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Scherzo parigino (cap. X)

12 Lug

Paris roof tops at dawn - parisdaily
Paris roof tops at dawn (parisdailyphoto.com)

X

Tornatomene a casa, dovetti lavarmi a lungo prima di far scomparire ogni traccia di quella sporcizia che mi era sembrato di essermi portato addosso dal mercato.
“Chiudi un cassetto e aprine un altro”, avrebbe saputo dirmi in quel momento mio padre, che mi sembrava possedesse la straordinaria abilità, simile a quella di Montaigne, di esprimersi spesso in latino e quasi sempre sotto forma di proverbi: pillole di saggezza quotidiana da somministrare ai figli prima, durante, e dopo i pasti.
– Vatti a rileggere quella pagina del Machiavelli che spero che tu conosca, altrimenti non si può proprio dire che tu abbia studiato… Quella lettera all’amico Francesco Vettori in cui il Machiavelli descrive la sua giornata passata sulle sue terre, in mezzo a dei contadini: gente rozza, incolta… Ma quando arriva la sera, si spoglia degli abiti che è stato costretto ad indossare di giorno (mi pare che dica proprio così, anche se adesso la memoria forse mi tradisce) e poi è capace di ritornare in compagnia dei classici. Questo è quello che voglio dire quando dico che tu devi essere capace di chiudere un cassetto e aprirne un altro.

Purtroppo, non ne ero proprio capace.
E, quella sera, dovetti accontentarmi di sdraiarmi sul letto, di fissare, inebetito, il soffitto della mia stanza per vedervi involontariamente sfilare, come proiettate da una macchina inceppata, nascosta nel mio cervello, le immagini della mia domenica.
Un mercato delle pulci che si era, nel frattempo, trasformato in un’anticamera gigantesca dell’inferno: un limbo dove si muovevano cose, uomini, ombre, dove caterve d’oggetti usati lanciavano un accorato appello ad un’umanità disperata per essere restituiti alla vita, reinvestiti di un significato, riconsumati, prima di precipitare per sempre nel nulla.
Macerie dalle quali mi sentii inghiottito. Immondizie sulle quali, ad un certo punto, vidi gettato il mio cadavere. Maschere che si sovrapponevano le une alle altre e tra le quali tentavo di distinguere il volto di Brigitte, mentre continuavo a rivedere, al suo posto, quello di una vecchia sdentata e quello di un barbone che avevo incrociato nella metropolitana.
Fin quando non venni distratto da quella sequenza assurda di immagini dallo squillo del telefono.

All’altro capo del filo era la voce di una persona che, in quel momento, avrei volentieri fatto a meno di sentire: la voce di Matilde, la quale mi disse che aveva assolutamente bisogno di vedermi, quella sera stessa.
– Cerca di capire, Matilde. Sono le nove e io sono già in pigiama. E non ho nessuna voglia di rivestirmi.
– E che cosa ci fai in pigiama a quest’ora?
– Saranno affari miei! Avrò ben diritto di mettermi a letto quando ne ho voglia e con chi voglio.
– Senti, cerca di capirmi. Ho bisogno di parlarti: ti ho cercato tutto il pomeriggio…
Le dissi che lo avevo trascorso a visitare il castello di Versailles.
– Mi stanno succedendo delle cose stranissime e non te le posso raccontare così, al telefono… Sono in una cabina a qualche metro da casa tua: non ti costa nulla scendere. Sei l’unica persona sulla quale posso contare in questo momento.

Matilde aveva il dono di drammatizzare le cose più insignificanti che le capitavano. Parlava sempre con una certa enfasi anche delle situazioni più banali nelle quali si trovava coinvolta.
Mi sentii in diritto di andare a verificare, dalla finestra della mia stanza, l’esattezza delle sue parole al telefono, nel tentativo di riconoscere, in una delle squallide cabine telefoniche tappezzate di annunci pubblicitari, di scritte equivoche e di proposte indecenti, che costeggiavano la rue Etienne Marcel, la sua fisionomia inconfondibile: Matilde avvolta in una bianca pelliccia di visone, sulla quale dovevano trionfare i suoi riccioli neri, il suo profilo leggermente aquilino, la sua fronte corrucciata, scavata da alcune rughe all’altezza degli occhi che la facevano sembrare a volte arrabbiata, spesso afflitta, comunque perennemente tesa.
Non vidi, invece, che una fitta coltre di nebbia calata sulla città e sulla piazza, in mezzo alla quale sembrava cavalcare il re di bronzo, come nelle favole. E le promisi allora di raggiungerla.

Tanto valeva. Le cose così urgenti che aveva da dirmi e alle quali aveva alluso in modo tanto affannato al telefono le conoscevo in anticipo. E se non quella sera, un’altra, che cosa sarebbe cambiato? Una volta che fosse stata particolarmente insistente, avrei finito per accettare di ascoltarla per l’ennesima volta, se non altro per evitare di sentirla lamentarsi sul mio conto e sulla mia scarsa disponibilità nei suoi confronti.
La nostra relazione non poteva continuare in eterno così. Non era né amicizia né amore, secondo lei.
– Che cosa rappresento io per te?
Invece di confessarle che non rappresentava nulla, preferivo risponderle “che cosa vuoi che ne sappia?” e che mi sentivo incapace di spiegarle così, sul momento, nel giro di qualche minuto, una “complicità” che tra noi ormai durava da anni.
Matilde possedeva anche il dono delle domande generiche. Una volta le avevo detto che le sue domande assomigliavano ai temi che i ministri della Pubblica istruzione decidono di far svolgere ai candidati alla Maturità: “Il candidato, sulla base delle proprie personali esperienze e su quella delle proprie letture, tenti di individuare motivi di continuità e di discontinuità nella storia della letteratura italiana dalle origini ai giorni nostri”. Oppure: “Alla luce di esempi tratti dalla vita di tutti i giorni, il candidato commenti questo verso di Pindaro: l’uomo non è che il sogno di un’ombra“…

– Parlami un po’ del tuo rapporto con i tuoi. Di tua madre, ad esempio: mi sembra che tu le voglia molto bene.
– Che cos’è che ti ricordi della tua infanzia?
– Pensi che sarai capace, un giorno, di vivere con una donna?
– Che cosa cerchi in una donna?
– Ma che cosa vuoi che cerchi?

La verità (e mi ero sforzato di farglielo capire) era che, nonostante il fatto che tra me e Matilde, qualche anno prima, ci fosse stato qualcosa, ora di quel qualcosa non avevo più nessuna intenzione di sentir parlare. Ma ero stato incapace, qualche anno prima, di dirle per sempre addio.
La verità era che mi sentivo solo a Parigi e che mi faceva comodo sentire, di tanto in tanto, per quanto antipatica o patetica mi potesse sembrare, la voce familiare di qualcuno, venuta a rompere per qualche istante il silenzio insopportabile della mia stanza.
Per tanto tempo mi ero rifiutato di ammetterlo. Avevo preferito mentire a me stesso, nascondermi le mie debolezze e confonderle con un sentimento generoso.
C’è qualcosa di profondo che mi unisce a lei, mi dicevo. “La nostra è un’amicizia”, le ripetevo, “alla quale non sarà facile per me rinunciare”.
– Mi tratti come se fossi un uomo. Ma io non sono un uomo: sono una donna. Ma ti rendi conto di quanto tempo stiamo sprecando? Io ho la sensazione che tu ci tenga a me, ma che, nello stesso tempo, tu abbia paura di fare un passo in più. Cercando di conoscerci meglio, di andare più a fondo tra di noi, nel nostro modo di comunicare… Anche con il corpo. Sì, che male c’è? Anche con il corpo: per me non è che un modo come un altro di comunicare. Quando cerco, ad esempio, di farti un gesto affettuoso… Che ne so? Quando cerco di prenderti a braccetto per la strada, tu ti tiri sempre indietro, l’ho notato, come se tu avessi paura.
– Senti, Matilde. Più a fondo di così io non ci voglio e non ci posso andare.
– Non fai il minimo sforzo per dare qualcosa agli altri. Sei un egoista. Aspetti sempre che gli altri ti cerchino, che io ti cerchi.
– Nessuno ti obbliga a farlo. Hai solo da telefonare a qualcun altro. Io sarei ben contento di sapere, ad esempio, che…
– Ma che cosa credi? Che non ne abbia le possibilità? Che mi manchino le occasioni?
– Senti, Matilde… Se vuoi che continuiamo a vederci così, a me sta bene. Se no, che cosa vuoi che ti dica? Tanto peggio per me. Insieme possiamo fare un mucchio di cose. Ce ne possiamo andare a teatro, al cinema, a un concerto, a una mostra, in discoteca, al ristorante, al circo… Dappertutto tranne che…

E, invece, in un letto, prima o dopo, ci finivamo sempre.
Quella vita mondana alla quale avremmo dovuto partecipare in modo tanto intenso (lei con la sua pelliccia di visone bianca, degna compagna, ricca ed elegante, di un intellettuale squattrinato ma non privo di fascino con il suo immancabile vestito nero degli inizi del secolo), quella vita notturna grazie alla quale, a Parigi, avremmo dovuto fare, ogni notte, nuove, eccitanti scoperte, quella vita non rimase che un sogno.
Il più delle volte mi invitava nel suo appartamento della rue des Trois Reines, da dove non sarei uscito, ogni volta, senza prima aver subìto, ogni volta, immobilizzato sul suo divano come sul lettino di uno psicanalista, la tortura delle sue domande generiche che avrebbero dovuto servirci, secondo lei, a conoscerci meglio.
Matilde era una brillante e affermata fisioterapista a Parigi, ma si era occupata anche per anni di psicoanalisi.

Mi convinsi, quella sera, dirigendomi al bar dove ci eravamo dati appuntamento (un bar gestito da una coppia di omosessuali tedeschi, dove si respirava un’aria fetida, intrisa di fumo e di alcool), che detestavo Matilde, che la odiavo, che dovevo sbarazzarmene e che l’unico modo per farlo sarebbe stato ucciderla.
Altrimenti, avremmo ripercorso insieme il solito vicolo cieco. Ci saremmo ripromessi, una volta, di non vederci più, e puntualmente, una settimana, quindici giorni, un mese o tre mesi dopo, lei mi avrebbe richiamato con un pretesto qualsiasi e, con un pretesto qualsiasi, mi avrebbe proposto di rivederci.
E allora saremmo ricaduti o, meglio, io sarei ricaduto in quella serie di contraddizioni, di conflitti di fondo, di timori inconsci, di resistenze e di frustrazioni che caratterizzavano, secondo lei, il mio comportamento, e di cui lei parlava sempre e soltanto a proposito di me.

 
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Pubblicato da su 12 luglio 2009 in Letteratura

 

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