentito il bisogno di correre a dirtelo. Che cosa importa se sono le due di notte?
– Tu rappresenti qualcosa di talmente importante per me che io non potevo continuare a nascondermi nel gioco delle mie frasi ironiche e dei miei silenzi elusivi.
– Io non sono più capace di fare delle dichiarazioni d’amore, perché mi sembrano così infantili… Mi sentirei ridicolo di fronte a me stesso. Come si fa a diventare così aridi nella vita da non avere più il coraggio di farne?
– Nella mia vita non c’era più posto per l’amore, perché io avevo fatto di tutto per eliminarlo, giorno dopo giorno. Ne avevo paura. E quando non c’è più posto per l’amore, non c’è più posto per nulla.
Matilde si sarebbe avvicinata per nascondere la sua testa tra le mie gambe, accarezzandole e singhiozzando.
– Se sapessi quanto tempo ho sperato, quanto tempo ho aspettato che tu mi dicessi queste cose.
Avrei passato le mie mani tra i suoi riccioli neri per l’ultima volta.

 
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Pubblicato da su 18 luglio 2009 in Letteratura

 

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