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Diego Scarca, Scherzo parigino (cap. I)

28 Giu

Fée

I

Adesso mi metto a scrivere. Stavolta forse ce la faccio.
Tenterò di raccontare per prima cosa un sogno.
Dovevano essere i primi di gennaio. Mi ero alzato tardi. Di notte avevo sognato che la casa dei miei genitori vicino a Torino era stata invasa dai topi.
Ma procediamo con ordine, ammesso che sia possibile in questi casi.
Di quel sogno mi sembra, a volte, di conservare un ricordo nitido. A volte, invece, le immagini si confondono.
Veniamo ai fatti, ammesso che di fatti si possa parlare in questi casi.
Si era trattato di un sogno singolare.
Avevo sognato che un’alluvione senza precedenti si era abbattuta sul Piemonte, colpendo in particolare, negli immediati dintorni di Torino, la zona in cui abitavano i miei genitori.
I fiumi erano straripati, i ponti erano crollati, le strade erano diventate dapprima impraticabili, poi erano state cancellate dalle acque.
Nelle campagne isolate i paesi galleggiavano: sembravano sospesi nell’aria, avvolti da una nebbia sottile, in bilico tra un cielo uggioso, corrucciato, e un mare color fango, dalle acque stagnanti, scosse qua e là solo dal crepitìo di una pioggia a tratti scrosciante, a tratti sdolcinata, a tratti quasi nervosa.
Nel sogno la gente non sembrava infastidita dal fatto di aver dovuto rinunciare ai consueti mezzi di locomozione: non appariva per nulla affranta, come se quell’alluvione fosse stata una sorta di manna divina.
Gli abitanti dei paesi allagati si muovevano soltanto più in barca, e da un’imbarcazione all’altra era tutto uno scambio di saluti, un susseguirsi di riverenze, di complimenti, quasi di festeggiamenti, come se tutti quanti, protetti da degli ombrelli estivi dai colori sgargianti, stessero partendo per una crociera straordinaria.
I miei si erano posti in salvo a Torino, lasciando la casa abbandonata, su un’imbarcazione che, a vederla, avrebbe retto il confronto con l’arca di Noè, perché mio padre, nel timore che anche uno solo degli animali dei suoi allevamenti potesse soffrire a causa della sua assenza, aveva deciso di portarli tutti con sé in città.
Non si era fatto intimidire dagli scherni dei vicini che non riuscivano a capire quale appartamento in città avrebbe potuto ospitare tutta quella fauna, e se ne stava dritto sul ponte della sua imbarcazione, impettito e superbo, fumando la pipa di fianco alla sua capra preferita, la fedele Gea.
“Caronte!” gli gridavano scherzosamente i vicini.
“Carogne sarete voialtri, perché non riuscite a mettervi in testa che a me non piacciono gli animali che si lamentano, specie quando io non ci sono. Carogne, perché non sapete quanta fatica mi è costata allevare codesti animali”, rispondeva mio padre in modo altrettanto scherzoso.
La casa era rimasta così abbandonata a se stessa, in balìa non tanto dei ladri (perché da rubare c’era ben poco) quanto degli eventi.
Con il passare dei giorni, il maltempo aveva incominciato a placarsi. Ma ai capricci di una stagione di piogge avevano fatto seguito altri capricci.
L’acqua, che era giunta fino al primo piano della casa, aveva preso a rifluire tra le sponde dei due rivi che incorniciavano il paese (le due “bialere” come le chiamava la gente del posto).
All’acqua era succeduta la melma, poi la melma, raggrumatasi, aveva fatto spazio alla polvere che un vento secco spazzava via in lungo e in largo, formando vortici di suo gradimento, prendendosi gioco di ogni ostacolo e imbrattando ogni cosa: un vento dispettoso, furioso, insolente, come se ogni cosa, solo per il fatto che qualcuno avesse tentato di proteggerla, gli sembrasse degna di essere aggredita.
Le imposte della casa, che mio padre si era premunito di sprangare, dopo aver scricchiolato, avevano ceduto. I vetri erano caduti ad uno ad uno in frantumi.
Ma dei capricci degli elementi davano l’aria di curarsi ben poco quelli che erano diventati, nel frattempo, i nuovi inquilini della casa di mio padre: dei topi di fogna che vi avevano cercato rifugio al momento dell’alluvione e che, ora, una volta passata l’alluvione, alla loro nuova dimora sembravano essersi affezionati.
La facevano da padroni, razzolando ovunque.
La sala da pranzo che era stata di mia nonna era diventata il loro quartier generale; ma di lì partivano in scorribande diurne e notturne che li portavano in ogni angolo della casa.
Si muovevano sulla tastiera ingiallita di un pianoforte (quello sul quale mia madre, d’estate, ogni tanto, si esercitava a ripetere un pezzo di Mozart), facendo risuonare tra le pareti domestiche qualcosa come un motivo goliardico e un eco sinistro simile a quello provocato dal vento.
Si cibavano del legno dei mobili, non sapendo più di cos’altro cibarsi, dopo aver esaurito le scorte rappresentate dai libri di quella che, un tempo, era stata la mia stanza d’adolescente.
Dopo essersi sollazzati, sazi e ebbri, neanche avessero svuotato otri di vino, sonnecchiavano. Ma, dormendo, covava in loro l’istinto dell’animale.
Alcuni sognavano di diventare gatti e, assaporando in sogno l’illusione di esserlo, lo diventavano davvero. Si risvegliavano e come tali si comportavano, avventandosi su quelli in compagnia dei quali avevano dormito, addentandoli e sbranandoli, divorandoli e divorandosi tra loro.

http://www.angolomanzoni.it

 
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Pubblicato da su 28 giugno 2009 in Letteratura

 

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