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Scherzo parigino (cap. V)

04 Lug

Hotel du Nord - Parisdaily
Hotel du Nord (parisdailyphoto.com)

V

Non avevo mai spiegato a Brigitte in che modo mi guadagnassi da vivere a Parigi.
Invece di confessarle che non facevo niente, che ero un perditempo, che vivevo di espedienti, avevo creduto opportuno, per abbellirmi un po’ ai suoi occhi, mentirle spudoratamente, dicendole, una delle prime volte che ci eravamo visti, con un’espressione di falsa modestia ben studiata, che la mia vera passione era quella di scrivere, che stavo scrivendo un romanzo, convinto, come ero allora, che l’animo femminile fosse sensibile alla scrittura e che la mia professione di fede nella scrittura avrebbe colto nel segno.
“Davvero sei uno scrittore? E come si intitola il romanzo che stai scrivendo?” mi avrebbe dovuto chiedere Brigitte, nei cui occhi sarebbe dovuto brillare un lampo di curiosità e nel cui sguardo avrei dovuto cogliere l’espressione di una sorpresa piacevole: quella di avere a che fare con uno scrittore magari non famoso, ma che, presto, certo lo sarebbe diventato.
Mi ero preparato da tempo la risposta a questo genere di domande.
Avrei risposto (fingendo di esitare un po’ nel farle una rivelazione così importante), pronunciando sottovoce il titolo che, all’epoca, avevo scelto, dopo lunghe riflessioni, per quel mio romanzo immaginario: un titolo che mi era parso suggestivo pur nella sua semplicità; quanto di più vago mi sembrava che ci potesse essere, come titolo, a copertura di un romanzo di cui non conoscevo né la trama né i personaggi: Le gambe di Muriel.
A una seconda domanda che Brigitte, in preda ad una crescente curiosità, mi avrebbe dovuto fare (“e di che cosa parla il tuo romanzo?”) avrei risposto, invece, in modo più evasivo, cercando di prendere tempo e di assumere la posa che, allora, mi era sembrato che più si confacesse ad un intellettuale della mia statura: mi sarei acceso una sigaretta, avrei abbassato timidamente gli occhi sul tavolo, come se avessi dovuto cercare il manoscritto, avrei tentennato e borbottato alcune frasi enigmatiche del tipo “è un romanzo un po’ strano”, “è difficile riassumerlo in poche parole”, “il personaggio principale è una donna, una certa Muriel”, per poi concludere che, dopo tutto, preferivo non parlarne, almeno fino a quando non lo avessi portato a termine, perché, parlandone, avrei rotto in qualche modo quel magico incantesimo, che stavo vivendo, della creazione ancora in atto.
Brigitte, che avrebbe dovuto, nelle mie intenzioni, rimanere affascinata da tanto mistero, non mi aveva fatto, invece, né l’una né l’altra domanda.
Aveva constatato che ero uno scrittore, come se la cosa non le avesse fatto né caldo né freddo, e mi aveva detto che, se un un giorno avessi voluto aggiungere qualcosa di piccante a una delle pagine del mio romanzo, sarei dovuto andare a farle visita al suo albergo di lusso sugli Champs-Elysées.

Era un albergo dove le stanze libere si esaurivano nelle prime ore del pomeriggio, le ore più intense della giornata, quando Brigitte era addetta alla reception, e il suo passatempo preferito consisteva nello scrutare le coppie alle quali consegnava le chiavi delle stanze prese in affitto per qualche ora, tentando di indovinare qualcosa della loro vera identità.
Ed io, siccome Brigitte aveva preso anche l’abitudine, ogni volta che ci vedevamo, di farmi parte delle sue supposizioni circa i frequentatori del suo albergo di lusso (ministri, industriali, uomini d’affari, professori universitari) che si concedevano, secondo lei, una pausa meritata, nelle loro giornate, con le più belle delle donne parigine, avevo finito per invidiarle quel suo lavoro, pensando alla straordinaria fortuna che le era capitata di venire a contatto ogni giorno con gente simile.

 
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Pubblicato da su 4 luglio 2009 in Letteratura

 

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