RSS

Archivi delle etichette: Architetture del vuoto

Architetture del vuoto (Parte quarta: 2005); VII “Abbiamo visitato la città con i nostri baci…”


Cat and mouse – Vartan (photodom.com)

VII

Abbiamo visitato
la città con i nostri baci.

Ci siamo baciati davanti
al monumento al milite ignoto
che ci osservava impaurito.
Ci siamo baciati di fianco
al vigile urbano impettito
e furente, e poi ci siamo baciati
di nuovo, in modo inaudito,
scandalizzando la gente.

Abbiamo attraversato
la città con i nostri baci,
eludendo veicoli e ingorghi,
prendendo in giro la folla,
baciandoci in modo scomposto,
in modo sicuro,
al momento opportuno.

Ci siamo innaffiati di baci:
io folle e tu giovane,
io vecchio e tu bella.
Abbiamo brindato
alla buona novella.

Ci siamo graffiati di baci
sul collo e le ascelle.
Hai slacciato le scarpe e le calze.
Le hai gettate nel fiume.
Una persona gentile è corsa
a rincorrerle.

Abbiamo visitato la città
a forza di baci.
Da piazza San Carlo
a piazza Statuto, da Porta Palazzo
alle porte in rovina, dalle vetrine
del centro ai giardini reali,
da Superga a Caselle.

Abbiamo rovistato
la città con i nostri baci.
Ci siamo baciati in pallidi androni,
in cortili barocchi, in giardinetti
stregati. Siamo scesi
in sotterranei sinuosi e saliti
in soffitte assolate.

Abbiamo inciso le nostre iniziali
su una lapide bruna
che hai coperto di viola
con la tua cipria e il tuo trucco.

Ci siamo ubriacati di baci,
inseguendo una mappa fasulla,
un percorso proibito,
perdendo di vista la rotta,
dimenticando la vita…


Teremok – Vartan (photodom.com)

Ci siamo baciati
di fronte alla Sfinge.
Abbiamo sfondato il portale
del Duomo a colpi di baci.
Guardando la volta e gli affreschi,
ci siamo baciati di nuovo,
ubriachi. Un cappellano
ci ha colti in flagrante
e ti ha osservata estasiato.

Abbiamo sfidato i tifosi
nelle strade del centro.
Li abbiamo fatti impazzire
di rabbia, gelosi.
Li abbiamo messi a tacere
baciandoci in modo tremendo,
in modo chiassoso, una volta
sul mento, un’altra sugli occhi
e poi sulla bocca.

Abbiamo sbirciato la città
con i nostri occhi.
Non riconoscevamo dall’alto
il Monviso, il Rocciamelone
e il Gran Paradiso.
Abbiamo sorriso lo stesso
e ci siamo baciati
in modo convulso e sconnesso.

Abbiamo ridipinto
la città con i nostri baci,
colorandola come per prepararla
a un carnevale.
Abbiamo aggiustato il fanale
di un autobus e lo abbiamo fatto
brillare di una luce diversa.

Alla Gran Madre abbiamo restituito
il suo rosa. A piazza Vittorio
un rosso vermiglio. A via Po
un azzurro un po’ audace.
A piazza Cavour e a piazza Carlina
i colori del giglio.

Abbiamo coperto le ingiurie
e gli insulti sui muri.
Io folle, tu bella.
Io ingenuo, tu artista.
Ti ho lasciato scegliere
le tinte e i pennelli.

Abbiamo ridato al re
di piazza Castello il suo trono.
Al cavallo di bronzo
un tocco di tono
e un po’ di allegrezza.
Al principe armato abbiamo tolto
l’elmetto e aggiustato i capelli,
rendendolo meno severo.

Abbiamo devastato la città
a forza di baci.
E adesso, a ripensarci,
non mi sembra vero.


на льдине любви – Vartan (photodom.com)

 
6 Comments

Pubblicato da su 24 gennaio 2010 in Letteratura

 

Etichette:

Architetture del vuoto (Parte quarta: 2005); VI “A ciascuno il suo vento…” (3)


Ночные прогулки – Igor Lihovidov (photodom.com)

Vento impazzito a gennaio
che scoperchia Torino
e si spaccia per vento
di marzo o vento di aprile,
che si intrufola in vicoli sporchi
e rispolvera i nostri ricordi.

Vento cha abbaglia i ventenni
e miete illusioni

Che, in conati di rabbia, scolla
da un muro i suoi manifesti.
Che scuote la Mole.
Che impaurisce i barboni.

Vento che incute rispetto
e timore anche ai ladri di notte
e li trasforma in poeti.
Vento che viene dal nulla.
Vento che viene da dove?

Vento che porta a star male.
Si direbbe che la terra, stanotte,
si metta a tremare.

Vento che fa scricchiolare
comignoli, antenne,
imposte e serrande,
campanili e campane
che suonano a lutto
o intonano l’Ave
senza volerlo.

Che accende sirene,
antifurto e ambulanze.
Che sveglia Torino
a colpi di tuono.
Che fa sussultare nel letto
i malati e li spinge
a recitare i rosari.

Vento che gioca coi cavi
imbrigliati dei tramway
e li fa sospirare,
insieme ai ponteggi,
insieme ai cantieri,
in un coro sinistro,
in un concerto d’orrore.

Vento che solleva le gonne
di travestiti e donnine.
Che gonfia le false uniformi
di finti soldati
che, su barche e vedette,
pattugliano il fiume
in vena di essere audaci:
in cerca d’amore
e in cerca di baci.

Vento che mischia le carte
e sogghigna spietato.
Che fa luccicare su monti e colline
un deserto infiammato.
Che abolisce distanze
e trasforma Torino
in un grande teatro.

Vento che si abbatte sui vetri
dei treni che mi portano dove?

San Pietroburgo, Oslo,
Stoccolma, Berlino…

A ciascuno la sua strofa di vento.
A ciascuno il suo male.
A ciascuno il suo altrove.


В жизни все по другому – Igor Lihovidov (photodom.com)

Last Dance with Mary Jane – Igor Lihovidov (photodom.com)

 
Leave a comment

Pubblicato da su 16 gennaio 2010 in Letteratura

 

Etichette:

Architetture del vuoto (Parte quarta: 2005); VI “A ciascuno il suo vento…” (2)


Моя буддийская – Igor Lihovidov (photodom.com)

A ciascuno il suo vento.

Vento di Ulzio possente.
Ti sorprende di giorno.
Si scatena di sera.
Non dà tregua di notte.

Singhiozza.
Infrange le tegole
rotte dei tetti.
Abbatte i recinti,
decapita i pioppi,
sconfigge il selciato.

Si solleva dal fondo
asfaltato. Ti accieca.

Vento di Ulzio imbronciato.
Lo ascolti infuriare ribelle
di giorno e di notte.

Lo senti divellere
siepi dal suolo.
Arrestarsi un istante.
Riprendere fiato,
ostinarsi ad offendere
un prato.

Non lasciarsi mai nulla
alle spalle. Sparire?
Hai mai visto il vento
di Ulzio morire?

*** ***


Новая луна апреля – Igor Lihovidov (photodom.com)

Continua…

 
2 Comments

Pubblicato da su 14 gennaio 2010 in Letteratura

 

Etichette:

Architetture del vuoto (Parte quarta: 2005); VI “A ciascuno il suo vento…” (1)

VI


Если Ты хочешь… – Igor Lihovidov (photodom.com)

A ciascuno il suo vento.

Vento che si abbatte
in Provenza in cascate
di caldo e in zaffate di odori.

Vento che corteggia Avignone
e le tende un agguato.
Vento che starnutisce d’amore.

Che piagnucola stanco
spiando in piazzette appartate,
tra platani e tigli,
su panchine cosparse
di boccali di birra e di avanzi,
le coppiette svogliate.

Vento geloso. Vento infuriato.

Vento proveniente dal Marocco
e dalle coste africane
che trasporta su stuoie giganti,
su tappeti persiani,
portate di spezie piccanti,
sudore e bevande,
vivande preziose:
foreste di aromi.

Vento che esplode al tramonto
in trombe di caldo.
Che con la voce strozzata
si mette a danzare sui ponti
insieme alle ombre,
insieme alle onde.

Che cospira col fuoco.
Che sbalordisce Marsiglia
e ne spegne le luci,
cadendo in picchiata
su insegne e lampioni
che brillano a stento
in modo diverso
di un riverbero strano
sul fondo notturno del mare
trapuntato d’argento:
sul fondale del porto
riscritto dal vento.

Vento che cambia d’umore
a seconda dei luoghi.

*** ***


В движении – Igor Lihovidov (photodom.com)

Continua…

 
1 Comment

Pubblicato da su 12 gennaio 2010 in Letteratura

 

Etichette:

Architetture del vuoto (Parte quarta: 2005); IV “Ridatemi i miei vent’anni…”

IV

Ridatemi i miei vent’anni.
Rivoglio la mia giovinezza.

Voglio che con un bel battipanni
diate una bella pulita
a questo spaventapasseri
che è diventato il mio corpo.

Spogliatelo dei suoi indumenti.
Lavateli come si deve.
Strizzateli con cura.
Scrollatemi di dosso
ogni genere di paura.

Photo D. Melenin (photodom.com)
Photo D. Melenin (photodom.com)

***

Rivoglio i muscoli da atleta
che avevo a vent’anni.

Ridatemi i polpacci
da centravanti e la mia destrezza
nello schivare botte, colpi gobbi
e lividi alle caviglie.

Ridatemi le finte e i dribbling
con i quali sapevo saltare,
come birilli, gli avversari.
Li voglio vedere di nuovo
schiattare d’invidia
e strisciare al suolo
nel tentativo di acciuffarmi.

Ricucitemi i guanti
appesi al chiodo e tornerò
sul ring, pronto a spaccare
il muso e il setto nasale
al primo che mi capita:
anche al mio allenatore.

Fatemi gladiatore
e scenderò nell’arena.
Fatemi belva
e sbranerò i carnefici.

Solleverò sul podio
la testa di uno di loro
di cui avrò rosicchiato le cervella
prima di sputacchiare
sul volto di un tribuno
un ossicino.

A tutti quanti riserverò un autografo.
A tutti quanti un inchino.

Ridisegnatemi una pista.
Segnatemi una mèta.

Con le scarpe da ginnastica
che avevo da bambino,
con le ciabatte, con i sandali
o a piedi nudi,
vi posso garantire che darò
del filo da torcere a Carl Lewis
nel salto in lungo e ai cento metri.

Cronometratemi pure
i millesimi di secondo.
Farò crollare i record.
Inutile precisare
che arriverò per primo.

Photo D. Melenin.1 (photodom.com)
Photo D. Melenin (photodom.com)

*** ***

Restituitemi la mia giovinezza.
Voglio che il mondo torni
indietro almeno di cent’anni.

Ridatemi le lampade a petrolio,
i carri trainati dai buoi,
le fiere di paese, l’odore del fieno,
quello del muschio a Natale
e quello delle costolette di maiale
che solo mia zia, buon’anima,
sapeva far abbrustolire.

Ne ho le scatole piene
di questo mondo infame.

Restituitemi, se non altro,
il prete della mia parrocchia.
Quello con il quale andavo in giro
a benedire le case:
Don Luigi, grand’uomo,
innamorato di mia madre…

Ridatemi la sua sacrestia,
il suo confessionale,
le false penitenze, le ostie
alzate per finta in aria
pur di brindare sempre.

Il mondo adesso è così brutto
che a me piacerebbe rivedere
come al cinematografo
la fronte sudata delle suore
che in primavera mi rincorrevano
all’oratorio per insegnarmi
a dire, in latino, le preghiere
dopo avermi sbaciucchiato sul collo.

- голубоглазый Отелло - Vartan
Photo by Vartan (photodom.com)

*** ***

Restituitemi i miei vent’anni.
Rivoglio la mia giovinezza.

Ridatemi la bicicletta
con la quale ero corso, un giorno,
in Val Chisone (era novembre,
nevicava, ma io non lo sapevo)
a dichiararmi a una ragazza.
Elisabetta?

Gli stivaletti a punta,
i pantaloni a zampa d’elefante,
quelli pieni di toppe,
e i capelli lunghi.

La prima sigaretta, la prima rima
per far sorridere un’altra ragazza.
Marina?

I maglioni di lana
che mia madre si dannava
a terminare in tempo, morendo
dalle risate, mentre sferruzzava,
per via dell’ultima trovata
che avevo avuto a scuola.

Far piovere dalle finestre delle aule
al quinto piano del liceo
delle pagine ritagliate da Playboy
per assistere, con i miei compagni,
allo scoramento sul marciapiede
di un vecchietto dalla mano tremolante
che tenta invano di sfogliarle
con la punta del bastone.

Chiedere all’insegnante di chimica
(ultima lezione, è mezzogiorno:
ora di desinare) che si esibisce
in un esperimento dei suoi
dietro a tanto di alambicchi fumanti,
pronti ad esplodere: “Oggi, brava donna,
che cosa bolle in pentola?
Che cosa ci prepara, oggi, di buono?”

Girl - Vartan (photodom.com)
Girl - Vartan (photodom.com)

*** ***

Restituitemi il profumo del letame
che a me piaceva tanto
quando avevo vent’anni.

I campi da concimare,
le acque da incanalare,
il tempo delle potature,
l’epoca della raccolta,
le stagioni avare,
i grappoli d’uva messi a seccare,
i falò in autunno,
il cascinale in rovina,
le cose da porre al riparo
prima che arrivi il cattivo tempo,
prima che ti sorprendano le nebbie,
prima che geli…

Rivoglio i quarantacinque e i trentatre
giri di Dalidà e di Luigi Tenco
che facevo andare su un giradischi
scorbutico quanto la persona
a cui era appartenuto:
un mio zio di Bari.

Brani di musica da completare
con la fantasia perché la puntina
del giradischi saltava sempre
qualche solco che riteneva di troppo.

Ridatemi i cavalli al galoppo
della mia Seicento sgangherata
e le coperte di velluto
che mi portavo dietro
per andare a pomiciare
con la figlia di un calabrese
in riva a un torrente o a un fiume:
il Chisola?

цирк - Vartan
цирк – Vartan (photodom.com)

***

Rivoglio i miei vent’anni.
Restituitemi la mia giovinezza.

Ridatemi l’agilità del saltimbanco,
la presunzione dell’acrobata,
la sfacciataggine del giullare
e le smorfie del mimo.

Son pronto a giurare
sul Signore Iddio
che non deluderò nessuno.

парадный портрет с фиолетовым фоном - Vartan
Photo by Vartan (photodom.com)

 
3 Comments

Pubblicato da su 22 dicembre 2009 in Letteratura

 

Etichette:

Architetture del vuoto (Parte quarta: 2005); III “Io amo mia moglie sopra ogni cosa…”

III

Boxer.10

Io amo mia moglie
sopra ogni cosa
soprattutto quando gode,
perché nel suo modo di godere
c’è qualcosa di estremo.

Altro che il miagolìo dei gatti!
Altro che gli ululati dei lupi!
Altro che i cupi brontolìi
provenienti dalle finestre socchiuse
di un lupanare!

Mia moglie che gode nel letto
è più potente di un’esplosione nucleare.

Mia moglie che si tocca
da sola e si fa guardare
mi fa pensare a una comparsa
in una festa surreale,
alla sacerdotessa di un culto pagano
in cerca di un novizio da iniziare
al piacere di vederla godere
senza poterla toccare.

Mia moglie, quando gode nel letto,
mordicchia le lenzuola,
imita un amplesso,
si divincola da una stretta
e si avvinghia a se stessa.

Mia moglie è uno spettacolo
soprattutto quando si inginocchia
e agita il reggipetto in aria
neanche fosse un fazzoletto,
neanche fosse, il suo,
un invito al viaggio.

Io ammiro il suo coraggio
nel mostrarsi con tanta sicurezza.

Boxer.1

*** *** ***

Mia moglie è un autentico peccato
non vederla quando finge
con la bocca di volerti accostare,
quando insinua con le labbra
una frase che lei, poco volgare com’è,
non saprebbe pronunciare,
quando striscia come una pantera
sui resti della sua sottana,
quando si spaccia per una diva
uscita da una pellicola hollywoodiana.

A me piace mia moglie
quando si bagna le dita
per pettinarsi con le unghie
e aggiustarsi con la saliva
la sua pelle bruna e schiva.

Mia moglie mi piace
quando si lagna
se io non la sto a guardare.

Altro che i singhiozzi
dei condannati a morte!
Altro che le urla dei feriti
portati d’urgenza in ospedale!

Rullìo di tamburi, fanfare?
Bazzeccole al confronto delle grida
di mia moglie che gode nel letto
più possenti delle trombe
del giudizio universale.

Boxer.6
Photos by Boxer


(http://www.photodom.com/photographer/Boxer)

 
Leave a comment

Pubblicato da su 12 dicembre 2009 in Letteratura

 

Etichette:

Architetture del vuoto (Parte quarta: 2005); II “A me piace mia moglie quando russa…”

II

A me piace mia moglie
quando russa,
perché il suo modo di russare
mi ricorda di notte
il fischio di una nave,
lo stantuffo di un treno,
il rombo dei motori
di un aeroplano.

Dio mio! Mia moglie,
quando si mette a russare,
che polmoni! Sfido chiunque
a volersi addormentare.

Si direbbe che mia moglie
esprima a modo suo,
in qualcosa come dei versi
o in semplici suoni,
quello che sta sognando.

Mi domando a volte
che cosa le stia frullando
per la testa mentre russa,
a quale immagine corrisponda
il suono che emette, ostinata,
con il naso, con la laringe,
o con chissà Dio che cosa.

Boxer.2

*************

L’isola della sua infanzia
spazzata via dal mare.
La sua intelligenza precoce,
la violenza del padre.
Il suo primo senso di colpa
al primo peccato veniale…

Il prato su cui lei giocava,
l’aiuola che nessuno
avrebbe dovuto calpestare,
la promessa che non avrebbe
mai potuto mantenere, la casa
che avrebbe voluto lasciare,
la nonna che non avrebbe voluto
veder morire…

Mia moglie, quando russa,
mi fa viaggiare in una notte diversa,
una notte ancestrale,
priva di stelle, incolore,
priva di senso:
una notte indolore.

Boxer.3

*************

Le prende a volte, forse,
un formicolìo ai piedi
o un crampo alle gambe.
E si direbbe che, per stizza,
lei rincari la dose.

Altro modo di russare:
le si gonfiano i polmoni.

Altre immagini, altri suoni.

Mia moglie, quando russa,
è la voce stessa del mare:
un oceano di richiami.

Onde che si succedono alle onde
sulla ghiaia, depositando
detriti e ricordi alla rinfusa.

Ora è la torre d’avorio
in cui avrebbe voluto abitare.
Ora è il principe azzurro
che la invita a ballare
a una festa di paese.
Ora è il mese in cui ci si deve
mettere a studiare.
E’ autunno. Cadono le foglie.
Lei è la prima della classe.
Veste male.
Ma conosce a memoria il Leopardi.
Le piace Gozzano.
Adora i crepuscoli.
Si esercita al piano.

A volte mia moglie tossisce
nel sonno. E ogni colpo di tosse
mi sembra che interrompa nel sonno
il suo viaggio a ritroso nel tempo:
il rifluire dell’onda
che mi lascia solo supporre,
che mi fa solo pensare.

Mia moglie, quando russa,
forse non ricorda e non sogna niente.
Russa semplicemente
perché è stanca,
perché ha voglia di dormire,
e non gliene importa nulla
che io la stia a sentire.

Boxer.4
Photos by Boxer


(http://www.photodom.com/photographer/Boxer)

 
Leave a comment

Pubblicato da su 10 dicembre 2009 in Letteratura

 

Etichette:

Diego Scarca, Architetture del vuoto (Parte quarta: 2005); I “A me le scorregge di mia moglie…”

I

A me le scorregge di mia moglie
nel letto hanno sempre fatto piacere.
Le ho sempre trovate un po’ maleodoranti,
ma mai di cattivo auspicio. Anzi…

Adoro il suo intestino borbottante,
gli sbalzi di umore del suo sedere,
il suo orifizio anale che si dilata
per far partire e esplodere
schegge, siluri e proiettili
simili a quelli provenienti dal cratere
di un vulcano infuriato.

Con mia moglie nel letto
uno ci deve andare corazzato.
Altrimenti, sai che disastro!

La senti scorreggiare a volte
con tanta veemenza
che ti verrebbe voglia di bisbigliarle:
“Cara, adesso è tardi.
Hai fatto il tuo dovere.
E’ ora di calmarti”.

Ma alla fine ti viene voglia
di nuovo di ascoltarla.

L’unico modo per metterla a tacere
sarebbe quello di imbavagliarle
il sedere con tanto di pannolini,
di bende di garza, di cerotti,
di batuffoli di cotone…

Ma io non me la sento.
Mia moglie imbavagliata
in questo modo non me la vedo.
Sarebbe come infliggerle
un castigo tremendo.

E, poi, a me mia moglie
che scorreggia nel letto
fa tenerezza.

E’ una sorta di brezza
quella che esala dal suo intestino,
simile all’alito cattivo
- misto di zolfo e di anitride carbonica -
che ha quando è ammalata,
quando mi bacia, febbricitante,
sulla guancia come un bambino
per darmi la buonanotte,
dopo avermi promesso
di starmi per sempre vicino.

Boxer.5

**********

Pura fragranza, la sua scorreggia.

E’ come se mia moglie,
ogni notte, quando rumoreggia
con il basso ventre, espellesse dal corpo
tutte le amarezze che è stata costretta
ad ingoiare di giorno.

Prendere l’autobus per andare al lavoro
e sentirsi squadrata dalla testa ai piedi. Interrogata, vilipesa.

Aver accettato l’invito di un cascamorto
di turno a digiunare insieme
in un ristorante di lusso.

Aver concluso un patto tacito
con il principale su un divano sporco.

Aver presenziato, in qualità di vice,
alla messa in scena di una conferenza
- quasi un funerale – applaudita
solo da fotografi e curiosi
in vena di scherzare.

Aver contattato tutto il personale,
l’area clienti, le agenzie di stampa,
per illustrare, a forza di sorrisi e malintesi,
il suo nuovo progetto editoriale.

Aver chiamato più volte, per sbaglio,
il suo numero di casa.

Aver stretto la mano
ad un centinaio di sconosciuti
di cui ricordava a memoria il nome.
Aver fatto la corte a un produttore…

Aver detto di no, nella strada,
a un mendicante e aver assistito
alla paralisi del centro per via
del gesto sconsiderato di un suicida.

Essersi rivista, mentre pioveva,
come in uno specchio,
su uno schermo luminoso
grande quanto il fanale
di una volante della polizia.

Aver giurato a se stessa
di andarsene via.

Boxer.7

**********

Mia moglie, quando scorreggia,
smaltisce, a sua insaputa,
tutte le tossine della sua giornata.
Ed io ne sono felice.

Ad un concerto notturno di questo tipo,
in vita mia, non mi era mai capitato
di essere invitato.

Mia moglie che scorreggia nel letto
a volte è un soprano, a volte un tenore,
a volte un coro di voci bianche.
Musica per le mie orecchie!

Andante con moto. Andante maestoso.
Allegro ma non troppo…

Ad ogni sua scorreggia corrisponde
un’ingiuria o un’offesa
che lei ha subìto di giorno
e che io, debole come sono,
non saprei riparare.

Ed è per questo che a me
mia moglie piace di notte
quando la sento scorreggiare.

Boxer.8
Photos by Boxer

http://www.photodom.com/photographer/Boxer

 
Leave a comment

Pubblicato da su 6 dicembre 2009 in Letteratura

 

Etichette:

Architetture del vuoto (Parte terza: 2001-2004); V “Io non son di questo mondo…”

clouds-from-the-left-window. joe's nyc
clouds-from-the-left-window. – joe’s nyc

V

Io non son di questo mondo.
Vengo da un altro pianeta.

Un giorno, se non erro,
il mago Merlino mi fece salire
in groppa a una cometa.

Osservò gli astri. Consultò
gli atlanti dalla a alla zeta.
Studiò traiettorie e possibili scorciatoie.
E, dopo un’attenta ricognizione
di ogni angolo dell’universo,
non trovò altro di meglio da fare
che scaraventarmi sulla terra.

Mi sbaciucchiò sul collo.
Mi diede una pacca sulle spalle.
E, tanto per attutire la caduta,
mi raccontò una fiaba.

“Coraggio, figlio mio, datti da fare!
In questa valle di lacrime
ci sarà ben poco da scherzare”.

razor-wire-and-clouds.joe's nyc
razor-wire-and-clouds. – joe’s nyc

***

Io non ne volevo sapere di lavorare.
A me il sudore non è mai piaciuto.

Adoro la pigrizia: mi piace dormire.
Detesto il frastuono e la sporcizia.

Detesto le nuvole di fumo
che fuoriescono dalle ciminiere,
le lamentele degli operai
e la balordaggine dei padroni,
le sceneggiate in piazza
con tanto di tamburi
e di bandiere stese
come le bluse dei lavoratori,
simili a spaventapasseri,
appese alle ringhiere
in segno di protesta.

Non sopporto i calendari,
le campane che suonano a festa,
come una sveglia,
anche nei giorni feriali,
le lancette degli orologi,
i minuti di silenzio inutili
e quelli di raccoglimento
per commemorare la scomparsa
di una falsa autorità.

Detesto le opere di carità
e quelle, a tempo perso,
a fin di bene.

Detesto la folla che non detiene
il senso del buon gusto.

Detesto la metropoli angusta
dove si danno raduno
gli autobus sgangherati,
le macchine ridotte ad un rottame
dopo essersi impennate
sui cavalcavia delle autostrade,
le motociclette rubate,
i treni che si sono rincorsi, incrociati
e salutati, a forza di stantuffi,
dopo aver respirato i miasmi
fetidi delle piccole città.

A me il soggiorno su questa terra
non è mai piaciuto e mai mi piacerà.

kent-avenue-pink.joe's nyc
kent-avenue-pink. – joe’s nyc

***.

Rimpiango il mio paradiso perduto.

Rimpiango la villa in marmo rosa
che mi ero fatto costruire
su un lago smeraldo abbandonato,
fiancheggiato da portici alti
quanto le torri di una cattedrale gotica.

Rimpiango i suoi giochi di ombre
e di luci, gli zampilli d’acqua
di cui erano capaci le sue fontane,
i platani e le palme
che avevo fatto piantare
per proteggermi dal sole,
il fogliame e i manti erbosi
dei suoi giardini
sui quali mi sdraiavo a meditare
al cinguettìo degli usignoli…

hellabores-in-the-rain.joe's nyc
hellabores-in-the-rain. – joe’s nyc

Per le foto che accompagnano il testo: http://www.joesnyc.streetnine.com/

 
1 Comment

Pubblicato da su 20 novembre 2009 in Letteratura

 

Etichette:

Architetture del vuoto (Parte terza: 2001-2004); IV “E allora bevo…”

Mother and child with cigarette - Vladimir Ivanov (photodom.com)
Mother and child with cigarette – Vladimir Ivanov (photodom.com)

IV

E allora bevo,
perché a me piace bere.

Bevo per dimenticare
tutte le amarezze.
Bevo pur di non salvare
nessuna delle piccole certezze
che avevo prima di bere.

Bevo e me lo sono già scordato.
Bevo perché sono uno sciagurato.

***

Bevo perché sono un poveraccio.
E ogni mattina, quando mi sveglio,
mi sento uno straccio.
E allora bevo di nuovo, pagliaccio,
alla salute di tutti quelli
che non bevono.

Bevo quando sono triste
e anche quando non lo sono.
Con la mano destra, con quella sinistra,
o con il pugno chiuso alzato.

Bevo perché sono nato
con un bicchiere in mano.

***

Bevo alla salute di chi crede
che io stia per mettermi
a strisciare per terra.

Bevo alla faccia di chi mi vede
barcollare, mentre a me sembra
di tenermi in equilibrio,
come un astronauta,
su una corda tesa
tra due alberi di una nave.

Bevo, sapendo di potermi
avventurare, come i gatti di notte,
sulle grondaie o sui cornicioni
dei palazzi senza timore di cadere.

Bevo perché so di potermi
arrampicare, come gli scoiattoli,
sui rami di un traliccio
alto quanto un grattacielo.

Bevo purché ci sia qualcosa da bere.

Ход мысли - Vladimir Ivanov (photodom.com)
Ход мысли – Vladimir Ivanov (photodom.com)

*** ***

Bevo di giorno e bevo
di notte in sogno.

Di notte mi sogno ancora
una bottiglia di Champagne,
un’altra di Grignolino,
un’otre di vino rosso invecchiato
da scolare di notte
dopo aver annegato, di giorno,
il mio piacere di bere
in una marea di frizzantini.

La mia casa, in sogno,
si trasforma in una cantina.

I libri e i miei quaderni
sono altrettanti registri
sui quali annoto in modo pignolo
cifre, propositi, ripensamenti
e presagi sinistri.

Ieri: cinque litri. Oggi: cinque
e cinquanta o giù di lì.
Domani un po’ di meno.
Dopodomani chissà.

Bevo e in sogno
mi riprometto di bere,
alla salute di chi non ci crede,
anche nell’al di là.

Состояние души - Vladimir Ivanov (photodom.com)
Состояние души – Vladimir Ivanov (photodom.com)

 
1 Comment

Pubblicato da su 18 novembre 2009 in Letteratura

 

Etichette:

 
Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.