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Scherzo parigino (cap. XI)

13 Lug

Eiffel Tower In The Mist - parisdaily
Eiffel Tower in the Mist (parisdailyphoto.com)

XI

Quella domenica sera, invece, Matilde non mi sottopose alla sua solita seduta psicanalitica. Non tirò fuori dalle capienti tasche della sua pelliccia di visone quello stucchevole interrogatorio che mi sembrava si portasse sempre dietro, anche al bar o al ristorante, e che avrebbe dovuto permetterci di “costruire qualcosa di solido”.
Aveva ragione di essere allarmata, per una serie di fatti che si erano succeduti negli ultimi giorni e che io tentai, per tranquillizzarla, di minimizzare.
– C’è qualcuno che mi vuole del male, lo sento.
– Io, al posto tuo, non è che non mi preoccuperei… Ma può anche darsi che si tratti soltanto di uno scherzo di cattivo gusto.
Mi aveva raccontato che si era ritrovata, qualche giorno prima, con due dei vetri della sua macchina, un vecchio Maggiolone della Wolkswagen parcheggiato sotto casa, ridotti in frantumi. Aveva pensato che si trattasse del gesto di un teppista o di un ladro.
Ma il giorno dopo…
– Era giovedì mattino, mi stavo preparando ad uscire, quando ho sentito improvvisamente dei rumori dietro la mia porta. L’ho aperta per sapere che cosa stesse succedendo. C’era… c’era il cadavere di un gatto nero, disteso per terra, sulla stuoia della porta d’ingresso.

Volli calmarla dicendole che, dopo tutto, questo poteva anche non significare nulla di particolare: anche i gatti neri avevano ben diritto di andare a morire da qualche parte.
Ma lei continuò sempre più turbata.
– Anch’io ho cercato di non pensarci più. Ma, venerdì sera, quando sono tornata a casa dal lavoro…
Matilde aveva un elegante studio sugli Champs-Elysées, dove riceveva una raffinata clientela composta, per lo più, dalla gente bene di Parigi.
– Ho aperto la porta… Qualcuno aveva fatto scivolare sotto la porta un foglio di carta. L’ho raccolto pensando che fosse un dépliant pubblicitario e l’ho gettato nel cestino dell’immondizia, senza nemmeno guardarlo. Poi, più tardi, mentre mi preparavo da mangiare, non so per quale motivo, ho incominciato a sentirmi male… Istintivamente sono andata a ricercare nel cestino quel foglio, come se avessi avuto il presentimento che contenesse qualcosa d’importante. E, guardandolo meglio, ho scoperto che c’era un disegno: una donna nuda, macchiata di sangue, con un coltello infilato…
– Lascia perdere il resto. E’ meglio che ci beviamo qualcosa di forte.
E ordinai a uno dei due baristi tedeschi, i quali sfoggiavano, entrambi, quella sera, uno strano paio di orecchini rossi e neri, due doppi whisky.
– Stamattina, andando a fare la spesa, mi sono accorta che c’era un uomo che mi seguiva nella strada. Un marocchino… un marocchino che, quando sono rientrata, si è nascosto dietro la mia porta, e ci è rimasto per delle ore. E, ogni tanto, si metteva a suonare il mio campanello.
– Magari è soltanto un immigrato che si sente un po’ solo a Parigi, che si è innamorato di te e non sa come dirtelo.
Volevo, a tutti i costi, sdrammatizzare. “E’ meglio che uno non si fasci la testa prima di essersela rotta”, stavo per dirle. Ma mi trattenni dal darle un consiglio del genere, visto il disegno che il maniaco (poiché ormai, secondo me, non c’era più alcun dubbio che si trattasse di un maniaco) le aveva fatto scivolare sotto la porta.
– In ogni caso, sarebbe meglio che tu avvertissi la polizia. Non si sa mai: così stai più tranquilla.
Matilde approvò il mio consiglio. Mi promise che lo avrebbe fatto la sera stessa, dicendomi che lei, come una stupida, non ci aveva nemmeno pensato.
In preda al nervosismo, non era più stata capace di controllarsi, e aveva approfittato, quel pomeriggio, del fatto che il marocchino si era allontanato momentaneamente dal suo appartamento, per uscire di casa e recarsi in chiesa
– Non ti sarai mica messa a credere in Dio, tutto a un tratto, soltanto perché c’è un marocchino che ti fa il filo?
– Che stupido! Che cosa c’entra? Ci sono andata perché era l’unico posto dove mi sembrava che potessi sentirmi al sicuro. Anche senza pregare, a volte uno ci può andare, in chiesa, per stare in raccoglimento. Io, a volte, ci passerei delle ore, in silenzio, ad ascoltare un organo che suona o a guardare le luci che filtrano dalle vetrate.
– Povera Matilde! Quante te ne capitano! Ma non temere (le dissi, dandole una fraterna carezza sul volto): fin quando ci sarò qui io, dovranno fare, tutti, i conti con me. Se qualcuno prova a torcerti anche solo un capello senza la mia autorizzazione…
– Che cosa vuol dire “senza la mia autorizzazione”?
– Voglio dire che sono pronto a difenderti da quel marocchino a spada tratta, a denti stretti. A cavalier donato non si guarda in bocca, no?
Matilde sembrò rilassarsi.
– Senti, a proposito di fare i conti…
E ordinai altri due doppi whisky, tanto li avrebbe pagati tutti lei.
– Non è per cambiare discorso. Ma visto che ci siamo: quei soldi che avevi promesso di imprestarmi?
Finsi un leggero imbarazzo nell’affrontare l’argomento.

Nonostante le sue generose premure, le sue attenzioni materne, soprattutto quando credeva di sapermi angustiato da delle difficoltà di tipo economico, questa volta Matilde quei soldi se li era proprio scordati. Colpa probabilmente di quei vetri in frantumi, del cadavere di quel gatto nero e di quel disegno osceno infilato dal maniaco sotto l’uscio della sua porta.

The details are in the devil - Parisdaily
The details are in the devil (parisdailyphoto.com)

 
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Pubblicato da su 13 luglio 2009 in Letteratura

 

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