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Alessandro Giarda, Esperienze della sovranità: il surrealismo di Georges Bataille e Antonin Artaud (Vercelli, Mercurio, 2008)

17 Giu

Antonin Artaud: una delle figure più tormentate e una delle voci più sconcertanti nel panorama letterario francese della prima metà del ‘900 rivisitata da Alessandro Giarda in chiave filosofica alla luce di una paradossale aspirazione che emerge da diversi testi dell’autore de il teatro e il suo doppio: quella di un corpo privo di organi…

A. Artaud

Per un corpo senza organi…

L’Artaud materialista non ha dubbi: “la realtà è terribilmente superiore a ogni storia, a ogni favola, a ogni divinità, a ogni surrealtà”(1). “Solamente, nell’esistenza così come la viviamo qui, il tuono tuona, i lampi camminano”(2); “niente stati surnormali, / nessun essere al di fuori della vita / niente stati al di fuori della vita del tempo quotidiano”(3) …

Ma qual è il mezzo attraverso cui affermare questa trionfante superiorità del Reale sul Simbolico?

La sola pratica possibile per Artaud consisterebbe nella riconquista (ricostruzione) del proprio corpo; quel corpo che è stato sottratto all’uomo prima ancora della sua nascita, giacché, proprio come a proposito della parola, si può parlare di corpo soufflé: corpo rubato…

“CHE COSA HAI FATTO DEL MIO CORPO, DIO?” grida Artaud all’indirizzo del biblico “Demiurgo”.

Ora l’odiosa storia del Demiurgo / è ben nota / È quella di quel corpo / che perseguiva (e non seguiva) il mio / e che per passare prima e nascere / si proiettò attraverso il mio corpo / e / nacque / dallo sventramento del mio corpo / di cui conservò un pezzo su di sé / per / farsi passare / per me stesso. / Ora c’eravamo solo io e lui / lui / un corpo abbietto / che gli spazi rifiutavano, / io / un corpo che stava facendosi / di conseguenza non ancora arrivato al suo compimento / ma che si evolveva / verso la purezza integrale / come quello del sedicente Demiurgo, / il quale sapendosi inaccettabile / e volendo vivere malgrado ciò a ogni costo / non trovò nulla di meglio / per essere / che nascere a costo del / mio assassinio. […] / Ed è la storia vera delle cose / come si è veramente svolta / e / non / come vista nell’atmosfera leggendaria dei miti / che fanno sparire la realtà. (4)

Stando ad Artaud, il corpo è sottratto all’uomo, oltre che da Dio, anche dalla società stessa:

Il fatto è che non siamo padroni dei nostri corpi. I nostri padre-madre ne disposero per la scuola, quando l’amministrazione non ne dispone per i riformatori o gli istituti di rieducazione, e la società per le prigioni e per i manicomi, poi la società ne dispone per la visita di leva, i preti per il “viatico” e l’estrema unzione del feretro; e la società ne dispone per la guerra. (5)

Il corpo “attuale” è estraneo all’individuo quanto il suo inconscio. Derrida spiega in poche concise parole (molte delle quali ricalcate su quelle dello stesso Artaud) in che cosa consiste questa alienazione:

Da quando ho rapporto col mio corpo, dunque dalla mia nascita, io non sono più il mio corpo. Da quando ho un corpo, io non lo sono, quindi non l’ho. Questa privazione istituisce e istruisce il mio rapporto con la vita. Il mio corpo mi è stato dunque rubato da sempre. (6)

Il simbolico ha potuto introdursi furtivamente nella realtà (sostituire il proprio nulla alla realtà) solo grazie a quella che sembra essere considerata da Artaud un’effrazione originaria: l’effrazione del corpo.

[…] corpo inusabile / fatto di carne, di sperma impazzito, / […] corpo appeso, da prima che arrivassero i pidocchi / […] corpo che suda sulla tavola impossibile / del cielo / il suo odore calloso di atomo, / la sua rauca puzza di abbietto / detritus. (7)

Materia palpitante, plasmabile, convulsiva, sovrana, materia desiderante, della stessa sostanza del desiderio (e come il desiderio minacciata costantemente), questo corpo in divenire può essere inteso, secondo Derrida, come una “non-verità presidiata alla nascita da tutto ciò che sarà legittimato nel linguaggio, cioè nella società, sotto gli appellativi di nome, di essere, di verità, di io, di dio”(8).

Chiunque si sottomette, si vede sottomettere, senza pensarle nel proprio corpo, a queste forme e a queste norme, si trova così ben formato, ossia normalizzato: normale […] sottomesso alla norma anormale di questa legge, la passività, patologica, del proprio corpo assoggettato. (9)

In fondo, il corpo è soufflé non solo in quanto rubato, ma anche in quanto suggerito, modellato secondo i canoni di una legge che non gli appartiene e della quale soffre. Ogni corpo, come afferma lo studioso José Gil, è segnato da simile destino che lo costringe a portare le stigmate di una manipolazione occulta:

I corpi saranno condannati a ripetere all’infinito il rito della conformità al Significante supremo: cercheranno senza sosta di incarnarsi, ossia di obbedire alla regola che li porta ad apparire nella loro carne (in sfacelo) come presenza pura del Significante supremo e dispotico. È la via insegnata da tutte le religioni, sia nell’eucarestia (dove l’incarnazione del corpo di Cristo ha il fine di cambiare il corpo – e lo spirito – del fedele), sia in qualsiasi pratica che, come nel buddismo, mira a riprodurre nel corpo umano il “corpo glorioso” del Buddha. Si tratta sempre della presenza di un Senso supremo che deve essere realizzato. Questa si chiama incarnazione. (10)

All’interno di qualsiasi ordine sociale o religioso, il corpo si troverà sempre, allo stesso tempo, consegnato (nel senso di affidato a qualcuno da altri per un periodo limitato), assegnato (destinato a una finalità) e rassegnato…

È proprio la lacerante percezione sulla propria pelle di una simile condizione servile che spinge Artaud ad affermare che “l’anatomia attuale dell’uomo è […] l’anatomia del numero, quella che è piaciuta al più gran numero di buoi, di asini e di pigri imbecilli”(11). Lo scrittore denuncia a più riprese e con grande veemenza il sopruso di questa legge anatomica a cui ogni uomo deve piegarsi: “io non sopporto l’anatomia umana, / perché? / Per il fatto che l’anatomia umana è falsa fisicamente e teatralmente”(12). Anche “l’ultimo carbonaio deve comprendere / che se ne hanno piene le scatole della malproprietà / fisica, come psicologica, / e DESIDERARE un cambiamento / CORPORALE / di fondo”(13).

“L’uomo moderno”, sostiene ancora Artaud, “viene a suppurazione e puzza perché la sua anatomia è cattiva, e il sesso in rapporto al cervello è mal piazzato nella quadratura dei due piedi.”(14)

Nella prospettiva di Artaud, il corpo “attuale” non è altro che qualcosa di fatalmente corrotto, larvale, illegittimo. Dal moto di rigetto nei confronti di questo corpo nasce dunque l’idea, il progetto di ricostruzione di un corpo che sia espressione piena della propria sovranità, perché “non pensare a una ricostruzione”, secondo Artaud, “è pensare all’istituzione”(15), ossia al mantenimento dello stato tirannico delle cose, al protrarsi della vita in un’atmosfera di rinuncia e di mal-essere.

L’uomo è malato perché è mal costruito. / Bisogna decidersi a metterlo a nudo per raschiargli via / questo animaluncolo che lo rode mortalmente, / dio, / e con dio / i suoi organi. / Perché legatemi se volete, / ma non c’è niente di più inutile che un organo.(16)

Gli organi, che per Artaud, “a guardarli da vicino, nessuno ha mai compreso a cosa servissero”(17), corrompono la semplicità e la “coesione primaria” del vero corpo, il corpo senza organi, introducendo in esso il principio della differenziazione organica e dell’articolazione. Lo doppiano, triplicano, moltiplicano all’infinito: in breve lo trasformano in un organismo complesso e in quanto tale complessato.

L’anatomia in cui siamo infagottati è un’anatomia creata da asini patentati, medici e sapienti che non hanno mai potuto comprendere un corpo semplice e che, per vivere, avevano bisogno di ritrovarsi in un corpo che fosse adatto a loro e che essi potessero comprendere. E si sono impadroniti del corpo umano e l’hanno rifatto seguendo i principi di una chiara e sana logica, punto per punto, organo per organo, analitico a loro modo. […] È pertanto certamente il funzionamento, si potrebbe dire sillogistico, del corpo umano così come attualmente esiste che è causa di tutte le malattie. […] È la spaventosa pullulazione dei nervi, lo spaventoso frazionamento della circolazione sanguigna che sono causa di tutte le malattie.(18)

La posizione di Artaud è radicale:

Il corpo è il corpo, / esso è solo / e non ha bisogno di organi, / il corpo non è mai un organismo, / gli organismi sono i nemici del corpo, / le cose che lo costituiscono / avvengono da sole / senza il concorso di alcun organo, / ogni organo è un parassita, / ricopre una funzione parassitaria / destinata a  far vivere un essere / che non avrebbe dovuto essere là. […] La realtà non è ancora costruita perché i veri organi del corpo umano non sono ancora composti e piazzati.(19)

A questo proposito Derrida sostiene:

Artaud diffida del corpo articolato, così come diffida del linguaggio articolato, del membro così come della parola, in un modo unico e uguale, per una sola e medesima ragione. Perché l’articolazione è la struttura del mio corpo e la struttura è sempre struttura d’espropriazione. La divisione del corpo in organi, la differenza interna della carne apre la carenza, attraverso la quale il corpo si fa assente a se stesso, dando a intendere di essere, o credendo di essere lo spirito. (20)

Anche Deleuze e Guattari sottolineano il fatto che il corpo “sotto gli organi sente larve e vermi ripugnanti, e l’azione di un Dio che lo sconcia o lo strangola organizzandolo”(21), specificando come, allo stesso tempo, “il corpo soffra d’essere così organizzato, di non avere un’altra organizzazione o assolutamente nessuna organizzazione”(22).

L’organismo non è assolutamente il corpo, il CsO [formula introdotta da Deleuze e Guatari che sta per corpo senza organi], ma uno strato sul CsO, cioè un fenomeno di accumulazione, di coagulazione, di sedimentazione, che gli impone forme, funzioni, collegamenti, organizzazioni dominanti e gerarchizzate, trascendenze organizzate per estrarne un lavoro utile. (23)

È infatti proprio dietro l’organizzazione del corpo che, secondo Deleuze, si situa il giudizio di Dio, il carnefice di Artaud…

Note:

1 Ibid,. pag. 29.

2 A. Artaud, Succubi e supplizi, op. cit., pag. 133.

3 A. Artaud, Cahiers du retour à Paris in Œuvres complètes, op. cit., vol. XXII, pag. 179.

4 A. Artaud, Œuvres complètes, op. cit., vol. IV, pag. 109.

5 A. Artaud, Lettres écrites de Rodez (1945-1946) in Œuvres complètes, op. cit., vol. XI, pag. 272.

6 J. Derrida, La parola soufflée in La scrittura e la differenza, op. cit., pag. 233.

7 A. Artaud, Ci-gît in Artaud le Mômo, Ci-gît e altre poesie, op. cit., pag. 129.

8 J. Derrida, Forcener le subjectile in Antonin Artaud: Dessins et portraits a cura di Paule Thévenin e Jacques Derrida, Paris, Gallimard, 1986, pag. 72.

9 Ibid., pag. 72.

10 J. Gil, Corpo in Enciclopedia, Torino, Einaudi, 1978, vol. III, pag. 1132.

11 A. Artaud, Succubi e supplizi, op. cit., pag. 136.

12 A. Artaud, Cahiers du retour à Paris in Œuvres complètes, op. cit., vol. XXII, pag. 271.

13 A. Artaud, Lettres a propos de Pour en finir avec le jugement de dieu in Œuvres complètes, op. cit., vol. XIII, pag. 132.

14 A. Artaud, Cahiers du retour à Paris in Œuvres complètes, op. cit., vol. XXII, pag. 275.

15 A. Artaud, Histoire vécue d’Artaud-mômo in Œuvres complètes, op. cit., vol. XXVI, pag. 17.

16 A. Artaud, Pour en finir avec le jugement de dieu in Œuvres complètes, op. cit., vol. XIII, pag. 104.

17 A. Artaud, Dossier de Pour en finir avec le jugement de dieu in Œuvres complètes, op. cit., vol. XIII, pag. 280.

18 A. Artaud, Histoire vécue d’Artaud-mômo in Œuvres complètes, op. cit., vol. XXVI, pag. 182.

19 A. Artaud, Dossier de Pour en finir avec le jugement de dieu in Œuvres complètes, op. cit., vol. XIII, pag. 287.

20 J. Derrida, La parola soufflée in La scrittura e la differenza, op. cit., pag. 242.

21 G. Deleuze e F. Guattari, L’anti-Edipo, op. cit., pag. 10.

22 Ibid., pag. 9.

23 G. Deleuze e F. Guattari, Come farsi un corpo senza organi? in Millepiani. Capitalismo e schizofrenia. sez II, Roma, Castelvecchi, 1996, pag. 19.

[continua]

 
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Pubblicato da su 17 giugno 2009 in Letteratura

 

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