Cinémathèques: Le amiche (Michelangelo Antonioni, 1955)
24 Dicembre 2009
Michelangelo Antonioni – Le amiche (1955)
Cast: Gabriele Ferzetti, Yvonne Furneaux, Ettore Manni, Valentina Cortese, Eleonora Rossi Drago…
Sbarcata a Torino per lavoro, la giovane romana Clelia conosce Rosetta in circostanze drammatiche (la ragazza infatti ha appena tentato il suicidio per amore) e successivamente le sue amiche, variamente coinvolte in vicende sentimentali critiche che sembrano affrontare con la massima disinvoltura. Disinvoltura che manca a Rosetta: tenterà una seconda volta di togliersi la vita. Clelia, dapprima propensa a fermarsi a Torino, torna a Roma.
Tratto da un racconto di Pavese, nonostante qualche frammentarietà, il film ci mostra un Antonioni già padrone degli strumenti del mestiere e acuto osservatore delle difficoltà delle relazioni umane. Leone d’argento a Venezia. (www.film.tv.it)
SEQUENZE:
- “Se faccio di te il mio gioco…”
done- “Quante volte ci sono passata da bambina…”
done
Le amiche.2
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- “Sta’ a vedere che stasera avviene il miracolo…”
done
Le amiche.3
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- “Io non ho bisogno di nessuno”
done
Le amiche.4
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- “Di fronte a una morte misuriamo (…) quello che è vero e quello che è falso”
done
Le amiche.5
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La critica:
[…] Questa la storia che Michelangelo Antonioni ha tratto con una certa libertà, dal racconto Tra donne sole compreso nel volume La bella estate di Cesare Pavese. Presi ad uno ad uno, gli stati d’animo dei personaggi e la logica interna dei loro atteggiamenti sono in genere messi in rilievo con asciutto rigore, ma se consideriamo il racconto nel suo insieme e guardiamo ogni figura nella totalità dei suoi gesti, nella cornice in cui vive, alla luce delle parole che ci fa intendere, allora ci tocca rilevare una scarsa linearità narrativa […] Le storie delle quattro donne non sempre si equilibrano, il loro alternarsi, spesso, è frammentario, spesso diventa episodico. C’è, comunque, nel film un impegno stilistico, un’attenzione figurativa, un’ambizione drammatica che, anche quando non riescono a risolversi compiutamente, si impongono a tutta la dovuta attenzione. Per merito, anche, di un felice complesso di interpreti, da Valentina Cortese, umanissima e sensibile nel personaggio di Nene, e a Eleonora Rossi Drago nella calda bellezza di Clelia.
Gian Luigi Rondi, Il Tempo, 19 Novembre 1954
*** *** ***

È almeno dai Vinti che si sente in Antonioni la segreta aspirazione a un cinema di costume. Nelle Amiche questa aspirazione diventa programma dichiarato. Se il cinema italiano dovrà avere il suo Dumas figlio, Antonioni è il primo candidato iscritto. (Senza nessun riferimento alla Signora senza camelie.) Egli ha scelto anche stavolta un settore scabroso: quello delle signorine depravate di buona famiglia. I modelli è andato a domandarli al compianto Cesare Pavese, prendendoli in blocco tra i personaggi di quel breve romanzo, Tra donne sole, che fa parte della trilogia de La bella estate e dove, sullo sfondo di una Torino fortemente monparnassiana, sono effigiati, nei loro modi e mentalità e comportamento caratteristici, appunto cinque esemplari di queste fanciulle; naturalmente con il campionario dei maschi di contorno. Nonostante amino un linguaggio brutale e pratichino il vizio con indifferenza, questi personaggi sono in realtà tipi abulici e svaporati, all’apparenza insofferenti uno dell’altro (“vivevano come i gatti sempre pronti a portarsi via l’osso”), all’atto pratico condannati a cercarsi e a stare insieme, quasi legati da una inconsapevole complicità. A stare insieme e ad annoiarsi insieme, noia dalla quale non riescono a sfuggire che in due modi, entrambi purtroppo temporanei: sbronzandosi o facendo l’amore. Nemmeno in questo, che si danno l’aria di considerare la loro specialità, sono molto interessanti […]
Discutibile come analisi moralistica, il film si distingue almeno come opera di regia. Antonioni vi ha raggiunto ormai una assoluta padronanza del mezzo scenico, una rara e felicissima fluidità nel muovere azioni e personaggi. Il modo con cui riesce a contrappuntare certi episodi d’insieme, per esempio la gita in Riviera o l’inaugurazione della casa di mode, prova che il regista è fatto. Forse non gli parrà un gran complimento. Ma anche Dumas figlio ha cominciato così.
Filippo Sacchi, “Il Corriere della Sera” in Al cinema col lapis, Milano, Mondadori, 1958
Fonte: www.mymovies.it
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IV
Ridatemi i miei vent’anni.
Rivoglio la mia giovinezza.
Voglio che con un bel battipanni
diate una bella pulita
a questo spaventapasseri
che è diventato il mio corpo.
Spogliatelo dei suoi indumenti.
Lavateli come si deve.
Strizzateli con cura.
Scrollatemi di dosso
ogni genere di paura.

Photo D. Melenin (photodom.com)
***
Rivoglio i muscoli da atleta
che avevo a vent’anni.
Ridatemi i polpacci
da centravanti e la mia destrezza
nello schivare botte, colpi gobbi
e lividi alle caviglie.
Ridatemi le finte e i dribbling
con i quali sapevo saltare,
come birilli, gli avversari.
Li voglio vedere di nuovo
schiattare d’invidia
e strisciare al suolo
nel tentativo di acciuffarmi.
Ricucitemi i guanti
appesi al chiodo e tornerò
sul ring, pronto a spaccare
il muso e il setto nasale
al primo che mi capita:
anche al mio allenatore.
Fatemi gladiatore
e scenderò nell’arena.
Fatemi belva
e sbranerò i carnefici.
Solleverò sul podio
la testa di uno di loro
di cui avrò rosicchiato le cervella
prima di sputacchiare
sul volto di un tribuno
un ossicino.
A tutti quanti riserverò un autografo.
A tutti quanti un inchino.
Ridisegnatemi una pista.
Segnatemi una mèta.
Con le scarpe da ginnastica
che avevo da bambino,
con le ciabatte, con i sandali
o a piedi nudi,
vi posso garantire che darò
del filo da torcere a Carl Lewis
nel salto in lungo e ai cento metri.
Cronometratemi pure
i millesimi di secondo.
Farò crollare i record.
Inutile precisare
che arriverò per primo.

Photo D. Melenin (photodom.com)
*** ***
Restituitemi la mia giovinezza.
Voglio che il mondo torni
indietro almeno di cent’anni.
Ridatemi le lampade a petrolio,
i carri trainati dai buoi,
le fiere di paese, l’odore del fieno,
quello del muschio a Natale
e quello delle costolette di maiale
che solo mia zia, buon’anima,
sapeva far abbrustolire.
Ne ho le scatole piene
di questo mondo infame.
Restituitemi, se non altro,
il prete della mia parrocchia.
Quello con il quale andavo in giro
a benedire le case:
Don Luigi, grand’uomo,
innamorato di mia madre…
Ridatemi la sua sacrestia,
il suo confessionale,
le false penitenze, le ostie
alzate per finta in aria
pur di brindare sempre.
Il mondo adesso è così brutto
che a me piacerebbe rivedere
come al cinematografo
la fronte sudata delle suore
che in primavera mi rincorrevano
all’oratorio per insegnarmi
a dire, in latino, le preghiere
dopo avermi sbaciucchiato sul collo.

голубоглазый Отелло – Vartan (photodom.com)
*** ***
Restituitemi i miei vent’anni.
Rivoglio la mia giovinezza.
Ridatemi la bicicletta
con la quale ero corso, un giorno,
in Val Chisone (era novembre,
nevicava, ma io non lo sapevo)
a dichiararmi a una ragazza.
Elisabetta?
Gli stivaletti a punta,
i pantaloni a zampa d’elefante,
quelli pieni di toppe,
e i capelli lunghi.
La prima sigaretta, la prima rima
per far sorridere un’altra ragazza.
Marina?
I maglioni di lana
che mia madre si dannava
a terminare in tempo, morendo
dalle risate, mentre sferruzzava,
per via dell’ultima trovata
che avevo avuto a scuola.
Far piovere dalle finestre delle aule
al quinto piano del liceo
delle pagine ritagliate da Playboy
per assistere, con i miei compagni,
allo scoramento sul marciapiede
di un vecchietto dalla mano tremolante
che tenta invano di sfogliarle
con la punta del bastone.
Chiedere all’insegnante di chimica
(ultima lezione, è mezzogiorno:
ora di desinare) che si esibisce
in un esperimento dei suoi
dietro a tanto di alambicchi fumanti,
pronti ad esplodere: “Oggi, brava donna,
che cosa bolle in pentola?
Che cosa ci prepara, oggi, di buono?”
*** ***
Restituitemi il profumo del letame
che a me piaceva tanto
quando avevo vent’anni.
I campi da concimare,
le acque da incanalare,
il tempo delle potature,
l’epoca della raccolta,
le stagioni avare,
i grappoli d’uva messi a seccare,
i falò in autunno,
il cascinale in rovina,
le cose da porre al riparo
prima che arrivi il cattivo tempo,
prima che ti sorprendano le nebbie,
prima che geli…
Rivoglio i quarantacinque e i trentatre
giri di Dalidà e di Luigi Tenco
che facevo andare su un giradischi
scorbutico quanto la persona
a cui era appartenuto:
un mio zio di Bari.
Brani di musica da completare
con la fantasia perché la puntina
del giradischi saltava sempre
qualche solco che riteneva di troppo.
Ridatemi i cavalli al galoppo
della mia Seicento sgangherata
e le coperte di velluto
che mi portavo dietro
per andare a pomiciare
con la figlia di un calabrese
in riva a un torrente o a un fiume:
il Chisola?
***
Rivoglio i miei vent’anni.
Restituitemi la mia giovinezza.
Ridatemi l’agilità del saltimbanco,
la presunzione dell’acrobata,
la sfacciataggine del giullare
e le smorfie del mimo.
Son pronto a giurare
sul Signore Iddio
che non deluderò nessuno.
Dalida chante les grands auteurs…
20 Dicembre 2009
Dalida chante les grands auteurs (2002)
BRANI
Une femme à quarante ans
Au soleil de mes 18 ans,
Je voguais sur des bateaux ivres
Et les Rimbaud de mes tourments
étaient des poésies à suivre
Je voyageais au gré du vent
Des bords de Loire aux Caraïbes
J’avais le coeur comme un volcan
Et j’aimais la fureur de vivre
Quelques années après pourtant
Ma vie ressemblait à un livre
Je tournais les pages d’un roman
Où tout me semblait trop facile
J’ai eu le succès et l’argent
Et j’ai connu le mal de vivre
J’ai dépensé beaucoup de temps
Avant de pouvoir vous le dire
Entre l’automne et le printemps
On est une femme à 40 ans
L’amour et l’amitié s’arrangent
Dans un bonheur qui se mélange
On est une femme à 40 ans
On est une femme tout simplement
On a la force et l’expérience
On sait tout pardonner d’avance
J’ouvre les yeux et maintenant
Le soleil a brûlé mes larmes
Je suis bien dans mes sentiments
Et la solitude a son charme
Je ne regrette rien vraiment
Autour de moi la mer est calme
Les Rimbaud de mes 18 ans
N’osent pas m’appeler Madame
Entre l’automne et le printemps
On est une femme à 40 ans
L’amour et l’amitié s’arrangent
Dans un bonheur qui se mélange
On est une femme à 40 ans
On est une femme tout simplement
On a la force et l’expérience
On sait tout pardonner d’avance
On est une femme à 40 ans
On est une femme tout simplement
La mamma
***
Quand on a que l’amour

UNE POPULARITÉ INALTÉRABLE
Sa voix chaude, légèrement striée de rocailles et relevée d’une pointe persistante d’accent italien, en fait bientôt l’une des vedettes préférées du public français, en ce début des années soixante où la vogue est pourtant aux premiers rockers et aux yé-yé. Une renommée qui ne faiblira pas avec le temps, en dépit des modes qui passent et d’un style qui, ne se renouvelant guère, finit presque par s’autoparodier.
Star française, mais également grande vedette internationale, Dalida a vendu cent vingt millions de disques, enregistré neuf cents chansons en huit langues (dont cinq cents en français et deux cents en italien), et participé à plusieurs centaines de galas dans le monde.
LE DÉSESPOIR D’UNE VIE PRIVÉE PONCTUÉE DE DRAMES
Pourtant, en dépit de cette fabuleuse réussite, la chanteuse n’est guère heureuse dans sa vie privée. Un enchaînement de drames personnels (suicide de Lucien Morisse, son ex-mari, puis de Luigi Tenco, le nouvel homme de sa vie) la conduit à faire plusieurs tentatives de suicide ; en 1967 tout d’abord, puis en 1977. Cette période de crise correspond à un changement d’orientation dans sa carrière. Elle élargit son répertoire à la chanson à texte (« Avec le temps », de Léo Ferré), obtient un succès mondial avec « Gigi l’amoroso » et « Il venait d’avoir dix-huit ans », se convertit sans complexe, et avec un succès inattendu, au disco — le remake de « J’attendrai » en 1976 remporte un grand succès —, tourne avec talent dans le beau film de Youssef Chahine, le Sixième Jour (1986), et joue même les meneuses de revue, façon Mistinguett, au Palais des sports (1979-1980). Mais, cachant de plus en plus difficilement le désespoir qui l’habite sous le bonheur exprimé par ses chansons, elle se suicide dans sa maison de Montmartre le 3 mai 1987.
(Microsoft ® Encarta ® 2009.)
TrackList
01. La mer
02. La vie en rose
03. Amoureuse de la vie
04. La mamma
05. Que sont devenues les fleurs
06. Une vie
07. Avec le temps
08. Une femme a quarante ans
09. Marjolaine
10. Quand on a que l’amour
11. Il pleut sur bruxelles
12. Mon frere le soleil
13. Je suis malade
14. La fille aux pieds nus
15. Chanter les voix
16. Le petit bihneur
17. Je prefere naturellement
18. Pour qui pour quoi
19. Deux colombes
20. Mon coeur va
Sito ufficiale dell’artista:
http://www.dalida.com/us.htm
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Léo Ferré interpreta Rimbaud (“L’Impossible”, Une Saison en Enfer)
18 Dicembre 2009
L’Impossible
Ah! quella vita della mia infanzia, la strada maestra in ogni stagione, sovrumanamente sobrio, più disinteressato del migliore fra i mendicanti, fiero di non avere né paese, né amici, che sciocchezza era. – E me ne accorgo solo ora!
- Ho avuto ragione di disprezzare quei bravuomini che non rinuncerebbero mai a una carezza, parassiti della pulizia e della salute delle nostre donne, oggi che si accordano così poco con noi.
Ho avuto ragione in tutti i miei sdegni: perché evado!
Evado!
Mi spiego…
Ah ! cette vie de mon enfance, la grande route par tous les temps, sobre surnaturellement, plus désintéressé que le meilleur des mendiants, fier de n’avoir ni pays ; ni amis, quelle sottise c’était. – Et je m’en aperçois seulement!
- J’ai eu raison de mépriser ces bonshommes qui ne perdraient pas l’occasion d’une caresse, parasites de la propreté et de la santé de nos femmes, aujourd’hui qu’elles sont si peu d’accord avec nous.
J’ai eu raison dans tous mes dédains : puisque je m’évade !
Je m’évade !
Je m’explique.
Hier encore, je soupirais : « Ciel ! sommes-nous assez de damnés ici-bas ! Moi j’ai tant de temps déjà dans leur troupe ! Je les connais tous. Nous nous reconnaissons toujours ; nous nous dégoûtons. La charité nous est inconnue. Mais nous sommes polis ; nos relations avec le monde sont très-convenables. » Est-ce étonnant ? Le monde! les marchands, les naïfs ! – Nous ne sommes pas déshonorés. – Mais les élus, comment nous recevraient-ils ? Or il y a des gens hargneux et joyeux, de faux élus, puisqu’il nous faut de l’audace ou de l’humilité pour les aborder. Ce sont les seuls élus. Ce ne sont pas des bénisseurs !
M’étant retrouvé deux sous de raison – ça passe vite ! – je vois que mes malaises viennent de ne m’être pas figuré assez tôt que nous sommes à l’Occident. Les marais occidentaux ! Non que je croie la lumière altérée, la forme exténuée, le mouvement égaré… Bon ! voici que mon esprit veut absolument se charger de tous les développements cruels qu’a subis l’esprit depuis la fin de l’Orient… Il en veut, mon esprit !
… Mes deux sous de raison sont finis ! – L’esprit est autorité, il veut que je sois en Occident. Il faudrait le faire taire pour conclure comme je voulais.
J’envoyais au diable les palmes des martyrs, les rayons de l’art, l’orgueil des inventeurs, l’ardeur des pillards ; je retournais à l’Orient et à la sagesse première et éternelle. – Il paraît que c’est un rêve de paresse grossière !
(…) (…) (…)
N’est-ce pas parce que nous cultivons la brume ! Nous mangeons la fièvre avec nos légumes aqueux. Et l’ivrognerie! et le tabac ! et l’ignorance ! et les dévouements ! – Tout cela est-il assez loin de la pensée de la sagesse de l’Orient, la patrie primitive ? Pourquoi un monde moderne, si de pareils poisons s’inventent !
(…) (…) (…)
A. Rimbaud Une Saison en Enfer (1873)
*** *** ***
L’INTERPRETAZIONE DI LEO FERRE :
DÉLIRES II
Fu dapprima uno studio. Scrivevo silenzi, notti, annotavo l’inesprimibile. Fissavo vertgini…
ALCHIMIE DU VERBE
A’ moi. L’histoire d’une de mes folies.
Depuis longtemps je me vantais de posséder tous les paysages possibles, et trouvais dérisoires les célébrités de la peinture et de la poésie moderne.
J’aimais les peintures idiotes, dessus de portes, décors, toiles de saltimbanques ; enseignes, enluminures populaires; la littérature démodée, latin d’église, livres érotiques sans orthographe, romans de nos aïeules, contes de fées, petits livres de l’enfance, opéras vieux, refrains niais, rhythmes naïfs.
Je rêvais croisades, voyages de découvertes dont on n’a pas de relations, républiques sans histoires, guerres de religion étouffées, révolutions de moeurs, déplacements de races et de continents : je croyais à tous les enchantements.
J’inventai la couleur des voyelles ! – A noir, E blanc, I rouge, O bleu, U vert. – Je réglai la forme et le mouvement de chaque consonne, et, avec des rhythmes instinctifs, je me flattai d’inventer un verbe poétique accessible, un jour ou l’autre, à tous les sens. Je réservais la traduction.
Ce fut d’abord une étude. J’écrivais des silences, des nuits, je notais l’inexprimable. Je fixais des vertiges.
Loin des oiseaux, des troupeaux, des villageoises,
Que buvais-je, à genoux dans cette bruyère
Entourée de tendres bois de noisetiers,
Dans un brouillard d’après-midi tiède et vert ?
Que pouvais-je boire dans cette jeune Oise,
- Ormeaux sans voix, gazon sans fleurs, ciel couvert ! -
Boire à ces gourdes jaunes, loin de ma case
Chérie ? Quelque liqueur d’or qui fait suer.
Je faisais une louche enseigne d’auberge.
- Un orage vint chasser le ciel. Au soir
L’eau des bois se perdait sur les sables vierges,
Le vent de Dieu jetait des glaçons aux mares ;
Pleurant, je voyais de l’or œ et ne pus boire. -
*** *** ***
A’ quatre heures du matin, l’été,
Le sommeil d’amour dure encore.
Sous les bocages s’évapore
L’odeur du soir fêté.
Là-bas, dans leur vaste chantier
Au soleil des Hespérides,
Déjà s’agitent – en bras de chemise -
Les Charpentiers.
Dans leurs Déserts de mousse, tranquilles,
Ils préparent les lambris précieux
Où la ville Peindra de faux cieux.
Ȏ, pour ces Ouvriers charmants
Sujets d’un roi de Babylone,
Vénus ! quitte un instant les Amants
Dont l’âme est en couronne.
Ȏ Reine des Bergers,
Porte aux travailleurs l’eau-de-vie,
Que leurs forces soient en paix
En attendant le bain dans la mer à midi.
*** *** ***
La vieillerie poétique avait une bonne part dans mon alchimie du verbe.
Je m’habituai à l’hallucination simple : je voyais très-franchement une mosquée à la place d’une usine, une école de tambours faite par des anges, des calèches sur les routes du ciel, un salon au fond d’un lac ; les monstres, les mystères ; un titre de vaudeville dressait des épouvantes devant moi.
Puis j’expliquai mes sophismes magiques avec l’hallucination des mots !
(…) (…) (…)
Arthur Rimbaud, Une saison en Enfer (1873)

L’INTERPRETAZIONE DI LEO FERRE:
Léo Ferré – Délires II (Extrait)
*** *** ***

Charleville Mézières: la maison de Rimbaud
(http://maisonsecrivains.canalblog.com/)
Continua…
Adieu
L’automne déjà ! – Mais pourquoi regretter un éternel soleil, si nous sommes engagés à la découverte de la clarté divine, – loin des gens qui meurent sur les saisons.
L’automne. Notre barque élevée dans les brumes immobiles tourne vers le port de la misère, la cité énorme au ciel taché de feu et de boue. Ah ! les haillons pourris, le pain trempé de pluie, l’ivresse, les mille amours qui m’ont crucifié ! Elle ne finira donc point cette goule reine de millions d’âmes et de corps morts et qui seront jugés ! Je me revois la peau rongée par la boue et la peste, des vers plein les cheveux et les aisselles et encore de plus gros vers dans le coeur, étendu parmi les inconnus sans âge, sans sentiment… J’aurais pu y mourir… L’affreuse évocation ! J’exècre la misère.
Et je redoute l’hiver parce que c’est la saison du comfort !
- Quelquefois je vois au ciel des plages sans fin couvertes de blanches nations en joie. Un grand vaisseau d’or, au-dessus de moi, agite ses pavillons multicolores sous les brises du matin. J’ai créé toutes les fêtes, tous les triomphes, tous les drames. J’ai essayé d’inventer de nouvelles fleurs, de nouveaux astres, de nouvelles chairs, de nouvelles langues. J’ai cru acquérir des pouvoirs surnaturels. Eh bien ! je dois enterrer mon imagination et mes souvenirs ! Une belle gloire d’artiste et de conteur emportée !
Moi ! moi qui me suis dit mage ou ange, dispensé de toute morale, je suis rendu au sol, avec un devoir à chercher, et la réalité rugueuse à étreindre ! Paysan !
(…) (…) (…)
Arthur Rimbaud, Une Saison en Enfer (1873)
*** *** ***

L’INTERPRETAZIONE DI LEO FERRE (1991):
*** *** ***
Già l’autunno! – Ma perché rimpiangere un eterno sole, se siamo impegnati a scoprire la chiarità divina, – lontano dalla gente che muore sulle stagioni.
L’autunno. La nostra barca innalzata nelle nebbie immobili si volge verso il porto della miseria, la città enorme dal cielo macchiato di fuoco e di fango. Ah! gli stracci putridi, il pane inzuppato di pioggia, l’ubriachezza, i mille amori che mi hanno crocifisso! Dunque non finirà mai questa làmia regina di milioni d’anime e di corpi morti e che saranno giudicati! Mi rivedo con la pelle corrosa dal fango e dalla peste, i capelli e le ascelle pieni di vermi, e vermi ancora più grossi nel cuore, disteso fra sconosciuti senza età, senza sentimento… Avrei potuto morirci… Spaventosa evocazione! Esecro la miseria.
E temo l’inverno perché è la stagione del comfort!
– A volte vedo nel cielo spiagge sterminate coperte da bianche nazioni in festa. Un grande vascello d’oro, sopra di me, agita le sue bandiere variopinte nella brezza del mattino. Ho creato tutte le feste, tutti i trionfi, tutti i drammi. Ho cercato d’inventare nuovi fiori, nuovi astri, nuove carni, nuove lingue…
Commandés en octobre 1873 à un éditeur bruxellois et restés impayés, les 500 exemplaires d’ Une saison en enfer, qui, selon la légende, auraient été brûlés par Rimbaud, seront retrouvés en 1901 par un bibliophile.
Après un prologue sans titre, où le sujet de l’écriture semble passer un pacte avec le diable, viennent huit poèmes en prose, de longueur inégale: “Mauvais Sang”; “Nuit de l’enfer”; “Délires I” (Vierge folle – l’Époux infernal); “Délires II” (“Alchimie du verbe” où se trouvent insérés «Chanson de la plus haute tour», «Larme», «Faim», «l’Éternité», «Bonne Pensée du matin», «Ô saisons, ô châteaux», qui comptent parmi les derniers poèmes en vers de Rimbaud); l’ “Impossible”; l’ “Éclair”; “Matin”; “Adieu”. Un parcours se dessine, guidé par une sorte de fil autobiographique. Il semble que, plusieurs mois auparavant, Rimbaud avait déjà projeté d’écrire un récit personnel dont le titre aurait été Livre païen ou Livre nègre. Une saison en enfer obéit donc à une composition dont on croit pouvoir suivre les étapes: “Mauvais Sang” pourrait être lu comme un récit des origines, sans père ni mère toutefois, puisque les déterminations du sujet semblent appartenir à la race gauloise en général. Il devient vite illusoire de chercher un récit: le temps, l’espace se brouillent. Le «je» n’a ni nom, ni père, ni moi. Ce qui le constitue c’est le passé de l’Occident chrétien, au travers duquel passent l’expérience de l’enfer, celle de l’aventure poétique (“Alchimie du verbe”) aux confins de la folie, la quête d’ailleurs illusoires (l’Orient, le refuge dans le travail). Sous le signe de Satan, Une saison en enfer désécrit l’Évangile et raconte l’histoire de sa propre graphie.
© Hachette Multimédia / Hachette Livre
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Continua…
Architetture del vuoto (Parte quarta: 2005); III “Io amo mia moglie sopra ogni cosa…”
12 Dicembre 2009
III
Io amo mia moglie
sopra ogni cosa
soprattutto quando gode,
perché nel suo modo di godere
c’è qualcosa di estremo.
Altro che il miagolìo dei gatti!
Altro che gli ululati dei lupi!
Altro che i cupi brontolìi
provenienti dalle finestre socchiuse
di un lupanare!
Mia moglie che gode nel letto
è più potente di un’esplosione nucleare.
Mia moglie che si tocca
da sola e si fa guardare
mi fa pensare a una comparsa
in una festa surreale,
alla sacerdotessa di un culto pagano
in cerca di un novizio da iniziare
al piacere di vederla godere
senza poterla toccare.
Mia moglie, quando gode nel letto,
mordicchia le lenzuola,
imita un amplesso,
si divincola da una stretta
e si avvinghia a se stessa.
Mia moglie è uno spettacolo
soprattutto quando si inginocchia
e agita il reggipetto in aria
neanche fosse un fazzoletto,
neanche fosse, il suo,
un invito al viaggio.
Io ammiro il suo coraggio
nel mostrarsi con tanta sicurezza.
Mia moglie è un autentico peccato
non vederla quando finge
con la bocca di volerti accostare,
quando insinua con le labbra
una frase che lei, poco volgare com’è,
non saprebbe pronunciare,
quando striscia come una pantera
sui resti della sua sottana,
quando si spaccia per una diva
uscita da una pellicola hollywoodiana.
A me piace mia moglie
quando si bagna le dita
per pettinarsi con le unghie
e aggiustarsi con la saliva
la sua pelle bruna e schiva.
Mia moglie mi piace
quando si lagna
se io non la sto a guardare.
Altro che i singhiozzi
dei condannati a morte!
Altro che le urla dei feriti
portati d’urgenza in ospedale!
Rullìo di tamburi, fanfare?
Bazzeccole al confronto delle grida
di mia moglie che gode nel letto
più possenti delle trombe
del giudizio universale.
(http://www.photodom.com/photographer/Boxer)
Architetture del vuoto (Parte quarta: 2005); II “A me piace mia moglie quando russa…”
10 Dicembre 2009
II
A me piace mia moglie
quando russa,
perché il suo modo di russare
mi ricorda di notte
il fischio di una nave,
lo stantuffo di un treno,
il rombo dei motori
di un aeroplano.
Dio mio! Mia moglie,
quando si mette a russare,
che polmoni! Sfido chiunque
a volersi addormentare.
Si direbbe che mia moglie
esprima a modo suo,
in qualcosa come dei versi
o in semplici suoni,
quello che sta sognando.
Mi domando a volte
che cosa le stia frullando
per la testa mentre russa,
a quale immagine corrisponda
il suono che emette, ostinata,
con il naso, con la laringe,
o con chissà Dio che cosa.
L’isola della sua infanzia
spazzata via dal mare.
La sua intelligenza precoce,
la violenza del padre.
Il suo primo senso di colpa
al primo peccato veniale…
Il prato su cui lei giocava,
l’aiuola che nessuno
avrebbe dovuto calpestare,
la promessa che non avrebbe
mai potuto mantenere, la casa
che avrebbe voluto lasciare,
la nonna che non avrebbe voluto
veder morire…
Mia moglie, quando russa,
mi fa viaggiare in una notte diversa,
una notte ancestrale,
priva di stelle, incolore,
priva di senso:
una notte indolore.
Le prende a volte, forse,
un formicolìo ai piedi
o un crampo alle gambe.
E si direbbe che, per stizza,
lei rincari la dose.
Altro modo di russare:
le si gonfiano i polmoni.
Altre immagini, altri suoni.
Mia moglie, quando russa,
è la voce stessa del mare:
un oceano di richiami.
Onde che si succedono alle onde
sulla ghiaia, depositando
detriti e ricordi alla rinfusa.
Ora è la torre d’avorio
in cui avrebbe voluto abitare.
Ora è il principe azzurro
che la invita a ballare
a una festa di paese.
Ora è il mese in cui ci si deve
mettere a studiare.
E’ autunno. Cadono le foglie.
Lei è la prima della classe.
Veste male.
Ma conosce a memoria il Leopardi.
Le piace Gozzano.
Adora i crepuscoli.
Si esercita al piano.
A volte mia moglie tossisce
nel sonno. E ogni colpo di tosse
mi sembra che interrompa nel sonno
il suo viaggio a ritroso nel tempo:
il rifluire dell’onda
che mi lascia solo supporre,
che mi fa solo pensare.
Mia moglie, quando russa,
forse non ricorda e non sogna niente.
Russa semplicemente
perché è stanca,
perché ha voglia di dormire,
e non gliene importa nulla
che io la stia a sentire.
(http://www.photodom.com/photographer/Boxer)
Diego Scarca, Architetture del vuoto (Parte quarta: 2005); I “A me le scorregge di mia moglie…”
6 Dicembre 2009
I
A me le scorregge di mia moglie
nel letto hanno sempre fatto piacere.
Le ho sempre trovate un po’ maleodoranti,
ma mai di cattivo auspicio. Anzi…
Adoro il suo intestino borbottante,
gli sbalzi di umore del suo sedere,
il suo orifizio anale che si dilata
per far partire e esplodere
schegge, siluri e proiettili
simili a quelli provenienti dal cratere
di un vulcano infuriato.
Con mia moglie nel letto
uno ci deve andare corazzato.
Altrimenti, sai che disastro!
La senti scorreggiare a volte
con tanta veemenza
che ti verrebbe voglia di bisbigliarle:
“Cara, adesso è tardi.
Hai fatto il tuo dovere.
E’ ora di calmarti”.
Ma alla fine ti viene voglia
di nuovo di ascoltarla.
L’unico modo per metterla a tacere
sarebbe quello di imbavagliarle
il sedere con tanto di pannolini,
di bende di garza, di cerotti,
di batuffoli di cotone…
Ma io non me la sento.
Mia moglie imbavagliata
in questo modo non me la vedo.
Sarebbe come infliggerle
un castigo tremendo.
E, poi, a me mia moglie
che scorreggia nel letto
fa tenerezza.
E’ una sorta di brezza
quella che esala dal suo intestino,
simile all’alito cattivo
- misto di zolfo e di anitride carbonica -
che ha quando è ammalata,
quando mi bacia, febbricitante,
sulla guancia come un bambino
per darmi la buonanotte,
dopo avermi promesso
di starmi per sempre vicino.
Pura fragranza, la sua scorreggia.
E’ come se mia moglie,
ogni notte, quando rumoreggia
con il basso ventre, espellesse dal corpo
tutte le amarezze che è stata costretta
ad ingoiare di giorno.
Prendere l’autobus per andare al lavoro
e sentirsi squadrata dalla testa ai piedi. Interrogata, vilipesa.
Aver accettato l’invito di un cascamorto
di turno a digiunare insieme
in un ristorante di lusso.
Aver concluso un patto tacito
con il principale su un divano sporco.
Aver presenziato, in qualità di vice,
alla messa in scena di una conferenza
- quasi un funerale – applaudita
solo da fotografi e curiosi
in vena di scherzare.
Aver contattato tutto il personale,
l’area clienti, le agenzie di stampa,
per illustrare, a forza di sorrisi e malintesi,
il suo nuovo progetto editoriale.
Aver chiamato più volte, per sbaglio,
il suo numero di casa.
Aver stretto la mano
ad un centinaio di sconosciuti
di cui ricordava a memoria il nome.
Aver fatto la corte a un produttore…
Aver detto di no, nella strada,
a un mendicante e aver assistito
alla paralisi del centro per via
del gesto sconsiderato di un suicida.
Essersi rivista, mentre pioveva,
come in uno specchio,
su uno schermo luminoso
grande quanto il fanale
di una volante della polizia.
Aver giurato a se stessa
di andarsene via.

Photo Boxer
**********
Mia moglie, quando scorreggia,
smaltisce, a sua insaputa,
tutte le tossine della sua giornata.
Ed io ne sono felice.
Ad un concerto notturno di questo tipo,
in vita mia, non mi era mai capitato
di essere invitato.
Mia moglie che scorreggia nel letto
a volte è un soprano, a volte un tenore,
a volte un coro di voci bianche.
Musica per le mie orecchie!
Andante con moto. Andante maestoso.
Allegro ma non troppo…
Ad ogni sua scorreggia corrisponde
un’ingiuria o un’offesa
che lei ha subìto di giorno
e che io, debole come sono,
non saprei riparare.
Ed è per questo che a me
mia moglie piace di notte
quando la sento scorreggiare.
http://www.photodom.com/photographer/Boxer
Cinémathèques: Le Feu Follet (Louis Malle, 1963)
6 Dicembre 2009
Le feu follet – Louis Malle (1963)
Avec Maurice Ronet, Jeanne Moreau, Bernard Noel…
Synopsis : Un homme en cure de désintoxication décide de mettre fin à ses jours. Il regagne alors Paris afin de dire adieu ses amis.
(D’après le roman de Drieu La Rochelle)
SEQUENZE:
- “Difficile d’être un homme…”
done
Feu follet.1
This movie requires Adobe Flash for playback.
- “L’alcool est entré dans mes veines avant que je réfléchisse…”

Feu follet.2
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Fin d’un désenchanté…
C’est l’un de ces films empreints d’illicite, objet de culte secret, dont le titre a valeur de mot de passe. Allons-y franco : c’est LE film de Louis Malle, largement au-dessus de tous ses autres. A quoi est-ce dû ? A-t-on cédé au plaisir des résonances crépusculaires de Satie ? A ce livre poignant de Drieu La Rochelle, écrivain coupable rongé par une morale contradictoire ? A Maurice Ronet, acteur spectral, si indissociable de son rôle qu’on a pu croire qu’il ait connu la même fin ? Ou bien à ce cinéaste ambivalent (Nouvelle Vague tendance « qualité française ») ? A tout cela ensemble, à cette alchimie inespérée.
Un homme, donc, qui n’a plus goût en la vie, un homme anesthésié, en cure de désintoxication dans une clinique de Versailles. Un parfum vénéneux plane, la prescience d’une fin imminente. Dernière ivresse, dernière virée pour vérifier qu’il n’y a plus d’argent, plus de jeunesse, plus de séduction. L’itinéraire d’Alain Leroy le conduit de bars hier mythiques en visites chez des amis. Dérivant sur fond de bourgeoisie rêveuse, de tentation droitière (des amis infréquentables de l’OAS), de fêlure fitzgéraldienne, ce personnage velléitaire oppresse le coeur. Dandy qui se déteste de l’être, il souffre d’un mal romantique qui lui a fait entrevoir une vie puissante et phénoménale avant de l’en priver.
Impitoyable dans sa délicatesse, la mise en scène de Louis Malle filme son angoisse tout en soulignant la beauté des femmes, la majesté des jardins et des rues. La fatigue de vivre a le dernier mot.
Jacques Morice Télérama, Samedi 16 février 2008
(telerama.fr)
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