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Archivio delle Categorie: Letteratura

Diego Scarca, Lettere a Mefistofele: “una narrazione scarna, riottosamente poetica e malinconica…” (recensione)

Se Mefistofele si è voluto negare, lo ha fatto in un modo rumoroso…

La struttura del romanzo svela un impianto “a tesi”, volto cioè a rivoluzionare volontarimente il genere del romanzo epistolare, senza però dimenticare il maestro Laclos. Appena si apre il libro, il periodare spezzato, insolente di Dora prende il lettore; il più avveduto dei quali scova l’intento “rivoluzionario”.

Ma non solo questo; c’è ben di più. E questo “più” lo si trova al centro del libro, quando gli altri interlocutori di Mefistofele si svelano pian piano. C’è la nipote Isabella – forse l’unica uscita all’inferno letterario, umano e filosofico del protagonista assente – il collega compiacente, l’amico Guido, che si perde dietro ad una sua allieva del corso di recitazione forse per cercare se stesso, forse solo per noia; e c’è l’amico melanconico che parte scordando che il dolore ce lo portiamo dentro. In filigrana, la caduta della famiglia: il padre che pensa solo alla sua proprietà e la madre sconvolta lentamente da rimorsi e mancanze.

Photo by Thomas Holtkoetter(1x.com)

*** *** ***

Il pregio di questo romanzo – che pur nella sua volontaria carica eversiva appartiene per certi aspetti al romanzo europeo più tradizionale – sta nel saper reggere molti filoni in una narrazione a volte scarna, a volte riottosamante poetica e malinconica: la critica delle ideologie e delle filosofie, una certa idea – non fallimentare, come vorrebbe far credere Mefistofele – della letteratura e della editoria, e in generale dei rapporti umani, nello specifico quello tra i sessi, ma più quello amoroso in senso stretto.

Se insomma Mefistofele si è voluto negare, lo ha fatto in un modo rumoroso, la cui polifonia, il cui contappunto, merita di intrigare il lettore.

Alberto Sisti (4.1.2009)
Fonte: www.angolo-manzoni.it

 
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Pubblicato da su 4 settembre 2010 in Letteratura

 

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Diego Scarca, Lettere a Mefistofele: filone “maudit” e scrittura flaubertiana… (recensione)

Lettere a Mefistofele tra filone “maudit” e scrittura flaubertiana…

(…) molto interessante l’idea di usare, come genere, il “romanzo epistolare” e di rivitalizzare una struttura narrativa caduta un po’ in disuso. I personaggi sono tutti molto particolari: ognuno ha qualcosa di caratteristico e di immediatamente riconoscibile. “Dora”, scurrile e provocatoria, è forse il personaggio meno affascinante. I “genitori” mi sono sembrati, invece, molto importanti: la distanza che li separa dal figlio mi è parsa un’ottima maniera per aggiungere indizi alla figura di questo fantomatico protagonista/autore “nascosto”.

Delle intuizioni molto belle, a mio avviso, ci sono poi nelle lettere dell’ “editore”, soprattutto in alcuni stralci del romanzo che il destinatario delle lettere sta “scrivendo”. Ci sono alcuni brani davvero evocativi, uno su tutti quello del 31 agosto, un pezzo in particolare: “La donna che avevo amato non mi riaccompagna nel mio viaggio di ritorno. Non ho avuto la forza e il coraggio di non voltarmi indietro. Le volevo troppo bene e lei era troppo bella e intelligente per accettare che qualcuno, un giorno o l’altro, la riportasse in vita”. Molto intenso…

Anche gli altri personaggi mi sembrano tutti credibili: dal solitario Guido, al giramondo Stéph., passando per il bizzarro (a cominciare dal modo di iniziare le lettere) Rino. Quest’ultimo, in particolare, ha degli spunti disgustosamente interessanti. Insomma, ognuno di essi, con le proprie peculiarità, riesce a prendere vita durante la lettura, tanto da assumere una fisionomia quasi reale.

A livello di stile, mi sono venuti in mente diversi autori, anche lontani fra loro: da una parte il filone più “maudit”, cioè scrittori come Bukowski, Céline, Miller (quelli che non avevano paura di prendere la realtà a piene mani anche nella sua crudezza, per intenderci); dall’altra, invece, mi è sembrato di trovare tracce di una scrittura più piana, un po’ flaubertiana in certi punti. In conclusione, mentre  leggevo il romanzo, pensavo alla nostra maniera di giudicare le persone, al peso che ogni singolo essere umano ha nei confronti di un altro. Un individuo può essere un Dio per qualcuno e un perfetto idiota per un altro, e tutto dipende dai ruoli, da ciò che si è condiviso, dagli eventi e dalle stesse circostanze. Questa “complessità sociale” è perfettamente descritta nel libro…

25-05-2009 Andrea Pastore

(www.angolomanzoni.it)

Photos by Thomas Holtkoetter (1x.com)

 
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Pubblicato da su 30 giugno 2010 in Letteratura

 

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Lettere a Mefistofele: 29 giugno

29 giugno

“La figura che il romanziere insegue nel suo romanzo non è per forza di cose una figura femminile. Può essere anche solo una figura retorica: una metafora, un’immagine o una situazione insolita”.

Di metaforico, purtroppo, nel suo romanzo io ci vedo ben poco. E quel poco si riduce a quelli che definirei degli svarioni poetici.
Mi sono permesso, egregio ed eccentrico signor romanziere, di riscrivere, ancora una volta, a modo mio alcuni suoi brani e di rimetterli, nella misura del possibile, in ordine cronologico.
Li sottopongo alla sua attenzione.

Il fuoco che bruciava alle prime ore del mattino sul campo di calcio deserto della città universitaria, che a me ricordava i falò a cui avevo assistito da bambino, era per lei fatto a immagine e somiglianza del vuoto…

Una ferita indelebile. Una macchia. Qualcosa che sporca tutti i nostri ricordi, insozza la nostra anima e la rovina. La spazza via e ci fa sentire pusillanimi per aver ceduto a una fantasia…

Voleva che la smettessi di frequentare troppo le biblioteche. Voleva mandare a monte tutti i miei progetti. Voleva che mi cimentassi sul serio nella poesia. Le ho inviato versi velenosi. Da Torino, quando le volevo ancora bene; da Parigi stessa, quando lei aveva avuto bisogno di farsi curare; da Vienna, quando era già morta.

Eravamo nell’ottantadue. I treni non andavano più a vapore, ma ci si muoveva ancora come lumache. Salutarsi con le lacrime agli occhi andava ancora di moda. Abbassare i finestrini e sventolare un fazzoletto… Mia madre si commuoveva se le citavo o le recitavo un verso celebre. Ne inventavo uno: «un seul être vous manque et tout est dépeuplé».

Nell’autunno dell’ottantadue, quando l’ho incontrata, volevo prendermi una rivincita sull’anonimato della vita al quale mi costringevano Parigi, i miei studi e la banalità delle pretese di chi, nei miei studi, mi seguiva a distanza.
- Non vorrai mica farci credere che a Parigi non te la sei un po’ spassata?

Ho giocato con lei, prima facendole credere che l’avrei aiutata, poi abbandonandola perché mi ero sentito umiliato il giorno in cui mi aveva fatto capire che contava su di me come su un semplice amico.

Il resto non è acqua passata. C’è qualcosa che non si cancella nella coscienza di ciascuno di noi. I rimorsi riaffiorano a distanza di anni. Non c’è verso di guarirne.

Chi mi dirigeva nelle mie ricerche voleva che le terminassi in tempo per ottenere un incarico in un’università parigina. L’avevo trascurata anche per questo. In quel modo avrei potuto rivederla, l’autunno successivo, e farmi perdonare tante sciocchezze.

Quando sono tornato a Parigi, lei era già morta e io ne ero all’oscuro.

Avevo fatto passare un po’ di tempo prima di ripresentarmi a casa sua. Nell’elenco degli inquilini del suo palazzo della rue de Babylone non figurava più il suo nome. Sono andato a Versailles. Ho parlato con un vicino di casa dei suoi genitori.

Ho ricostruito i fatti, leggendo le cronache dei giornali. “Libération” aveva dato risalto alla notizia. Io mi trovavo a Vienna nel frattempo e i versi velenosi che le avevo scritto non le erano giunti in tempo.

Sono andato una volta sola a farle visita al cimitero.

Era un giorno di dicembre. Mi trovavo nella metropolitana.
In una città come Parigi uno non può fare altro che affidarsi al caso, se non sa in quale cimitero una persona scomparsa è stata sepolta.

Nel giro di pochi minuti, senza chiedere informazioni a nessuno, i passi mi hanno guidato, in un labirinto di tombe, alla sua.

Non Le sembra, questa, una splendida metafora della vita?

Il suo Edit.

P.S.: Ci risentiremo, come pattuito, a fine agosto.


Artwork by Chad Wys (behance.net)

 
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Pubblicato da su 29 giugno 2010 in Letteratura

 

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Lettere a Mefistofele: 28 giugno

28 giugno

- Je n’ai plus envie de te voir. Ça me dégoûte.
- Et pourtant tu es restée longtemps chez moi.
- J’avais besoin de tendresse.
- Tu n’en as plus besoin ?
- Ce n’est pas ça. Lorsque le vide s’installe entre deux êtres, il faut le regarder en face. Inutile d’essayer de le cacher. Inutile de s’embrasser. Inutile de prononcer un mot de plus. Personne ne le comprendrait.
- Qu’est-ce qu’il ne te plaît pas ?
- Ton plus simple geste.

Bel dialogo, suppongo.
Ma perché non lo traduce in italiano?
Che cosa Le costa?
Crede che tutti i suoi lettori sappiano il francese?
Oppure sposti la vicenda in Inghilterra.
Che Lui e Lei parlino in inglese.
L’inglese lo capiscono anche i neonati ormai.

Mi faccia sapere qualcosa.

Il suo Edit.


Artwork by Chad Wys (behance.net)

 
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Pubblicato da su 28 giugno 2010 in Letteratura

 

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Lettere a Mefistofele: 27 giugno

27 giugno

- E’ ora che tu ti scuota. Bisognerebbe che ti succedesse qualcosa di grave. Ti auguro di star male.
- Perché me lo auguri?
- Perché ti aiuterebbe a cambiare: a smetterla di essere una marionetta azionata da altri che vogliono farti arrivare allo stesso punto morto in cui si trovano loro. Imbecilli…
- Gli imbecilli chi sono?
- Io non ti ho mai amato e tu non mi hai mai amata. Ho apprezzato la tua franchezza. E’ giusto adesso che io faccia la mia strada. Che senso avrebbe ingannarci di nuovo, regalandoci mille carezze inutili, mille mazzi di rose, mille battute, mille sorrisi futili.
- Ami un altro?
- Più di uno. Voglio proprio mentirti: adoro il medico che si è preso cura di me. Ma ci tengo alla tua amicizia. Devi scrivermi.

La porta si socchiude.
Colgo un che di ironico nel suo imbarazzo.
- Noi ci rivedremo.
Noto un difetto sulla pelle del suo viso di cui non mi ero mai accorto.

Ho dimenticato il mio gilet a casa sua. Non posso tornare a chiederglielo.

Parigi è un ronzìo banale. Un alveare d’api. Un’immensa perdita di tempo.
Un non so che cosa.
Un’imprecazione. Un’amarezza.
Una sozzura…

Vedo che continua a migliorare.
Andando avanti di questo passo, qualche stralcio di dialogo finirà pur per figurare nel suo romanzo.

Il suo Edit.


Artwork by Chad Wys (behance.net)

 
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Pubblicato da su 27 giugno 2010 in Letteratura

 

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Lettere a Mefistofele: 26 giugno

26 giugno

La proteggerò dalla pioggia, che ora scroscia, con il mio impermeabile, passandoglielo sulle spalle.
Le presterò la mia sciarpa.

A nulla servirà ogni mio gesto.

Ne prendo atto varcando da solo la soglia della città universitaria.

Mi metto a girovagare nel parco. Mi sdraio su una panchina fradicia.
Si intravedono ancora alcune luci accese in una residenza secondaria.
Invidio quelli che studiano a quest’ora: quelli che ripassano a memoria i volumi che hanno consultato di giorno nelle biblioteche.
Se la Nazionale fosse aperta, ci farei un salto.
Scoprirei un carteggio manoscritto, un inedito, e mi metterei a trascriverlo.
Diventerei famoso.

Si rimette a piovere.

Cinquanta metri più in là, sul boulevard, si vendono le prime copie dei giornali.
Avrei bisogno di schiarirmi le idee.

Non oso farlo.

Come sopra.

Il suo Edit.


Artwork by Chad Wys (behance.net)

 
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Pubblicato da su 26 giugno 2010 in Letteratura

 

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Lettere a Mefistofele: 25 giugno

25 giugno

Non ha né amici né amiche.
Ci hanno invitati a cena dei suoi vecchi compagni di scuola in un vecchio ristorante della rue Bonaparte.

I camerieri alzano la voce, neanche fossero loro a dettar legge nel locale, forse perché indispettiti nel sentirsi apostrofare da dei giovinastri in vena di una serata goliardica.

Ognuno si informa dell’altro.
C’è chi è invidioso e si sforza di non darlo a vedere. Chi si complimenterebbe volentieri ma non trova il coraggio di farlo.

Tutti sparlano degli assenti…

C’è chi esibisce una cravatta rosa e un’orchidea su un impeccabile completo nero.
Lo ha fatto apposta per suscitare l’ilarità generale?

C’è chi non se l’è sentita di rinunciare alla propria divisa da ufficiale proprio adesso che è in congedo.
Altri si direbbe che si siano appena svegliati (eppure è sera) e non abbiano avuto il tempo di pettinarsi.
Hanno lasciato nel letto da sola per qualche ora la loro nuova compagna, raccomandandole di non stare in pensiero nel caso in cui avessero fatto tardi.

Non si parla che in “argot”.

Ogni tanto qualcuno mi rivolge, impietosito, la parola.
“Tu che abiti a Torino, la città delle macchine… Ma Torino è in Italia? E quanto dista dal mare? C’è un centro storico o non c’è niente? Che cosa ci sei venuto a fare in Francia?”
Lei li disprezza apertamente.

Quand’è che ce ne andiamo?
Quand’è che ci liberiamo dalla stretta di questa festa fasulla?
Capisco il suo imbarazzo nel vedermi ordinare ancora un bicchiere, non sapendo cos’altro fare, adesso che mi hanno ammutolito, adesso che si alza a tutto volume il loro vociare.

Tra poco, c’è da scommetterci, qualcuno si metterà a cantare.
Lei sgranocchia qualcosa, innervosita, tracciando con la punta del coltello sulla tela cerata che le serve da tovaglia delle linee che riproducono a sua insaputa quelle della sua mano.

Siamo condannati a non essere felici.

Non male.

Il suo Edit.


Artwork by Chad Wys (behance.net)

 
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Pubblicato da su 25 giugno 2010 in Letteratura

 

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Lettere a Mefistofele: 24 giugno

24 giugno

Adesso ricordo qualcosa.

E’ primavera.
Girano per il quartiere latino come due anime in pena.
Si soffermano a guardare, distratti, i dettagli della facciata di una chiesa gotica.
Persino nel suo modo di camminare c’è qualcosa di atipico.
Si direbbe che ascolti il tramonto invece di guardarlo.
Che un notturno di Chopin l’abbia rapita.
Eppure è primavera.
Chi non se la sentirebbe di sorridere?
Chi rinuncerebbe alla vita?

Nei giardini del Lussemburgo si danno raduno comitive di studenti in gita e si formano gruppetti di adolescenti ringalluzziti.
I venditori di crêpes fanno fatica a soddisfare i gusti di tutti.

Una fanfara si esibisce sotto un pergolato.
Applaudono i bambini che non capiscono il perché di tanto brulicare di vita sui boulevards e nei cafés.
Passa a sirene spiegate un convoglio di vigili del fuoco.

Ci attardiamo davanti a una vetrina chiusa.
Le propongo dei regali.
Un portasigarette d’avorio?
Finge di accendersi una sigaretta e di fumarla.
Un ventaglio?
L’agita già come dovesse lanciarlo in aria.
Un foulard?
La vedo bene, in un gioco di prestigio, estrarvi dei colombi intimiditi che andranno a posarsi di fianco alla panchina dove siede una vecchietta sulla quale si sofferma adesso, impietrito, il suo sguardo.
Un binocolo da portare a teatro?
Lo metterà senz’altro la sera della prima dell’ “Arlecchino servitore di due padroni”.
Dei tarocchi?
Saprà predirmi il futuro.
Saprà dirmi a quali sventure andrò incontro. Da che cosa dovrò guardarmi, di chi dovrò diffidare. Contro quali scogli andrà ad urtare la mia imbarcazione. Come sarò quando sarò vecchio, se invecchierò.

Prosegue il nostro scombussolato deambulare verso l’Île de la Cité, poi verso l’Île Saint-Louis.
Sfilano i bateaux-mouche, a bordo dei quali scorrono fiumi di champagne ed orchestrine tutte uguali improvvisano gli stessi motivi (dalla “Vie en rose” a “Ma bohème”) che strappano un sorriso ai turisti americani e commuovono persino le studentesse straniere venute a Parigi a vivere alla pari.

Al riparo dalla folla, mentre incominciano ad accendersi, discreti, i lampioni, s’intravede sul suo volto la fatica.

Mi sento di peso.
Non so cosa inventarmi.

Una menzogna.

Che sarei disposto a gettarmi con lei nel fiume.

Può andare.

Il suo Edit.


Artwork by Chad Wys (behance.net)

 
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Pubblicato da su 24 giugno 2010 in Letteratura

 

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Lettere a Mefistofele: 23 giugno

23 giugno

Adesso ricordo qualcosa

Hanno appena fatto l’amore e sono usciti di casa per andare al bar. Si sono seduti.
Lui le legge ad alta voce una poesia che parla di Milano.
Lei lo ascolta. Le piacciono i versi anche se non capisce l’italiano. Ha uno sguardo magnifico.
Adesso ricordo anche che lei si sta procurando un manuale di italiano e che vuole che io glielo insegni.
Nel primo pomeriggio avevano fatto l’amore.

C’era un camino acceso nella sua stanza. Una tappezzeria che si scollava e che lei avrebbe voluto cambiare. Suo fratello occupava la stanza di fianco.

Amava i fiori e gliene avrei regalati. Fumava, mentre, fosse stato per me, io non avrei mai e poi mai iniziato.
Mi ha regalato una foto.

Avevano fatto l’amore e lui era impacciato.
Erano usciti di casa e lei era bellissima.

Avevo in mente un’infinità di progetti.
Mi sembrava che mi desse retta.

I regali sarebbero incominciati il giorno stesso e finiti a Natale, per poi riprendere a Santo Stefano e continuare.

Avevano fatto l’amore e lui era impacciato.
Aveva avuto paura di offenderla…

Letto e approvato, anche se con qualche riserva.

Il suo Edit.


Artwork by Chad Wys (behance.net)

 
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Pubblicato da su 23 giugno 2010 in Letteratura

 

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Lettere a Mefistofele: 20 giugno

20 giugno

Lei non può tenere il lettore in continuazione sulle spine.
Il suo romanzo non avrà mai fine.

“Lei” muore o non muore?
E se muore, di che cosa muore?

Finalmente qualcosa che ha l’aria di assomigliare a un dialogo.

- Muoio della malattia chiamata volgarmente indifferenza o, se preferisci, distacco.
- Distacco da che cosa?
- Da tutto e da tutti. Della mia famiglia non mi importa niente. Del perbenismo di mia madre e dell’opportunismo politico di mio padre, che è diventato ambasciatore, mi vergogno. Nella villa in riva al mare che si sono comprati in Provenza non metterò mai piede. Non preferisco la tua stanzuccia e il suo squallore. Voglio andarmene altrove.

A questo punto, a mio avviso, dovrebbe concedere il diritto di replica a “Lui”. Del tipo:

- Sani propositi. Strano che tu non ci abbia pensato seriamente il giorno in cui hanno bloccato la metropolitana in tempo e tu hai fatto perdere un’infinità di tempo alla gente. “Ma come? Un altro suicida! Non se ne può più. Andando avanti di questo passo, chi ce li restituisce i soldi che non guadagniamo perché arriviamo tardi al lavoro?” La tua famiglia ti fa schifo perché tu le assomigli. E la vita ti fa schifo perché tu non ne sei all’altezza.

Potrebbe essere uno spunto.
Ma mi raccomando: arrivi a una conclusione!

Il suo Editore


Photo by Massimiliano Pallotti (photo.net)

 
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Pubblicato da su 20 giugno 2010 in Letteratura

 

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