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Place des Victoires, Parigi 1959

Vidi, allora, tra i raggi del sole che accarezzavano i palazzi e si riflettevano nelle finestre degli appartamenti, accecandomi in parte, la piazza rotonda incominciare a ruotare su se stessa.

Sette movimenti di rotazione della piazza, come il lato di un disco sul piatto di uno stereo…

Fuochi d’artificio della memoria: lampi, sprazzi…

Scherzo del destino: scherzo parigino…

(Diego Scarca, Scherzo parigino, cap. XXXVIII-XXXIX)

Place des Victoires, 1959

*** *** ***






Questa breve sequenza di immagini è tratta dal cortometraggio di Guy Debord,  Sur le passage de quelques personnes à travers une assez courte unité de temps; cortometraggio realizzato nel 1959.

 
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Pubblicato da su 9 agosto 2009 in Cinema, Foto, Letteratura

 

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Scherzo parigino (cap. XIV-XV)

Tableau de ciel (Ciel de Paris) - chhs
Tableau de ciel (Ciel de Paris) – chhs (“Libération”)

XIV

“Devi soltanto venire a ritirarli nel mio studio”, mi disse di nuovo Matilde, quella domenica sera al bar.
- Io non mi fido ad andare in giro da sola con tutti quei soldi addosso. Sono tanti e tutti in biglietti da cento franchi.
Per evitare ogni forma di controllo da parte del fisco (e mi aveva spiegato che solo in questo assomigliava al padre), Matilde si faceva sempre pagare in contanti dai suoi facoltosi clienti le sue sedute di fisioterapia, preferendo custodire i suoi soldi in cassaforte piuttosto che metterli in banca, perché trovava ingiusto che una parte del suo lavoro dovesse andarsene in fumo in quel modo (in tasse), quando c’era tanta gente a cui, al limite, secondo lei, quei soldi avrebbero potuto far comodo.
- Puoi venire a prenderli domani sera, se vuoi. Io finisco il lavoro alle sette e poi, se ti va, ceniamo insieme.
E l’indomani sera, un lunedì freddo e grigio come era stata la domenica, effettivamente ci andai, ma dopo che, durante tutta una notte insonne, ebbi studiato nei minimi particolari il modo in cui l’avrei uccisa.

Eye catching eye - parisdaily
Eye catching eye (parisdailyphoto.com)

XV

Niente di più facile da realizzare.
I sospetti ricadranno tutti su quel maniaco di cui Matilde, su mio consiglio, ha fornito alla polizia la più dettagliata delle descrizioni.
Non tarderanno, del resto, a pubblicarne l’identikit sui giornali: sul “Figaro” o su “France-Soir”. Ammesso che non riescano a beccarlo prima: sorpreso ad aggirarsi, per l’ennesima volta, sul luogo del delitto.
Le prove saranno schiaccianti.
Ha passato o no tutta una settimana a farle paura e a suonarle il campanello di casa? Glielo aveva detto alla polizia.
Il problema è che non riesca a precedermi e a ucciderla lui prima di me.
Ma non penso. Deve essere uno sbandato: un individuo incapace di passare all’atto e di concretizzare un’idea.

E chi vuoi che possa pensare a me?
Non mi interpelleranno nemmeno. E’ già tanto se guardano nel comodino e trovano quella lettera. E poi posso sempre riprendermela.
No, gliela lascio. Penseranno ad un amante che aveva avuto quattro anni prima e a cui lei era ancora affezionata. Mai saputo che esistano degli amanti che tornano a farsi vivi quattro anni dopo e si mettono a uccidere.
Di regali gliene ho fatti. Pochi, ma gliene ho fatti. E poi che cosa c’entra? I regali non portano mica la firma dell’assassino.
Di foto, neanche una.
Altre tracce del mio passaggio non ne vedo. A meno che non si diverta a registrare le nostre telefonate.
Le cancellerò.

Chi vuoi che possa pensare a te?
Amici in comune non ne abbiamo. Io, di lei, non ho mai parlato a nessuno. E lei, di me, non credo proprio. Mi ha sempre detto che non ha delle vere amiche con cui confidarsi.
Di persone nuove non me ne ha più presentate. E quelle che conoscevamo quattro anni fa sono partite. Va’ a sapere che fine ha fatto Adela… E quella ragazza brasiliana? Come si chiamava già? E Sandro? Mai più sentito neanche lui. Se ne vanno via tutti prima o dopo.
Meglio così.
Di vicini non ne ho mai visti. E non credo proprio che si divertano a spiarmi dal buco della serratura, quando arrivo e quando me ne vado.
Non sarà mica andata in giro a spiattellare tutto al primo venuto? Quante volte ci vediamo, dove, come e perché. Riservata com’è.
E anche se lo avesse fatto, quale sarebbe stato il movente del mio delitto?
Glielo avrà ben detto, a quel primo venuto, che sono la persona a cui tiene di più. Me lo ripete sempre. E io l’avrei uccisa? Per quale motivo?
I soldi che impresta non se li segna mai. Me l’ha detto lei. Neanche un registro per i conti. Chissà come farà, poi, con tutti quei clienti…

I suoi verranno dall’Italia a riprendersi la salma della figlia. Come si fa in questi casi?
Ci saranno dei treni speciali per i morti. Chissà quante pratiche…
E vuoi che si mettano a pensare a uno sconosciuto?
“Mai visto prima d’ora”. “Sapevo che mia figlia lo frequentava qualche anno fa. Voleva persino presentarmelo, ma poi non me ne aveva più parlato”.
E anche se gliene avesse ancora parlato? Che ne sapeva, sua madre, dei nostri rapporti?
“Con i miei da un po’ di tempo non ci parlo più. Li sento così freddi e distanti”.
E’ giusto che sia così.
Povera Matilde, in quella cassa da morto sul treno, con il freddo che fa…

E se la polizia avesse deciso di intervenire e di farle sorvegliare la casa?
Ma figurati! E’ come con le bombe nelle stazioni e negli aereoporti. Di precauzioni non ne prendono neanche una o, se le prendono, le prendono sempre in ritardo.
Arrivano le telefonate anonime e nessuno si muove. Poi, una volta che hanno fatto saltare qualcosa in aria, tutti corrono ai ripari. Si intensificano i controlli e non si può più viaggiar tranquilli. Fino a quando, passa un po’ di tempo, uno si dimentica la bomba, allentano i controlli, e voilà: altra telefonata anonima, altra lettera intimidatoria, qualcos’altro che salta in aria, e via di seguito. Si ricomincia da capo.
“Non è il caso di allarmarsi, signorina. Ma se lo immagina? Se dovessimo far sorvegliare tutti gli appartamenti dove ci hanno segnalato la presenza di un maniaco, non la finiremmo più di arruolare poliziotti. Avremmo la percentuale di un agente in divisa per ogni cittadino in borghese. Stia tranquilla! Non le succederà nulla. E se, per caso, le succedesse qualcosa, non esiti a rifarsi viva”.

La cosa migliore è strangolarla.
Con un coltello, o uno ci sa fare o, se no, sai che disastro…
Le urla. Rincorrerla…
Tutto quel sangue sulla moquette e sulle pareti, sulle lenzuola e sui suoi vestiti strappati…
Tutto quel sangue che ti può finire addosso.
E credi, poi, di potertene uscire per la strada così, senza che nessuno se ne accorga?

Guarda un po’ il destino!
Proprio un paio di guanti doveva regalarmi per Natale.
Un paio di guanti di pelle, d’un color marrone chiaro, che avevo estratto, sotto i suoi occhi, dalla confezione natalizia, senza riuscire a mascherare un certo disappunto.
- Disprezzi sempre i miei regali. Perché te ne vai in giro, in pieno inverno, con il colletto della camicia sbottonato, quando ti ho regalato una sciarpa e una cravatta?
Questa volta me le sarei messe. Come i guanti, mi sarebbero potute tornare utili. Sarebbe stata la prima cosa che avrebbe notato in me.

Avrei lasciato passare quasi una settimana.
Sarei andato a trovarla nella notte tra il sabato e la domenica, verso le due o le tre. Avrei bussato alla sua porta e lei mi avrebbe aperto, sentendo la mia voce, avvolta nella sua sottoveste nera che avrebbe fatto risaltare tutta la sensualità di cui era capace il suo corpo.
- E che ci fai tu qui a quest’ora? Non credo ai miei occhi.
Avrebbe finito per crederci.
Le avrei detto che avevo bisogno di parlarle.
- Entra! Non stare lì impalato.
Mi avrebbe introdotto nella sua camera da letto, dove mi sarei tolto il cappotto, sedendomi di fronte allo specchio.

- Volevo dirti che ho sentito improvvisamente di avere torto e di avere commesso un errore enorme a trattarti per tutto questo tempo in questo modo. L’ho sentito improvvisamente e ho sentito il bisogno di correre a dirtelo. Che cosa importa se sono le due di notte?
- Tu rappresenti qualcosa di talmente importante per me che io non potevo continuare a nascondermi nel gioco delle mie frasi ironiche e dei miei silenzi elusivi.
- Io non sono più capace di fare delle dichiarazioni d’amore, perché mi sembrano così infantili… Mi sentirei ridicolo di fronte a me stesso. Come si fa a diventare così aridi nella vita da non avere più il coraggio di farne?
- Nella mia vita non c’era più posto per l’amore, perché io avevo fatto di tutto per eliminarlo, giorno dopo giorno. Ne avevo paura. E quando non c’è più posto per l’amore, non c’è più posto per nulla.
Matilde si sarebbe avvicinata per nascondere la sua testa tra le mie gambe, accarezzandole e singhiozzando.
- Se sapessi quanto tempo ho sperato, quanto tempo ho aspettato che tu mi dicessi queste cose.
Avrei passato le mie mani tra i suoi riccioli neri per l’ultima volta.

 
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Pubblicato da su 18 luglio 2009 in Letteratura

 

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Scherzo parigino (cap. XIII)

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“Atomes crochus” (www.insouciance.com)

XIII

“Cara Muriel”, incominciai a sussurrare a Matilde, avvicinandomi a lei per gioco sul divano e cercando l’ispirazione per comporre una di quelle lettere.
“Carissima, dolce Muriel. Ho come l’impressione che una certa intimità si stia creando a poco a poco tra di noi”.
Com’è che mi era passata per la testa l’idea di mandarle quella lettera da Torino?
“E’ come se in questo momento, scrivendoti, ti stessi parlando, e parlandoti, ti stessi…”
Breve pausa: Matilde passò il suo braccio intorno alla mia schiena.
“Carissima Muriel, vorrei che le mie parole potessero compiere adesso qualcosa come un’immensa parabola nel cielo e giungere a scuoterti un po’ dal tuo torpore nel primo pomeriggio autunnale”.
Altra pausa.
“Vedresti il cielo stellato che adesso rischiara la mia stanza. Sentiresti il soffiare del vento caldo tra i rami dei ciliegi in fiore sul lungo viale che mi separa dal mare. E tra gli scogli: un pianto. La voce affranta di un bambino che mi giunge da lontano, lo scorrere lento dei secondi, il battito del mio cuore”.
“Sentiresti il profumo delle gemme e dei fiori sugli alberi giganteschi che circondano la mia casa e di cui non conosco purtroppo il nome”.
“Cara Muriel”, e mi scostai da Matilde, “vorrei che anche le mie mani fossero capaci adesso di compiere qualcosa come un’immensa parabola nel cielo e giungere a scuoterti un po’ dal tuo torpore nel primo pomeriggio autunnale”.

Matilde sorrise. Ma, per qualche istante, il suo volto mi sembrò velato da una certa malinconia.
- Quanti soldi ti ci vogliono per affittare quell’appartamento?
- Tanti, troppi. E’ inutile che ci pensi, tanto non li avrò mai. Quindici milioni, settantacinquemila franchi…
- Tutti subito?
- Sì, perché tra spese iniziali e un minimo di mobili… E poi è meglio che paghi qualche mese in anticipo, se no va a sapere come sarei capace di spenderli.
- Te li posso prestare io.
Finsi di non capire.
In realtà, avevo capito. Ma avevo bisogno, a quel punto, che Matilde insistesse nella sua offerta d’aiuto. Tanto più insperata, quell’offerta, perché fino a qualche minuto prima non mi ero minimamente reso conto che Matilde aveva potuto prendere sul serio quei miei propositi di andare ad abitare altrove e di scrivere un romanzo.

- Me li restituirai quando potrai. Io non saprei nemmeno come spenderli. Li tengo tutti lì, in cassaforte, sprecati… Se vuoi, te ne posso dare anche di più. Adesso ne ho tanti, ma se anche un giorno ne avessi di meno, non penso che ne farei una tragedia.
Matilde era la figlia di un ricco industriale italiano, proprietario di una catena di supermercati, e per reazione alla mentalità parsimoniosa del padre, che si era costruito una fortuna partendo dal nulla, aveva assunto (così mi aveva spiegato) un atteggiamento di indifferenza e quasi di disprezzo nei confronti del denaro.
- Non sono nemmeno capace di tenere i conti. Se vieni nel mio studio, non ci trovi neanche un registro. I soldi che impresto a qualcuno non me li segno mai. A volte mi capita che me li dimentico e, poi, quando me li restituiscono, è come se mi facessero un regalo.
Ed io accettai.

“Cara Muriel”, scrissi quella sera nella strada, “se sapessi quanto mi pesa, adesso, tornarmene da solo a casa. Sapere d’aver trascorso la giornata ad elemosinare in giro qualcosa”.
“Sapere che, intorno a me, c’è tanta, altrettanta solitudine. Gente che, a quest’ora, se ne torna come me, uscendo da un bar, da un cinema vuoto, da un’illusione…”
“Gente che s’infila le mani nelle tasche del cappotto e si stringe nelle spalle dicendosi: chissà che domani le cose non cambino; pur sapendo perfettamente che domani, dopodomani, le cose non cambieranno affatto”.
“Gente che osserva ancora, a quest’ora, come me, in un’edicola chiusa, i titoli di un giornale, i programmi degli spettacoli: gente che tenta di sbagliare strada”.
“Fare quattro passi in più a quest’ora, chiamare un taxi o meno, sfidare il freddo, camminare ancora… Tanto, che si torni prima o dopo, che cosa cambia? Fare più in fretta, per arrivare dove?”
“In quelle lenzuola sporche. In quel letto che non dividerò mai con nessuno perché me ne vergogno…”
“Mettere la sveglia, sperando che il giorno dopo non suoni. Che mi credano morto. Morto e sepolto nelle mie lenzuola”.

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“Atomes crochus” (insouciance.com)

 
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Pubblicato da su 15 luglio 2009 in Letteratura

 

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Scherzo parigino (cap. XII)

Another Dawn... - Parisdaily
Another Dawn (parisdailyphoto.com)

XII

Tornatomene a Parigi, dopo qualche giorno trascorso in Italia in occasione del Natale, ero andato, una sera, a farle visita e, preso da un insolito entusiasmo, avevo fatto qualcosa di simile a un’entrata trionfale nel suo appartamento della rue des Trois Reines, con in mano un mazzo di fiori per farmi perdonare il solito ritardo, gridandole: “Matilde, amore mio, anno nuovo, vita nuova!”

- Basta con questa esistenza da miserabili! Basta con quell’orrenda, soffocante soffitta! Da domani cambio vita e mi cerco un appartamento come si deve. Anche solo un monolocale, ma sarebbero meglio due stanze… Due stanze spaziose, piene di luce, con delle immense vetrate sulla Senna… Al quarto piano: un camino acceso, degli scaffali pieni di libri, pieni di dischi… Un mobile bar per i miei liquori e, per le mie amiche, un letto a quattro piazze… Una poltrona di cuoio, una tavola con la mia macchina da scrivere e le mie carte…
Matilde mi ascoltava stupefatta.
- Un bagno con una vasca di marmo piena d’acqua calda, di sali, di profumi esotici, di schiume… Ed io ci sguazzerò dentro tutto l’anno, da domani in poi, tra una pagina e l’altra del mio nuovo romanzo. C’è solo un problema: mi mancano i soldi per affittarlo.
- Ci andrai a vivere da solo o pensi di dividerlo con qualcuno?
- Da solo. Ma tu ci potrai venire come e quando vorrai. Anzi, no! Solo di mattina. Ti inviterò tutte le mattine a far colazione da me.
Ma mi pentii subito, mentre glielo facevo, anche di questo secondo invito.
- Ti accoglierò, con i miei capelli spettinati e la mia barba ancora da fare, in una vestaglia di seta viola.
- Perché proprio viola?
- Perché a me piace il viola e non mi interrompa quando parlo! Ti accoglierò, nella mia vestaglia di seta viola, a patto che tu mi porti, ogni volta, due fette di torta. Una per me e l’altra per te: due fette di torta appena uscite dal forno. Spalancheremo le finestre per respirare l’aria fresca del primo mattino, sotto un cielo terso, di fronte alla Senna che scorre piano piano. Sorseggeremo il nostro caffé piano piano. E, piano piano, tu te ne andrai al lavoro, mentre…
- Piano piano…
- No! Alacremente, febbrilmente (sottolineai) io mi metterò a scrivere. E, giorno dopo giorno, vedrò crescere in modo miracoloso lo spessore del mio manoscritto sul tavolo. Giorno dopo giorno, sentirò lievitare la mia forza creatrice. Giorno dopo giorno: un caffé, una fetta di torta, un bacetto sulle labbra della mia piccola Brigi… ehm… della mia amica Matilde, e poi giù al lavoro… Una nuova pagina del mio manoscritto!
- Che capolavoro! E di che cosa parlerà?
- Non lo so ancora.
- Non mi vuoi svelare neanche un segreto del tuo prossimo romanzo?
- Se ti comporti bene, ti faccio fare una parte anche a te.
- Io lo so, io lo so come si intitola!
Matilde sapeva spesso conferire alle sue parole un’intonazione infantile.
- E come si intitola? (le chiesi prestandomi al gioco)
- Le gambe di Muriel: me ne hai già parlato almeno un centinaio di volte da quando ci conosciamo. Ma non ho ancora ben capito di che cosa si tratta.

“Questa volta è la volta buona”, le dissi, abbandonando il tono esaltato con il quale l’avevo investita facendo il mio ingresso nel suo appartamento.
Corrugai la fronte, preparandomi a farle, in modo più pacato, una di quelle lezioni di letteratura che Matilde sembrava seguire sempre con grande interesse.
Tanto più facili da improvvisare, quelle lezioni, dal momento che di letteratura Matilde sembrava non possedere che alcune nozioni abbastanza rudimentali.
Le sue ultime letture dovevano risalire agli anni del liceo. Il romanzo più recente che aveva letto erano i Promessi Sposi.

- Ma a me piacevano. Mi piacevano da morire! Quella storia tra Renzo e Lucia, e poi la peste, il sindaco di Milano, l’Innominato… Chi era già l’Innominato? E Padre Cristoforo… Ah, sì, Padre Cristoforo!
Li elencava proprio tutti, con un tono afflitto, come se fosse stata, in quel momento, addolorata per la recente, improvvisa scomparsa di un parente o di un caro amico.
- Ma figurati! Avevamo un professore di italiano che, invece di farci lezione, veniva in classe ogni volta con il giornale sotto il braccio per parlarci di politica. Oppure organizzavamo delle sedute spiritiche. Ma dimmi tu… Per cinque anni così! Io avrei voluto sapere che cosa voleva dire quella storia tra Enzo e Lucia. E, invece, niente: passavamo il tempo a rievocare gli spiriti e a far parlare i fantasmi.
- Non essere così triste, Matilde. Ci son qui io a colmare le tue lacune.
E benedivo tra me quel professore di italiano per aver lasciato Matilde nelle tenebre di quella ignoranza in fatto di letteratura in cui lei stessa ammetteva di brancolare e, soprattutto, per avermi lasciato almeno un argomento di conversazione nel quale sapevo di potermi lanciare senza paura di essere minimamente contraddetto.

- Questa volta sono sicuro di avere individuato la strada giusta. Vedi, Matilde, io non mi sento fatto per un certo tipo di romanzo: le mie idee, da questo punto di vista, sono molto cambiate da quando te ne ho parlato per la prima volta. Io non mi sento capace di scrivere uno di quei romanzi che si scrivevano un tempo. Una volta, uno, pensa un po’ al Gogol, al Dostoevskij, ai fratelli Karamazov, ai romanzieri francesi dell’Ottocento… Uno poteva pensare e sperare di tracciare così, sulla carta, con le proprie parole, un vasto affresco della società del suo tempo. E così ne venivano fuori dei volumi di cinquecento pagine l’uno. La Comédie humaine del Balzac, non so più in quanti volumi sia, è troppo lunga per me: non ho nemmeno voglia di mettermi a leggerla. No, no… La mia ambizione è un’altra. E’ quella di scrivere poco ma bene: anche solo una pagina ogni tanto, quando mi prende l’ispirazione… Una paginetta ben scritta, capisci?
E muovevo le mani per mostrarle il formato di quella pagina.
- Curata nei dettagli, rifinita… Anche slegate le une dalle altre, queste pagine, ma che, messe insieme, formino alla fine qualcosa di simile a un romanzo. Hai presente i “petits poèmes en prose”?
- No, che cosa sono?
- Non ha importanza. Senti, ho un’idea geniale che mi frulla nella testa da un po’ di tempo a questa parte. Il titolo sarà sempre Le gambe di Muriel, ma ho intenzione di scrivere nell’unico modo per il quale mi sento veramente portato. Sotto forma di lettere: un romanzo epistolare. Matilde, ti rendi conto che idea originale?
- Un po’ come le Ultime lettere di Jacopo Ortis
Perché quell’ignorante di un professore di italiano non poteva continuare ad occuparsi di sedute spiritiche?
- Sì, in parte sarà così. Ma, in realtà, sarà molto diverso.

Le dissi che si sarebbe trattato di una serie di lettere composte negli angoli più disparati del pianeta (a Tokio, a Giacarta, a Berlino, su una spiaggia della Guadalupa come in uno sperduto villaggio sulle rive di un misterioso fiume del Brasile), inviate tutte ad un unico, identico destinatario: un immaginario personaggio femminile, Muriel.
In quelle lettere ci sarebbe stato posto per tutto. Emozioni del momento e ricordi di un passato lontano, immagini ricavate dal sogno e riflessioni: esperienze, delusioni, incontri nuovi, nuove occasioni…
Un lungo monologo: il tentativo di un uomo di mettere a nudo il proprio animo e di svelare i segreti del proprio animo a una donna immaginaria.

- Fa’ un po’ il conto: una lettera al giorno fanno trecentosessantacinque lettere all’anno. E cioè, calcolando che ognuna di quelle lettere riempirebbe almeno una pagina, un volume di trecentosessantacinque pagine. Mica male, eh? E se me lo pubblicano, ma me lo pubblicano di sicuro, se vedo che ha successo, ma di certo avrà successo, l’anno dopo ci faccio anche la continuazione: altre trecentosessantacinque lettere!
- Ma è meraviglioso! Sono sicura che ce la farai! Mi ricordo che una volta mi hai scritto una bellissima lettera da Torino, in cui mi parlavi della tua famiglia, di tua madre, dei tuoi fratelli… La conservo ancora nel comodino e, ogni tanto, la rileggo. Me le farai leggere tutte quelle lettere?
- Vedremo.
- Perché non me le mandi tutte a me?
- Che cosa c’entra? Tu non sei mica un personaggio immaginario. E, poi, Muriel è solo un pretesto.

Books for sale - Parisdaily
Books for sale (parisdailyphoto.com)

 
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Pubblicato da su 14 luglio 2009 in Letteratura

 

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Scherzo parigino (cap. XI)

Eiffel Tower In The Mist - parisdaily
Eiffel Tower in the Mist (parisdailyphoto.com)

XI

Quella domenica sera, invece, Matilde non mi sottopose alla sua solita seduta psicanalitica. Non tirò fuori dalle capienti tasche della sua pelliccia di visone quello stucchevole interrogatorio che mi sembrava si portasse sempre dietro, anche al bar o al ristorante, e che avrebbe dovuto permetterci di “costruire qualcosa di solido”.
Aveva ragione di essere allarmata, per una serie di fatti che si erano succeduti negli ultimi giorni e che io tentai, per tranquillizzarla, di minimizzare.
- C’è qualcuno che mi vuole del male, lo sento.
- Io, al posto tuo, non è che non mi preoccuperei… Ma può anche darsi che si tratti soltanto di uno scherzo di cattivo gusto.
Mi aveva raccontato che si era ritrovata, qualche giorno prima, con due dei vetri della sua macchina, un vecchio Maggiolone della Wolkswagen parcheggiato sotto casa, ridotti in frantumi. Aveva pensato che si trattasse del gesto di un teppista o di un ladro.
Ma il giorno dopo…
- Era giovedì mattino, mi stavo preparando ad uscire, quando ho sentito improvvisamente dei rumori dietro la mia porta. L’ho aperta per sapere che cosa stesse succedendo. C’era… c’era il cadavere di un gatto nero, disteso per terra, sulla stuoia della porta d’ingresso.

Volli calmarla dicendole che, dopo tutto, questo poteva anche non significare nulla di particolare: anche i gatti neri avevano ben diritto di andare a morire da qualche parte.
Ma lei continuò sempre più turbata.
- Anch’io ho cercato di non pensarci più. Ma, venerdì sera, quando sono tornata a casa dal lavoro…
Matilde aveva un elegante studio sugli Champs-Elysées, dove riceveva una raffinata clientela composta, per lo più, dalla gente bene di Parigi.
- Ho aperto la porta… Qualcuno aveva fatto scivolare sotto la porta un foglio di carta. L’ho raccolto pensando che fosse un dépliant pubblicitario e l’ho gettato nel cestino dell’immondizia, senza nemmeno guardarlo. Poi, più tardi, mentre mi preparavo da mangiare, non so per quale motivo, ho incominciato a sentirmi male… Istintivamente sono andata a ricercare nel cestino quel foglio, come se avessi avuto il presentimento che contenesse qualcosa d’importante. E, guardandolo meglio, ho scoperto che c’era un disegno: una donna nuda, macchiata di sangue, con un coltello infilato…
- Lascia perdere il resto. E’ meglio che ci beviamo qualcosa di forte.
E ordinai a uno dei due baristi tedeschi, i quali sfoggiavano, entrambi, quella sera, uno strano paio di orecchini rossi e neri, due doppi whisky.
- Stamattina, andando a fare la spesa, mi sono accorta che c’era un uomo che mi seguiva nella strada. Un marocchino… un marocchino che, quando sono rientrata, si è nascosto dietro la mia porta, e ci è rimasto per delle ore. E, ogni tanto, si metteva a suonare il mio campanello.
- Magari è soltanto un immigrato che si sente un po’ solo a Parigi, che si è innamorato di te e non sa come dirtelo.
Volevo, a tutti i costi, sdrammatizzare. “E’ meglio che uno non si fasci la testa prima di essersela rotta”, stavo per dirle. Ma mi trattenni dal darle un consiglio del genere, visto il disegno che il maniaco (poiché ormai, secondo me, non c’era più alcun dubbio che si trattasse di un maniaco) le aveva fatto scivolare sotto la porta.
- In ogni caso, sarebbe meglio che tu avvertissi la polizia. Non si sa mai: così stai più tranquilla.
Matilde approvò il mio consiglio. Mi promise che lo avrebbe fatto la sera stessa, dicendomi che lei, come una stupida, non ci aveva nemmeno pensato.
In preda al nervosismo, non era più stata capace di controllarsi, e aveva approfittato, quel pomeriggio, del fatto che il marocchino si era allontanato momentaneamente dal suo appartamento, per uscire di casa e recarsi in chiesa
- Non ti sarai mica messa a credere in Dio, tutto a un tratto, soltanto perché c’è un marocchino che ti fa il filo?
- Che stupido! Che cosa c’entra? Ci sono andata perché era l’unico posto dove mi sembrava che potessi sentirmi al sicuro. Anche senza pregare, a volte uno ci può andare, in chiesa, per stare in raccoglimento. Io, a volte, ci passerei delle ore, in silenzio, ad ascoltare un organo che suona o a guardare le luci che filtrano dalle vetrate.
- Povera Matilde! Quante te ne capitano! Ma non temere (le dissi, dandole una fraterna carezza sul volto): fin quando ci sarò qui io, dovranno fare, tutti, i conti con me. Se qualcuno prova a torcerti anche solo un capello senza la mia autorizzazione…
- Che cosa vuol dire “senza la mia autorizzazione”?
- Voglio dire che sono pronto a difenderti da quel marocchino a spada tratta, a denti stretti. A cavalier donato non si guarda in bocca, no?
Matilde sembrò rilassarsi.
- Senti, a proposito di fare i conti…
E ordinai altri due doppi whisky, tanto li avrebbe pagati tutti lei.
- Non è per cambiare discorso. Ma visto che ci siamo: quei soldi che avevi promesso di imprestarmi?
Finsi un leggero imbarazzo nell’affrontare l’argomento.

Nonostante le sue generose premure, le sue attenzioni materne, soprattutto quando credeva di sapermi angustiato da delle difficoltà di tipo economico, questa volta Matilde quei soldi se li era proprio scordati. Colpa probabilmente di quei vetri in frantumi, del cadavere di quel gatto nero e di quel disegno osceno infilato dal maniaco sotto l’uscio della sua porta.

The details are in the devil - Parisdaily
The details are in the devil (parisdailyphoto.com)

 
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Pubblicato da su 13 luglio 2009 in Letteratura

 

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Scherzo parigino (cap. X)

Paris roof tops at dawn - parisdaily
Paris roof tops at dawn (parisdailyphoto.com)

X

Tornatomene a casa, dovetti lavarmi a lungo prima di far scomparire ogni traccia di quella sporcizia che mi era sembrato di essermi portato addosso dal mercato.
“Chiudi un cassetto e aprine un altro”, avrebbe saputo dirmi in quel momento mio padre, che mi sembrava possedesse la straordinaria abilità, simile a quella di Montaigne, di esprimersi spesso in latino e quasi sempre sotto forma di proverbi: pillole di saggezza quotidiana da somministrare ai figli prima, durante, e dopo i pasti.
- Vatti a rileggere quella pagina del Machiavelli che spero che tu conosca, altrimenti non si può proprio dire che tu abbia studiato… Quella lettera all’amico Francesco Vettori in cui il Machiavelli descrive la sua giornata passata sulle sue terre, in mezzo a dei contadini: gente rozza, incolta… Ma quando arriva la sera, si spoglia degli abiti che è stato costretto ad indossare di giorno (mi pare che dica proprio così, anche se adesso la memoria forse mi tradisce) e poi è capace di ritornare in compagnia dei classici. Questo è quello che voglio dire quando dico che tu devi essere capace di chiudere un cassetto e aprirne un altro.

Purtroppo, non ne ero proprio capace.
E, quella sera, dovetti accontentarmi di sdraiarmi sul letto, di fissare, inebetito, il soffitto della mia stanza per vedervi involontariamente sfilare, come proiettate da una macchina inceppata, nascosta nel mio cervello, le immagini della mia domenica.
Un mercato delle pulci che si era, nel frattempo, trasformato in un’anticamera gigantesca dell’inferno: un limbo dove si muovevano cose, uomini, ombre, dove caterve d’oggetti usati lanciavano un accorato appello ad un’umanità disperata per essere restituiti alla vita, reinvestiti di un significato, riconsumati, prima di precipitare per sempre nel nulla.
Macerie dalle quali mi sentii inghiottito. Immondizie sulle quali, ad un certo punto, vidi gettato il mio cadavere. Maschere che si sovrapponevano le une alle altre e tra le quali tentavo di distinguere il volto di Brigitte, mentre continuavo a rivedere, al suo posto, quello di una vecchia sdentata e quello di un barbone che avevo incrociato nella metropolitana.
Fin quando non venni distratto da quella sequenza assurda di immagini dallo squillo del telefono.

All’altro capo del filo era la voce di una persona che, in quel momento, avrei volentieri fatto a meno di sentire: la voce di Matilde, la quale mi disse che aveva assolutamente bisogno di vedermi, quella sera stessa.
- Cerca di capire, Matilde. Sono le nove e io sono già in pigiama. E non ho nessuna voglia di rivestirmi.
- E che cosa ci fai in pigiama a quest’ora?
- Saranno affari miei! Avrò ben diritto di mettermi a letto quando ne ho voglia e con chi voglio.
- Senti, cerca di capirmi. Ho bisogno di parlarti: ti ho cercato tutto il pomeriggio…
Le dissi che lo avevo trascorso a visitare il castello di Versailles.
- Mi stanno succedendo delle cose stranissime e non te le posso raccontare così, al telefono… Sono in una cabina a qualche metro da casa tua: non ti costa nulla scendere. Sei l’unica persona sulla quale posso contare in questo momento.

Matilde aveva il dono di drammatizzare le cose più insignificanti che le capitavano. Parlava sempre con una certa enfasi anche delle situazioni più banali nelle quali si trovava coinvolta.
Mi sentii in diritto di andare a verificare, dalla finestra della mia stanza, l’esattezza delle sue parole al telefono, nel tentativo di riconoscere, in una delle squallide cabine telefoniche tappezzate di annunci pubblicitari, di scritte equivoche e di proposte indecenti, che costeggiavano la rue Etienne Marcel, la sua fisionomia inconfondibile: Matilde avvolta in una bianca pelliccia di visone, sulla quale dovevano trionfare i suoi riccioli neri, il suo profilo leggermente aquilino, la sua fronte corrucciata, scavata da alcune rughe all’altezza degli occhi che la facevano sembrare a volte arrabbiata, spesso afflitta, comunque perennemente tesa.
Non vidi, invece, che una fitta coltre di nebbia calata sulla città e sulla piazza, in mezzo alla quale sembrava cavalcare il re di bronzo, come nelle favole. E le promisi allora di raggiungerla.

Tanto valeva. Le cose così urgenti che aveva da dirmi e alle quali aveva alluso in modo tanto affannato al telefono le conoscevo in anticipo. E se non quella sera, un’altra, che cosa sarebbe cambiato? Una volta che fosse stata particolarmente insistente, avrei finito per accettare di ascoltarla per l’ennesima volta, se non altro per evitare di sentirla lamentarsi sul mio conto e sulla mia scarsa disponibilità nei suoi confronti.
La nostra relazione non poteva continuare in eterno così. Non era né amicizia né amore, secondo lei.
- Che cosa rappresento io per te?
Invece di confessarle che non rappresentava nulla, preferivo risponderle “che cosa vuoi che ne sappia?” e che mi sentivo incapace di spiegarle così, sul momento, nel giro di qualche minuto, una “complicità” che tra noi ormai durava da anni.
Matilde possedeva anche il dono delle domande generiche. Una volta le avevo detto che le sue domande assomigliavano ai temi che i ministri della Pubblica istruzione decidono di far svolgere ai candidati alla Maturità: “Il candidato, sulla base delle proprie personali esperienze e su quella delle proprie letture, tenti di individuare motivi di continuità e di discontinuità nella storia della letteratura italiana dalle origini ai giorni nostri”. Oppure: “Alla luce di esempi tratti dalla vita di tutti i giorni, il candidato commenti questo verso di Pindaro: l’uomo non è che il sogno di un’ombra“…

- Parlami un po’ del tuo rapporto con i tuoi. Di tua madre, ad esempio: mi sembra che tu le voglia molto bene.
- Che cos’è che ti ricordi della tua infanzia?
- Pensi che sarai capace, un giorno, di vivere con una donna?
- Che cosa cerchi in una donna?
- Ma che cosa vuoi che cerchi?

La verità (e mi ero sforzato di farglielo capire) era che, nonostante il fatto che tra me e Matilde, qualche anno prima, ci fosse stato qualcosa, ora di quel qualcosa non avevo più nessuna intenzione di sentir parlare. Ma ero stato incapace, qualche anno prima, di dirle per sempre addio.
La verità era che mi sentivo solo a Parigi e che mi faceva comodo sentire, di tanto in tanto, per quanto antipatica o patetica mi potesse sembrare, la voce familiare di qualcuno, venuta a rompere per qualche istante il silenzio insopportabile della mia stanza.
Per tanto tempo mi ero rifiutato di ammetterlo. Avevo preferito mentire a me stesso, nascondermi le mie debolezze e confonderle con un sentimento generoso.
C’è qualcosa di profondo che mi unisce a lei, mi dicevo. “La nostra è un’amicizia”, le ripetevo, “alla quale non sarà facile per me rinunciare”.
- Mi tratti come se fossi un uomo. Ma io non sono un uomo: sono una donna. Ma ti rendi conto di quanto tempo stiamo sprecando? Io ho la sensazione che tu ci tenga a me, ma che, nello stesso tempo, tu abbia paura di fare un passo in più. Cercando di conoscerci meglio, di andare più a fondo tra di noi, nel nostro modo di comunicare… Anche con il corpo. Sì, che male c’è? Anche con il corpo: per me non è che un modo come un altro di comunicare. Quando cerco, ad esempio, di farti un gesto affettuoso… Che ne so? Quando cerco di prenderti a braccetto per la strada, tu ti tiri sempre indietro, l’ho notato, come se tu avessi paura.
- Senti, Matilde. Più a fondo di così io non ci voglio e non ci posso andare.
- Non fai il minimo sforzo per dare qualcosa agli altri. Sei un egoista. Aspetti sempre che gli altri ti cerchino, che io ti cerchi.
- Nessuno ti obbliga a farlo. Hai solo da telefonare a qualcun altro. Io sarei ben contento di sapere, ad esempio, che…
- Ma che cosa credi? Che non ne abbia le possibilità? Che mi manchino le occasioni?
- Senti, Matilde… Se vuoi che continuiamo a vederci così, a me sta bene. Se no, che cosa vuoi che ti dica? Tanto peggio per me. Insieme possiamo fare un mucchio di cose. Ce ne possiamo andare a teatro, al cinema, a un concerto, a una mostra, in discoteca, al ristorante, al circo… Dappertutto tranne che…

E, invece, in un letto, prima o dopo, ci finivamo sempre.
Quella vita mondana alla quale avremmo dovuto partecipare in modo tanto intenso (lei con la sua pelliccia di visone bianca, degna compagna, ricca ed elegante, di un intellettuale squattrinato ma non privo di fascino con il suo immancabile vestito nero degli inizi del secolo), quella vita notturna grazie alla quale, a Parigi, avremmo dovuto fare, ogni notte, nuove, eccitanti scoperte, quella vita non rimase che un sogno.
Il più delle volte mi invitava nel suo appartamento della rue des Trois Reines, da dove non sarei uscito, ogni volta, senza prima aver subìto, ogni volta, immobilizzato sul suo divano come sul lettino di uno psicanalista, la tortura delle sue domande generiche che avrebbero dovuto servirci, secondo lei, a conoscerci meglio.
Matilde era una brillante e affermata fisioterapista a Parigi, ma si era occupata anche per anni di psicoanalisi.

Mi convinsi, quella sera, dirigendomi al bar dove ci eravamo dati appuntamento (un bar gestito da una coppia di omosessuali tedeschi, dove si respirava un’aria fetida, intrisa di fumo e di alcool), che detestavo Matilde, che la odiavo, che dovevo sbarazzarmene e che l’unico modo per farlo sarebbe stato ucciderla.
Altrimenti, avremmo ripercorso insieme il solito vicolo cieco. Ci saremmo ripromessi, una volta, di non vederci più, e puntualmente, una settimana, quindici giorni, un mese o tre mesi dopo, lei mi avrebbe richiamato con un pretesto qualsiasi e, con un pretesto qualsiasi, mi avrebbe proposto di rivederci.
E allora saremmo ricaduti o, meglio, io sarei ricaduto in quella serie di contraddizioni, di conflitti di fondo, di timori inconsci, di resistenze e di frustrazioni che caratterizzavano, secondo lei, il mio comportamento, e di cui lei parlava sempre e soltanto a proposito di me.

 
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Pubblicato da su 12 luglio 2009 in Letteratura

 

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Scherzo parigino (cap. IX)

Enough cold and rain - Parisdaily
Enough cold and rain (parisdailyphoto.com)

IX

Era stato verso la fine dell’estate che avevo avuto occasione di vedere Brigitte per l’ultima volta; un giorno di metà settembre in cui lei mi aveva mostrato l’ultimo acquisto che aveva fatto al mercato delle pulci: un paio di scarpette bianche con un lungo tacco a spillo.
Me le aveva mostrate al solito bar dove ci eravamo dati appuntamento, domandandomi ripetutamente se non le trovassi magnifiche, al punto che avevo dubitato che la sua soddisfazione non si riferisse tanto al suo ultimo acquisto quanto alle sue gambe abbronzate che risaltavano tra quelle scarpette bianche e una gonna corta, anch’essa bianca.
Quella sera di metà settembre, Brigitte mi aveva invitato a cena a casa sua.
Dirigendoci allo Châtelet, dove avremmo cercato un taxi, l’avevo presa a braccetto, dicendole, sul ponte sulla Senna, che mi sentivo un po’ come il principe delle favole, ma senza carrozza, che riaccompagna a casa sua la sua Cenerentola dalle scarpette bianche.
Le avevo portato, per festeggiare quella cena, due bottiglie di Barolo del sessantotto che avevo sottratto, in uno dei miei sporadici ritorni in Italia, alla cantina di mio padre; una cantina che presentava, secondo mio padre, sempre più spesso, dei vuoti inspiegabili.
- Tu ne quaesieris: scire nefas! In questa casa si beve troppo vino, d’accordo. In vino veritas! Ma come abbiano fatto a sparire, tutto a un tratto, proprio tutte le bottiglie di Barolo del sessantotto, questo proprio non riuscirò mai a spiegarmelo…
Il Barolo, che mi era sembrato che Brigitte avesse apprezzato particolarmente, l’ora tarda e, soprattutto, la stanchezza dovevano averla convinta, alla fine, ad accettare il mio invito a metterci a ballare, noi due, nella sua camera da letto, al ritmo di un lento, una canzone di Léo Ferré (Avec le temps) di cui avevo storpiato le parole, cercando di ripetergliele all’orecchio.
Ero uscito, assonnato, dal suo appartamento verso le cinque del mattino, dopo che, con una gomitata ai miei fianchi nel letto, Brigitte mi aveva fatto capire che sarebbe stato meglio che me ne fossi andato, perché Thierry (un Thierry di cui avevo ignorato l’esistenza fino a quel momento) sarebbe potuto tornare da un momento all’altro.

Mi diressi verso i binari della stazione della metropolitana.
Avevo finito per comprare qualcosa anch’io al mercato delle pulci di Montreuil: i tre volumi di un’edizione rara del Settecento dei Saggi di Montaigne che avevo raccolto per caso da terra, dopo aver rovistato in mezzo a un mucchio di romanzi polizieschi sgualciti.

Alesia Metro Station - parisdaily
Alesia Metro Station (parisdailyphoto.com)

 
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Pubblicato da su 9 luglio 2009 in Letteratura

 

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Scherzo parigino (cap. VIII)

Paris bridges - parisdaily
Paris bridges (parisdailyphoto.com)

VIII

Un venditore ambulante di caldarroste.
Una coppia di anziani che tentavano di rallegrare i passanti: lui accompagnandosi con la fisarmonica, lei compiendo, di tanto in tanto, qualche passo di danza.
Dei giovani li applaudivano, ma mi sembrava che lo facessero più per scuotersi dal freddo e riscaldarsi le mani che per altro.

Mi misi a frugare dentro a degli scatoloni ricoperti di muffa.
In uno, un servizio di piatti; in un altro, delle carte geografiche e un mappamondo; in un altro, delle collezioni di francobolli; in un altro ancora, dei ritagli di riviste di moda e un album di fotografie: l’album dei Dupont.
Mi misi a sfogliarlo.

Anne e Pierre Dupont nel giorno delle loro nozze: una foto di gruppo in cui si intravedeva una chiesa gotica.
I coniugi Dupont in vacanza: una spiaggia vuota e, sullo sfondo, il mare.
Anne e Pierre Dupont, il giorno del battesimo della piccola Geneviève. La piccola Geneviève ritratta nella vasca da bagno. I coniugi Dupont e la piccola Geneviève nel giorno della sua prima comunione.
Pierre Dupont invecchiato, seduto in poltrona, le gambe incrociate, la pipa in bocca e un volume tra le mani.
Anne Dupont da sola, intenta a stirare.
La foto di una scolaresca. Altre foto di gruppo. Una casa in montagna, con i Dupont al balcone.
Una festa.
Di nuovo i coniugi Dupont, questa volta il giorno delle nozze di Geneviève.
L’album finiva lì.

In un altro scatolone, delle cartoline.
Ne presi in mano un mazzo, avvolte in un foglio di carta velina e legate tra loro da una nastro rosa.
Sciolsi il nastro.
Erano firmate tutte da un certo Yves ed erano state spedite tutte, da una stazione balneare a sud di Bordeaux, ad una certa Thérèse.
Primo luglio: “Thérèse, mi manchi”. Due luglio: “Thérèse, senza di te non riesco a vivere”. Tre luglio: “Thérèse, perché non torni?”
Quattro, cinque, sei, sette luglio: Thérèse, Thérèse, Thérèse, Thérèse…
La serie si concludeva il trenta di luglio.

Di fianco a quegli scatoloni, gettati per terra alla rinfusa, dei quaderni di scuola: alcuni temi, molte versioni dal latino, degli esercizi di matematica… Un mucchio di agende, alcune delle quali mai utilizzate, altre sulle quali era stato annotato qualcosa.
Ne scelsi una a caso.
Era il diario di una ragazza, a giudicare dalla scrittura. Il registro, tenuto da un’adolescente, delle cose fatte ogni giorno e dei propositi circa le cose da fare il giorno dopo.
In fondo ad ogni pagina, separate dal resto delle frasi, delle brevi annotazioni: una sorta di commento finale alle giornate.
Ventun giugno: “non mi sono mai sentita tanto sola quanto il giorno del mio compleanno”. Dieci agosto: “la malattia della mamma diventa ogni giorno più grave”. Ventotto di settembre: “le giornate si accorciano e di sera mi prende una tristezza infinita”. Quindici ottobre: “cara mamma, ti scrivo questa lettera anche se so che tu non la riceverai mai”. Sedici ottobre: “caro diario”…

Géométrie appliquée
Géométrie appliquée – Jean Fuentes (“Libération”)

L'ombre d'un doute
L’ombre d’un doute – Hugo Dinarz (“Libération”)

 
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Pubblicato da su 8 luglio 2009 in Letteratura

 

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Scherzo parigino (cap. VII)

VII

Altri mucchi di roba usata, altre bancarelle.
Delle bancarelle sulle quali si trovava esposto di tutto. Persino, ad un certo punto, degli oggetti funebri: candelabri, portaritratti, vasi per i fiori, mozziconi di candela, lumi di cera che avevano smesso di brillare in chissà quale camposanto.
Una bancarella di cornici senza tela. Il quadro di una Madonna col bambino sulla quale era stata appiccicata la fotografia di un uomo. Un armadietto nei cui cassetti si trovavano ancora, intatte, delle medicine. Un tappetino rosso, steso per terra, sul quale erano stati disposti, con cura, un portacenere, un salvadanaio, una spazzola per capelli da donna e un rasoio.
Altri soprammobili, altre suppellettili.
Una fila di sedie sgangherate, su una delle quali si trovava comodamente seduto un nano che leggeva il giornale. Un venditore di coriandoli e di maschere per il carnevale. Un uomo la cui unica mercanzia era rappresentata da un materasso e da due gatti. Due gruppetti di persone: il primo riunitosi intorno a dei giocatori d’azzardo, il secondo intorno ad una troupe di attori.
Poi, improvvisamente, sdraiati per terra e con le braccia che terminavano, penzoloni, in una pozzanghera d’acqua, dei manichini di legno.
Mi allontanai anche da loro.

Con il suo accento particolare, un accento del sud della Francia, Brigitte mi aveva parlato spesso di un soggiorno che aveva fatto in Italia, a Trieste, dove per qualche tempo era vissuta, prima di trasferirsi definitivamente a Parigi.
Per quale motivo, poi, fosse andata a vivere proprio a Trieste, me lo aveva spiegato solo dopo qualche esitazione.
– Io sono convinta che le decisioni migliori si prendono sempre all’ultimo momento. Avevo conosciuto un tipo, un’estate, a Saint-Tropez, dove ero andata in vacanza con una mia amica… Figurati, volevamo fare il giro dell’Italia in autostop e ci siamo fermate a pochi chilometri da casa mia… Eravamo due matte: ci saremmo divertite con niente. A pensarci adesso non mi sembra vero. E’ come quando una si guarda in una vecchia fotografia e si chiede “possibile che quella sia io”… Era un italiano, molto più vecchio di me, che veniva ogni anno a Saint-Tropez da degli amici e dava delle lezioni di nuoto…
Una sera, qualche tempo dopo quelle vacanze a Saint-Tropez, all’inizio dell’inverno, quel maestro di nuoto le aveva telefonato d’improvviso per dirle che le aveva trovato un lavoro a Trieste in un bar.
– Voleva che gli dessi una risposta subito, la sera stessa… Me ne sono partita il giorno dopo, e immaginati la faccia dei miei… Ci sono cose che uno fa solo quando ha vent’anni. Niente a che vedere con la Brigitte che hai di fronte stasera.
Una volta arrivata a Trieste, lui le aveva fatto capire che non aveva nessuna intenzione di vivere con lei.
– Ci siamo lasciati quasi subito. E così mi son fatta più di tre anni a Trieste, e non ti dico la tristezza dei primi tempi in inverno… Trieste è una città così strana.

Warwick Saint

 
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Pubblicato da su 6 luglio 2009 in Letteratura

 

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Scherzo parigino (cap. VI)

A day at the Vanves flea market - Parisdaily
A day at the Vanves flea market (parisdailyphoto.com)

VI

Avevo perso presto di vista, quella domenica a Montreuil, il vero motivo per il quale avevo deciso di recarmi al mercato.
Procedevo in modo svogliato tra la folla, dando, ogni tanto, uno sguardo alle bancarelle e frugando, ogni tanto, tra le cose usate.

Soprammobili, quadri, statuette di marmo, arnesi da lavoro, stoviglie, oggetti di cuoio…
Un tavolo ingombro di occhiali, un altro di portasigarette. Degli impermeabili, degli ombrelli, degli stivali. Un mucchio di bottiglie vuote, un altro di asciugamani, un altro di portafogli. Delle sciarpe, dei cuscini, delle racchette da tennis…
In un angolo del mercato, dall’alto di una specie di podio allestito su dei mucchi di giornali, un predicatore (non si capiva bene a quale setta religiosa appartenesse) apostrofava i passanti: la fine del mondo era imminente, il giudizio universale pure. E la gente continuava a perdere il proprio tempo a fare acquisti…

Fui, ad un certo punto, quasi coinvolto in una rissa che era sorta tra alcuni anziani intorno ad un mucchio di indumenti femminili. Poi, mi ritrovai di fronte ad una donna dai lineamenti asiatici, alta e bruna, la quale mi chiese, arrossendo, se per caso non volessi acquistarle dei botticini di profumo.

Altri mucchi di roba usata, altri venditori ambulanti, altri oggetti appartenuti al passato.
Delle radio, delle lampade a petrolio, dei barattoli di vernice vuoti. Delle casse ricolme di giocattoli per bambini: soldatini di piombo, cavallini di legno… Un presepe. Degli articoli militari.
Una bancarella di orologi e di sveglie di ogni tipo, una delle quali collegata a un carillon nascosto dentro a una curiosa casetta di legno, per cui, quando scoccava una certa ora, il carillon si metteva in moto, e si vedeva allora uscire, da quella casetta di legno, una graziosa coppia di sposini che si scambiavano tanti baci quante erano le ore.
Risuonarono, ad un certo punto, le quattro del pomeriggio e si videro così uscire, da quella casetta di legno, i due sposini che si diedero quattro affettuosi baci sulla guancia.
Ripensai a Brigitte e ai baci che ci scambiavamo ogni volta che ci vedevamo.

Dopo i primi tempi, una volta esauriti i suoi racconti sui clienti del suo albergo di lusso (come se quei racconti non fossero stati altro che dei preliminari), il tono delle nostre conversazioni era cambiato.
Più che di conversazioni, si trattava di monologhi, perché in fondo io non facevo che ascoltare, e mi ero abituato presto ad assaporare in silenzio il piacere delle sue parole.
Arrivavo, ogni volta, in ritardo ai nostri appuntamenti; dei ritardi che io tentavo di giustificare, mostrandomene mortificato, con delle scuse alle quali Brigitte, però, non mi sembrava che prestasse attenzione.
Avevo, anzi, l’impressione che, più che infastidita dalla mia mancanza di puntualità, la cosa le fosse gradita, e che, scorgendomi arrivare da dietro ai vetri, seduta al tavolino del bar, provasse un leggero disappunto, come se il mio arrivo fosse venuto a turbare l’armonia che si era nel frattempo creata tra lei e quel bar; un bar in cui Brigitte doveva sentirsi a suo agio anche da sola.
Avvicinandomi al tavolino, l’avrei vista guardarsi per un attimo allo specchio che avrei lasciato alle mie spalle sedendomi, aggiustarsi con un gesto rapido i capelli, per poi sorridermi di nuovo, pregustando, forse, il piacere che avrebbe provato ad intrattenermi con le sue parole.
Doveva esserle piaciuto soprattutto il mio imbarazzo nel sentirla parlare con tanta disinvoltura.

Perplexe - Thierry René
Perplexe – Thierry René (“Libération”)

 
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Pubblicato da su 5 luglio 2009 in Letteratura

 

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