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Alessandro Giarda, Esperienze della sovranità: il surrealismo di Georges Bataille e Antonin Artaud

18 Giu

Prosegue la riflessione di Alessandro Giarda su Antonin Artaud e il “corpo senza organi”: paradossale aspirazione che emerge da una parte dell’opera del letterato francese.

Antonin Artaud

[segue]

È infatti proprio dietro l’organizzazione del corpo che, secondo Deleuze, si situa il giudizio di Dio, il carnefice di Artaud: “gli organi sono giudici e giudicati, e il giudizio di dio è proprio il potere di organizzare all’infinito”(24). Senza l’organizzazione il giudizio non potrebbe esercitarsi. È per questa ragione che il corpo concepito da Artaud “si sottrae al giudizio tanto più che non è un organismo ed è privato di questa organizzazione degli organi”(25).

Gli organi come parassiti, strumenti di supplizio, chiodi conficcati nella carne viva, astrusi macchinari che traggono furtivamente l’energia per il loro funzionamento dalla materia prima che è il vero corpo: di fronte a questa percezione dolorosa di un corpo sempre più smembrato in nome della crescente funzionalità che non gli è propria (sempre meno corpo, in definitiva) Artaud reagisce con una serie di negazioni e di repulsioni portate all’ estremo.

Niente bocca. Niente lingua. Niente denti. Niente laringe. Niente esofago. Niente stomaco. Niente ventre. Niente ano […] niente di distaccato, niente di attaccato. (26)

[…] non composto, / non composto, / semplice, / semplice, / senza differenziazione, / senza discernimento, / senza giudizio. (27)

Gli organi frazionano un corpo monade che non chiede altro che di essere assemblato e indifferenziato: “più la vita del corpo proprio gli impedisce di differenziarsi […] più risplende e diventa concreto, / perché il corpo ha voluto torchiarsi e raggomitolarsi, per diventare corpo tutto intero”(28).

L’organo, come ricorda Derrida, è il “luogo della perdita perché il suo centro ha sempre la forma dell’orifizio”(29), e ogni orifizio è fonte di orrore per Artaud in quanto apertura indifesa agli assalti dell’infezione dell’essere e soggetta alla fuoriuscita di flussi di materia propria (come nel caso della defecazione che, a detta di Freud, consiste nella separazione da quelle “parti preziose del corpo”(30) che sono le feci).

La soluzione di Artaud consiste nell’operare dei tagli, nel sopprimere degli organi e, in particolare, quelli che fungono da veicoli dell’esproprio: l’ano, il sesso (“che sono d’altronde da tranciare e liquidare”), la lingua (per i rapporti osceni che essa intrattiene, attraverso il linguaggio, con l’essere, “poiché avete lasciato uscire la lingua agli organismi / bisognerebbe mozzare agli organismi / la loro lingua”(31)) e il cervello che, nell’uomo, è come il tutore della legge, di tutti i sistemi e di tutti gli apparati.

[…] il cervello deve cadere, / l’uomo che noi siamo non è stato fatto per vivere con un cervello, / e i suoi organi collaterali: / midollo, cuore, polmoni, fegato, milza, sesso e stomaco, / esso non è stato fatto per vivere con una circolazione sanguigna, / una digestione, una assimilazione di ghiandole, / non è stato fatto per vivere più con nervi di una sensibilità e di una vitalità limitate, / quando la sua sensibilità e la sua vita / sono senza fine / e senza fondo, / come la vita, / in vita / e per l’eternità. (32)

Giunti al termine di questo processo di decostruzione, quando l’uomo, dice Artaud, sarà diventato un corpo senza organi, “allora l’avrete liberato di tutti i suoi automatismi e restituito alla sua vera libertà”(33): alla sovranità.

“Il CsO”, sostengono Deleuze e Guattari, “è quel che resta quando si è tolto tutto. Quel che si leva è proprio il fantasma, l’insieme delle significanze e delle soggettivazioni”(34). Finalmente ricondotto alla sua originaria purezza e convulsa semplicità, rinato “dall’altro lato dell’esistenza” (si ricordi quanto detto in precedenza sul suicidio anteriore), vergine da ogni incrostazione dell’essere, il corpo “imparerà nuovamente a danzare al contrario come nel delirio dei balli popolari e questo contrario sarà il suo vero diritto”(35).

Proprio la danza diventa per Artaud l’azione emblematica del corpo sovrano. Come sostiene lo studioso Umberto Galimberti:

Perdendo l’aderenza alle cose del mondo, nella danza ogni gesto diventa polisemico, ed è proprio in questa polisemia che il corpo può riciclare simboli, può confonderli o addirittura abolirli. Liberandosi nella pura gestualità non intenzionata, il corpo del danzatore descrive un mondo che è al di là di tutti i codici e di tutte le relative iscrizioni, perché nella danza l’unico segno visibile è quello in cui il corpo iscrive se stesso, tra la terra e il cielo. In questo senso la danza costituisce un mezzo per sfuggire alla serietà dei codici che ci minacciano. (36)

Artaud propone dunque di “distruggere la danza oscena”, sillogistica e cacofonica degli organismi “per rimpiazzarla con la danza / dei nostri corpi”(37).

Fate danzare infine l’anatomia umana, / dall’alto in basso e dal basso in alto, / d’indietro in avanti e / d’avanti in dietro, / ma molto più d’indietro in indietro, / d’altronde, che d’indietro in avanti. (38)

Ancora una volta sarà il teatro della crudeltà a dare il la a questa danza a ritroso capace di far uscire dal mondo.

Il teatro della crudeltà è stato creato […] per intraprendere, attraverso una nuova danza del corpo umano, uno sconcerto di questo mondo di microbi che non è altro che del nulla coagulato. Il teatro della crudeltà vuole far danzare le palpebre fianco a fianco dei gomiti, delle rotule, dei femori e degli alluci, / e che lo si veda. (39)

I prototipi di questa danza possono essere già facilmente rintracciati ne Il teatro e il suo doppio, laddove Artaud parla di “volo di forme” o “battaglia di simboli” in grado di “rimettere organicamente in discussione l’uomo”. Il corpo danzante, liberandosi di ogni rinvio a significanti che lo trascendono, rendendosi illeggibile nella gratuità nonché nel dinamismo convulsivo dei suoi gesti, realizza quell’ideale di geroglifico vivente, di scrittura incarnata sottratta alla ripetizione e alla rappresentazione di cui si è già parlato nel capitolo Il teatro e il suo linguaggio. A questo proposito afferma Umberto Galimberti:

Scivolando l’uno sull’altro, nella danza i movimenti del corpo non si lasciano individuare, e quindi neppure analizzare, perché danzanti. Per la rapidità dei movimenti, la danza cancella di colpo le figure appena sagomate, continua creazione e distruzione del mondo. (40)

La danza del teatro della crudeltà dovrà introdurre l’anarchia all’interno dell’organismo; organismo che può, in una più ampia accezione, designare l’intera società in quanto corpo sociale organizzato, strutturato e articolato, soggetto a leggi, norme e codici: corpo sociale che, in virtù della sua complessità, è avvertito da Artaud, allo stesso modo del corpo biologico, come corrotto, soffocante e perciò invivibile.

Quella di Artaud è una vera e propria danza di guerra; essa mira allo scatenamento di una lotta intestina di una violenza tale da provocare, attraverso una sorta di aborto spontaneo, l’espulsione degli organi e con essi dello stesso giudizio di Dio.

Non c’è sistema della crudeltà senza questa lotta: “dappertutto lotta”, afferma Deleuze. È “la lotta che prende il posto del giudizio”:

E il combattimento sembra senz’altro contro il giudizio, contro le sue istanze e i suoi personaggi; ma più profondamente, è lo stesso combattente a essere il combattimento, fra le proprie parti, fra le forze che soggiogano o sono soggiogate, fra le potenze che esprimono quei rapporti di forza. (41)

Farsi attraverso la lotta interna un corpo senz’organi: questo è in definitiva, per Artaud, l’unico modo di sfuggire al giudizio.

Allora, ecco, ho pensato a un teatro della crudeltà che danza e che urla per far cadere degli organi, spazzando tutti i microbi / e nell’anatomia senza crepe dell’uomo, / in cui si è fatto cadere tutto ciò che è crepato, / fare, senza dio, regnare la salute. (42)

Note:

24 G. Deleuze, Per farla finita con il giudizio in Critica e clinica, Milano, Raffaello Cortina Editore, 1996, pag. 171.

25 Ibid., pag. 171.

26 A. Artaud, Succubi e supplizi, op. cit., pag. 168.

27 A. Artaud, Cahiers du retour à Paris in Œuvres complètes, op. cit., vol. XXV, pag. 63.

28 A. Artaud, Succubi e supplizi, op. cit., pag. 196.

29 J. Derrida, La parola soufflée in La scrittura e la differenza, op. cit., pag. 243.

30 Cit. in J. Derrida, La parola soufflée in La scrittura e la differenza, op. cit., pag. 235.

31 A. Artaud, Le théatre de la cruauté in Œuvres complètes, op. cit., vol. XIII, pag. 114.

32 A. Artaud, Histoire vécue d’Artaud-mômo in Œuvres complètes, op. cit., vol. XXVI, pag. 61.

33 A. Artaud, Pour en finir avec le jugement de dieu in Œuvres complètes, op. cit., vol. XIII, pag. 104.

34 G. Deleuze e F. Guattari, Come farsi un corpo senza organi? in Millepiani. Capitalismo e schizofrenia. sez II, op. cit., pag. 8.

35 A. Artaud, Pour en finir avec le jugement de dieu in Œuvres complètes, op. cit., vol. XIII, pag. 104.

36 U. Galimberti, Il corpo, Milano, Feltrinelli, 2003, pag. 488.

37 A. Artaud, Le théâtre de la cruauté in Œuvres complètes, op. cit., vol. XIII, pag. 112.

38 Ibid., pag. 109.

39 A. Artaud, Dossier de Pour en finir avec le jugement de dieu in Œuvres complètes, op. cit., vol. XIII, pag. 287.

40 U. Galimberti, Il corpo, op. cit., pag. 489.

41 G. Deleuze, Per farla finita con il giudizio in Critica e clinica, op. cit., pag. 172.

42 A. Artaud, Dossier de Pour en finir avec le jugement de dieu in Œuvres complètes, op. cit., vol. XIII, pag. 280.

 
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Pubblicato da su 18 giugno 2009 in Letteratura

 

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