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Archivi delle etichette: Quando ti trovi in città ad agosto…

Quando ti trovi in città ad agosto… Frammenti di un monologo al femminile. VII

creatures
Endre Rozsda – Créatures (inchiostro su carta, 1958 circa)

VII

E vorrei chiederti
sinceramente adesso:
non hai paura anche tu
come me di invecchiare?

Non temi che tutto
quello che facciamo
non porti a niente?
E non sappiamo bene
neppure noi perché.

Io quando vedo
la mia giornata che se ne va
in mille occupazioni strane,
inutili…
Non ho mai un attimo
per fermarmi e poi
ne avrei paura.

Devo arrivare a casa
stanca, sfinita.
Che mi si chiudano gli occhi
in fretta e non abbia tempo
per pensarci.
Domani mi propongo
sempre di farlo.

Devo potermi mentire,
dire di essermi gettata
sulle cose,
fatto questo, quest’altro,
visto e conosciuto.
Non posso affrontare
un attimo disarmata
ed ammettere a me stessa
e agli altri di essere all’oscuro
di quello di cui si parla.

Quante cose si dicono
che io non devo ignorare!

Quanto tempo ho per me
e quanto davvero ne vorrei avere?

*** *** ***

Ma domani mi ubriaco.
Perché voglio essere una donna
ubriaca. Priva di senso
fino in fondo. Volgare.

Si è mai visto girare
per la strada una donna
con le mani in tasca come me?
Che si ferma a tutti
gli specchi per osservarsi.

Mi sento sempre sui vetri.
Sulle vetrine dei negozi.

E sono contenta
di non vedermi bene,
di avere i contorni sfumati
dell’ombra
che mi abbelliscono.

*** *** ***

“Son già così vecchia!”
E’ questo quello che devo
imparare a dire?
Quello che tutti dicono.

Dirò anch’io adesso:
“Ho conosciuto i momenti difficili
che ora vivete voi”.
“Anch’io mi illudevo, credevo,
li ho passati e poi…”
“Mi sono detta, ho capito:
si invecchia”.

La conosco bene questa saggezza.

“Credevo che il tempo passasse
solo per gli altri e non per me”.
“Mi affacciavo alla finestra
e vedevo le giornate di aprile.
Tutti i mesi ho osservato”.
“Ho imparato a osservare, a dire,
a dialogare con me…”

Penso che ci siano altre
migliaia e migliaia di donne
che si affacciano come me
dalla loro stanza a quest’ora.
Ma questo pensiero
non mi consola.

 
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Pubblicato da su 24 agosto 2009 in Letteratura

 

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Quando ti trovi in città ad agosto… Frammenti di un monologo al femminile. VI

geometrie
Endre Rozsda – Géométrie organique (inchiostro su carta, 1960 circa)

VI

E al mio funerale
mi sembra già di sentir dire:
“Era una donna aperta,
pronta a prestarti attenzione sempre.
Una donna piena di carattere.
E l’emozione che proviamo adesso
nel sotterrarla non deve farci
dimenticare quanto amasse la vita
e come fino all’ultimo non avesse
pensato di farla finita”.

“Chi di noi l’ha conosciuta sa.
La sua morte è il destino
a cui tutti ci dobbiamo rassegnare”.

“Osservate il suo sguardo sereno.
Il viso, dite, non sembra davvero
che sorrida ancora?”

“Era una donna allegra,
che sapeva scherzare.
Il sorriso le è rimasto impresso
negli occhi per sempre.
Sapeva farsi amare”.

“Dobbiamo continuare a vivere
come se fosse ancora
tra noi e ci guardasse”.

“Ecco, dobbiamo far finta
che non sia successo niente”.

“Dimentichiamo per un attimo
che è morta. Poi per un giorno intero,
una settimana, un mese…
E riprendiamo a far la nostra vita
di ieri. Ce ne sarà grata”.

“Torniamo a casa.
Su questa tomba vegli Iddio,
se a Dio importa.
O almeno usino clemenza
le stagioni.
Non sarà sempre estate”.

“Qualcuno sorregga le spalle
della madre. Che la si distragga
dal pensiero della figlia.
Pensarci non serve a niente”.

“Dimentichiamo questo odore
di fiori nauseante
e i colpi dei chiodi sulla bara.
Tuffiamoci nel presente!”

“Il tono e il ritmo stesso
delle mie parole…
E’ solo una canzone.
La vita ci sorrida!”

*** *** ***

“Di lei non ci resta quasi
niente. Ma in fondo ha fatto
la sua parte. E adesso
che si è messa in disparte
per far posto a qualcun altro,
disperdiamoci!”

“Ognuno riprenda
il suo cammino al di là
di questo campo coperto di croci
che va fino all’infinito”.

“E se di notte capitate
da queste parti
o se per sbaglio vi imbattete
in qualche luce strana,
non vi fermate!
Questo non è un cimitero
come gli altri”.

“Ci sono solo morti, morti,
morti…”

“Morti dappertutto”.

“Di fianco a lei la terra
li divora.
Li sta divorando adesso
sotto i nostri piedi”.

“Non fatevi assalire
da questi pensieri!”

“Se volete dimenticare
che ieri era ancora viva
e che domani, putrefatta,
al posto del sangue circoleranno
solo vermi nel suo cranio,
che il suo corpo sarà uno stagno,
melma che si asciugherà…”

“Se davvero volete dimenticare,
partite il più presto possibile.
Al posto delle gambe
abbiate le ali!”

Dove ho letto tutto questo?

 
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Pubblicato da su 23 agosto 2009 in Letteratura

 

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Quando ti trovi in città ad agosto… Frammenti di un monologo al femminile. V

histoire
Endre Rozsda – L’Histoire dans l’oeuf (inchiostro e matita a colori su carta, 1958)

V

E’ stata questa
probabilmente la mia nascita.

Ero una statua chiusa
in una stanza. Blocco
di pietra coperto
da un telo.

Squadre di scultori
sarebbero state necessarie.

Bisognava pure
che qualcuno cominciasse.
Si accingevano all’opera
prima i più maldestri,
gli artisti alle prime armi.

A loro avevano detto:
“Eseguite pure i primi colpi.
Anche se sbagliate, non importa.
Più tardi i migliori sapranno
riparare ai vostri errori”.

A qualcuno lo scalpello
tremava nelle mani,
non sapendo da che parte
cominciare.
Non misuravano i colpi.

Altri venivano soltanto
di sfuggita, nei momenti
di svago: dovevano fare
in fretta.
O dopo aver bevuto…

Poi i soliti monelli
con qualche tocco ironico
mi hanno arrangiato
la frangia dei capelli,
il cavo degli occhi,
la forma dei miei seni,
le mani…

E poi soffiarmi dentro:
“Animale, alzati
e cammina!”

Mi hanno dato
uno specchio per guardarmi,
prendere atto una volta
per tutte della mia forma,
riconoscermi.

Ho incominciato a tremare.

Eccomi pronta ad uscire
dalla stanza, ad incontrare
nella strada altre statue
fatte in fretta, costruite male.

Perché mi raccontassero, poi,
la storia della loro creazione,
abbellendola. Dicendomi:
“Da fango siamo diventati
esseri in vita. Da pietre uomini.
Da uomini sapremo farci Dei.
Da grande capirai…”

Ed io…

 
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Pubblicato da su 21 agosto 2009 in Letteratura

 

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Quando ti trovi in città ad agosto… Frammenti di un monologo al femminile. IV

proliferation
Endre Rozsda – Prolifération (inchiostro su carta, 1958)

IV

Noi non facciamo che intuire.
Questo è il nostro solo merito.

Di una semplice intuizione
saprei fare la mia forza.
Ma dove cercare?

Mi basterebbe un attimo,
uno spiraglio breve.
Che la porta s’aprisse un poco
ed io potessi anche solo
intravedere.

Ma poi starei a dirmi:
“Ho visto male, ne so
troppo poco. Vorrei
uno sguardo totale
sulle cose”.

E, allora, stupirmi
fino in fondo.

Inorridire.

Chi avrebbe immaginato
che dietro quella porta
rimasta chiusa per tanto tempo,
coperta di polvere, davanti
alla quale ero passata indifferente,
si nascondesse tutto questo?

Credevo che la mia casa
fosse tutta lì.
E ad un tratto scopro
che c’era un corridoio
nascosto.

Attraverso una stanza.
Altri spazi s’aprono.

Scendo una scala,
scorgo un sotterraneo,
risalgo in fretta,
e, vicino al tetto,
un altro nascondiglio,
un vano…

Vorrei così potesse
continuare all’infinito
la scoperta dei luoghi
dove nessuno era arrivato.

E più scendo, incredula,
dentro al labirinto gigantesco,
più vorrei lasciarmi
alle mie spalle un vuoto.

Perdermi a lungo
per poi intraprendere
il cammino indietro.

Conservare il segreto.

Chiudere alla chiave
arrugginita la porta,
fare come se non fosse
mai stata riaperta.

E come se nulla fosse:
“Dove sei stata tutto
questo tempo?
Ti abbiamo cercata
dappertutto,
ma tu non rispondevi”.

E non rispondere.
Avere la mia certezza
dentro.

*** *** ***

Com’è semplice
questo sogno del labirinto!

Tutti saprebbero spiegarlo
in qualche modo.
Ma io non troverei
una ragione diversa da quella
del mio amor proprio
soddisfatto.

Saper di possedere
qualcosa di mio.

Non si può e non si deve
dare tutto.

Per questo sto sveglia stanotte.

Gli altri dormono già, forse.
Sono contenta che dormano.

Oppure sono partiti.
E’ estate.
Chi non se ne va d’estate?

Potrei avere
le mie braccia avvinghiate
a quelle di un uomo.

Andarmene sorridendo
lungo il molo…

Ci si va sempre di sera
ad ascoltare il mare.

Queste cose mi mancano,
lo sento.

E se questo labirinto fosse
solo immaginario ed io stessi
perdendo il mio tempo?

 
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Pubblicato da su 20 agosto 2009 in Letteratura

 

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Quando ti trovi in città ad agosto… Frammenti di un monologo al femminile. II

planete
Endre Rozsda – Planète (inchiostro e matita a colori su carta, 1958)

II

Quanti colombi volano
stasera!

E si posano, riposano
nella sera, sotto queste nubi,
sotto questo cielo.

Tra poco sarà già troppo buio.

E, nell’imbrunire, che effetto
strano parlarsi ancora!

Guardo, al di là dei vetri,
i tetti d’ardesia, i cornicioni scuri
dei palazzi, le ringhiere nere,
i muri pieni di umidità,
la statua del re a cavallo
che si bagna in mezzo alla piazza.
Statua di bronzo, verdastra.

Son queste le cose del mio quartiere.

I colombi si dividono,
si riuniscono, danzano
intorno alla statua, giocano
con il re nella piazza.
E il re parla loro.
I colombi lo vanno ad ascoltare.

A loro probabilmente racconta
le sue vittorie, le sue avventure,
le sue storie d’amore.

I colombi lo scherniscono
e riprendono a volare.

“Aspettate!
Di questo non vi ho ancora
parlato. E’ successo
quand’ero ancora giovane”.

*** *** ***

Povero re solo!
Solo forse quanto me.

Dovrei forse imitarlo
a quest’ora.

In piedi, ad alta voce, come
con un grande libro tra le mani,
mettermi a declamare…

“Avevo ventun anni
quando me ne sono andata
via di casa.
Venticinque, quando mi sono
ritrovata sola.
Sola come un cane.
Ventisette…”

Chi mi darebbe retta?

Nessuno.

Neanche i colombi
che a quest’ora si divertono
a danzare.
E impazziscono di gioia
all’idea che il re li voglia
ancora ammaestrare.

 
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Pubblicato da su 18 agosto 2009 in Letteratura

 

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Diego Scarca, Quando ti trovi in città ad agosto… Frammenti di un monologo al femminile. I

lettre
Endre Rozsda (1913-1999) – Lettre III (inchiostro su carta, 1982 circa)

I

La calma è tornata adesso.
E’ finita una giornata.

Nella piazza non c’è più
lo stesso rumore.
Riconosco questo vuoto.

Non piove ancora.
Ma tra poco, so,
vedrò bagnarsi lentamente
i vetri della mia finestra.
Così si formano, ogni giorno,
la cornice e lo sfondo
di un quadro.

Ho paura di quel che succede.

Quanti minuti sono già passati
da quando sono tornata
alla mia stanza?

E’ stata lunga la giornata.

Piove d’estate.
Piove sempre qui.

Non uno di quei temporali
che interrompono il caldo
e lasciano sull’asfalto
un odore particolare.

Quando ti trovi in città,
ad agosto, a volte si mette
d’improvviso a tuonare.
Dici semplicemente
a chi è con te,
se sei con qualcuno,
“tra poco piove”.

Poi all’afa succede
un acquazzone.
Tutti corrono al riparo,
sotto i portici, da dove allora
osservano in silenzio
la pioggia.
Hanno l’aria assorta
e magari non pensano
a niente.

Qualcuno che cerca un riparo
migliore di quello che ha già
trovato lontano dagli altri
si affretta a raggiungerli.
E tutti lo guardano
attraversare la strada
mentre tenta goffamente
di coprirsi anche solo
con le mani.

Nella strada passano meno
macchine e vanno più adagio.
Vedi che c’è qualcuno
dietro ai vetri.
Capisci dai gesti,
dalle espressioni del viso,
che stanno parlando.
Sorridono, forse proprio
perché piove.

*** *** ***

Quello di stasera
non sarà un temporale.

E come se mi sottomettessi
adesso a una prova,
obbligandomi a stare in casa,
immersa nella sera,
nell’assenza stessa di rumori…

Ho tutto il tempo che voglio
davanti. Mi sento fuori
dal mondo. Che cosa
inseguo da sola?

Vorrei…
Vorrei disfarmi e rifarmi
in questa pausa.

Che la pausa
fosse abbastanza lunga
perché arrivi ad una soluzione,
sappia decidermi, ritrovi
il filo di una trama, lo recida,
ricominci davvero.

Divago.

Sono distratta da me stessa.
Ripeto sempre le stesse frasi.
E sfuggo il centro della stanza,
mi nascondo negli angoli,
mi raggomitolo.
Sento il pericolo di vedere
qualcosa.
Come un gatto…

*** *** ***

Troppe cose
mi allontanano da me.

Solo quando mi lascio andare
ad un divertimento qualsiasi
mi posso dire allora
che sarei potuta arrivare.
Che sarei arrivata.

Dove non lo so quasi mai.

Oppure mi contraddico.
Mi convinco che ho trascorso
come dovevo la giornata,
che lavoro senza un attimo
di respiro.
Non mi concedo una pausa
nemmeno nelle vacanze.

Per me ogni pausa è
imbarazzante.

Non mi piacciono
quei momenti in cui non si ha
nulla da fare.

*** *** ***

Forse sarebbe bello adesso
essere come mio padre
che nei giorni di brutto tempo
si accende la pipa,
si siede vicino al camino.

Gettarvi distrattamente un legno,
attizzare il fuoco, osservarlo
bruciare.

O con un grande scialle nero
sulle spalle poter rabbrividire
per finta.

Quando si torna a casa
ognuno ha voglia di stare
in pace, di rannicchiarsi.

Ascolti qualcun altro parlare
e quasi sottovoce raccontare
una storia perché nella stanza
dove ti trovi si formi
un gioco di sguardi
brevi ma rassicuranti.

Qui non è così.

Non sento la casa che abito
come un riparo.
Mi sembra sempre
che ci debba piover dentro
da un momento all’altro.

Ogni volta non ho voglia
di tornarci.

*** *** ***

Quando ho finito il lavoro
stasera e d’improvviso
mi sono resa conto
che avrei ritrovato
il silenzio del mio quartiere
e che come una leggera patina
di calore lo avrebbe avvolto
per poi piovere,
di nuovo mi ha preso
alla sprovvista la domanda:
“Che cosa torno a farci?”

Ma mi abituo quasi sempre
all’idea. Mi rinchiudo.

Provo ancora in qualche modo
ad occuparmi. Ci rinuncio.

O incomincio, come stasera,
a fissarmi attentamente
il corpo.

Ed è sempre come
se dovessi riconoscerlo.
Ricordarmene.

Le mani, le braccia,
le gambe lunghe e magre…

Le sollevo.
Le faccio ricadere.

Sono incapace di pensare.

Così desidero alla fine
solo il mio corpo.
Ed al mio corpo muto
vedere eseguire
dei movimenti strani.

 
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Pubblicato da su 17 agosto 2009 in Letteratura

 

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