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Scherzo parigino (cap. XIII)

15 Lug

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“Atomes crochus” (www.insouciance.com)

XIII

“Cara Muriel”, incominciai a sussurrare a Matilde, avvicinandomi a lei per gioco sul divano e cercando l’ispirazione per comporre una di quelle lettere.
“Carissima, dolce Muriel. Ho come l’impressione che una certa intimità si stia creando a poco a poco tra di noi”.
Com’è che mi era passata per la testa l’idea di mandarle quella lettera da Torino?
“E’ come se in questo momento, scrivendoti, ti stessi parlando, e parlandoti, ti stessi…”
Breve pausa: Matilde passò il suo braccio intorno alla mia schiena.
“Carissima Muriel, vorrei che le mie parole potessero compiere adesso qualcosa come un’immensa parabola nel cielo e giungere a scuoterti un po’ dal tuo torpore nel primo pomeriggio autunnale”.
Altra pausa.
“Vedresti il cielo stellato che adesso rischiara la mia stanza. Sentiresti il soffiare del vento caldo tra i rami dei ciliegi in fiore sul lungo viale che mi separa dal mare. E tra gli scogli: un pianto. La voce affranta di un bambino che mi giunge da lontano, lo scorrere lento dei secondi, il battito del mio cuore”.
“Sentiresti il profumo delle gemme e dei fiori sugli alberi giganteschi che circondano la mia casa e di cui non conosco purtroppo il nome”.
“Cara Muriel”, e mi scostai da Matilde, “vorrei che anche le mie mani fossero capaci adesso di compiere qualcosa come un’immensa parabola nel cielo e giungere a scuoterti un po’ dal tuo torpore nel primo pomeriggio autunnale”.

Matilde sorrise. Ma, per qualche istante, il suo volto mi sembrò velato da una certa malinconia.
– Quanti soldi ti ci vogliono per affittare quell’appartamento?
– Tanti, troppi. E’ inutile che ci pensi, tanto non li avrò mai. Quindici milioni, settantacinquemila franchi…
– Tutti subito?
– Sì, perché tra spese iniziali e un minimo di mobili… E poi è meglio che paghi qualche mese in anticipo, se no va a sapere come sarei capace di spenderli.
– Te li posso prestare io.
Finsi di non capire.
In realtà, avevo capito. Ma avevo bisogno, a quel punto, che Matilde insistesse nella sua offerta d’aiuto. Tanto più insperata, quell’offerta, perché fino a qualche minuto prima non mi ero minimamente reso conto che Matilde aveva potuto prendere sul serio quei miei propositi di andare ad abitare altrove e di scrivere un romanzo.

– Me li restituirai quando potrai. Io non saprei nemmeno come spenderli. Li tengo tutti lì, in cassaforte, sprecati… Se vuoi, te ne posso dare anche di più. Adesso ne ho tanti, ma se anche un giorno ne avessi di meno, non penso che ne farei una tragedia.
Matilde era la figlia di un ricco industriale italiano, proprietario di una catena di supermercati, e per reazione alla mentalità parsimoniosa del padre, che si era costruito una fortuna partendo dal nulla, aveva assunto (così mi aveva spiegato) un atteggiamento di indifferenza e quasi di disprezzo nei confronti del denaro.
– Non sono nemmeno capace di tenere i conti. Se vieni nel mio studio, non ci trovi neanche un registro. I soldi che impresto a qualcuno non me li segno mai. A volte mi capita che me li dimentico e, poi, quando me li restituiscono, è come se mi facessero un regalo.
Ed io accettai.

“Cara Muriel”, scrissi quella sera nella strada, “se sapessi quanto mi pesa, adesso, tornarmene da solo a casa. Sapere d’aver trascorso la giornata ad elemosinare in giro qualcosa”.
“Sapere che, intorno a me, c’è tanta, altrettanta solitudine. Gente che, a quest’ora, se ne torna come me, uscendo da un bar, da un cinema vuoto, da un’illusione…”
“Gente che s’infila le mani nelle tasche del cappotto e si stringe nelle spalle dicendosi: chissà che domani le cose non cambino; pur sapendo perfettamente che domani, dopodomani, le cose non cambieranno affatto”.
“Gente che osserva ancora, a quest’ora, come me, in un’edicola chiusa, i titoli di un giornale, i programmi degli spettacoli: gente che tenta di sbagliare strada”.
“Fare quattro passi in più a quest’ora, chiamare un taxi o meno, sfidare il freddo, camminare ancora… Tanto, che si torni prima o dopo, che cosa cambia? Fare più in fretta, per arrivare dove?”
“In quelle lenzuola sporche. In quel letto che non dividerò mai con nessuno perché me ne vergogno…”
“Mettere la sveglia, sperando che il giorno dopo non suoni. Che mi credano morto. Morto e sepolto nelle mie lenzuola”.

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“Atomes crochus” (insouciance.com)

 
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Pubblicato da su 15 luglio 2009 in Letteratura

 

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