Architetture del vuoto (Parte terza: 2001-2004); II “Ripartirò per un grande viaggio…”
10 Novembre 2009

Artefact – Pepe Alias Boulette (photodom.com)
II
Ripartirò per un grande viaggio.
Riattraverserò gli oceani.
Chiederò al timoniere,
al mozzo di bordo,
all’intero equipaggio,
di farsi in disparte.
Mi metterò a giocare a carte.
Su una mappa segnerò
le tappe della mia disperazione.
Nessuna nave potrà salpare
senza la mia autorizzazione.
Nessuna vela tremare.
Nessuna barca all’orizzonte.
Nessun porto. Nessun superstite.
Nessuna destinazione.
***
Lo dichiarerò al mondo:
prenderò possesso dei mari.
Risusciterò Nettuno
e in un vulcano di fumo
o di schiuma,
con un tridente in mano,
farò paura ai venti.
Comanderò agli elementi.
***
Mi metterò a consultare gli astri.
Come bussola userò una moneta
da gettare in aria a testa o croce.
Fingerò di essere un atleta
e, ingannando una cometa,
le chiederò di indicarmi una rotta
che poi non seguirò.
Mi scaverò una grotta
dalle pareti di cristallo o di granito
dove nessuno mi potrà scovare,
dove inviterò a cena i cetacei,
se ne avrò voglia,
oppure le sirene.
***
Sarò il padrone del mare.
Lo farò calmare a mio piacimento.
Lo farò infuriare
anche con il bel tempo.
Lo farò cambiare di colore
a seconda del mio umore:
a volte grigio, a volte verdastro,
a volte, perché no, rosa…
***
Sarò il padrone del mare.
Sarò arrogante fin quando
mi converrà esserlo.
La mia arroganza si trasformerà
in diritto. La mia insolenza
detterà legge.
Nessuno potrà varcare
la soglia della mia grotta
senza rimaner trafitto
dal mio tridente.
Chiunque vorrà togliersi
lo sfizio di venirmi a sfidare
pagherà caro il suo capriccio.

НЕ СОВСЕМ АЛЫЕ ПАРУСА – D. Melenin (photodom.com)
*** ***
Sarò il padrone del mare.
Ai miei compagni di viaggio
darò una scialuppa per porsi in salvo.
Starò dritto sul cassero della nave,
mezzo calvo, con una pipa in mano.
Parlerò alle alghe.
Diventerò vegetariano.
I delfini mi faranno compagnia.
Gli squali se la squaglieranno.
Sorriderò alle balene.
Ai gabbiani chiederò di starmi
accanto per una volta almeno.
Nelle mie vene, al posto del sangue,
affluirà l’acqua del mare.
Imparerò a nuotare.
Mi abisserò.
Scenderò gli scalini
di tutti gli oceani di questo mondo
fino a graffiarmi, fino a farmi male.
E sui fondi corallini
confonderò il relitto di una nave
con un castello.
Ritornato a bordo,
mi metterò a sognare.
Mi arrampicherò
su un albero della nave
dove costruirò il mio nido.
Farò scricchiolare il vascello.
Fingerò di avere a che fare
con i pirati come con i mulini a vento.
E, preso dallo spavento,
ritornerò piccino.
Sarò per sempre Capitan Uncino.
Diego Scarca, Architetture del vuoto (Parte terza: 2001-2004); I “Un giorno, quando sarai ben vecchia…”
7 Novembre 2009
Photo шой (photodom.com)
I
Un giorno,
quando sarai ben vecchia,
rinchiusa in una stanza,
senza una parola di conforto,
senza una voce amica,
ridotta ad uno scheletro,
dimagrita,
rimpiangerai la mia presenza.
Ti ricorderai di me
e dei perché ti amavo tanto
con tanta insolenza.
***
Un giorno,
quando sarai ben vecchia,
intenta a rammendare una calzetta
o a stirare una camicia
al lume di una candela,
ti sentirai ben stanca.
Avvertirai il bisogno
di un po’ di tenerezza.
Non mi perdonerai la lontananza.
***
Un giorno,
quando sarai ben vecchia,
da sola, in preda alla tristezza,
ti ricorderai di me
e della prima danza
alla quale ti invitai
con tanta titubanza.
I miei erano i passi di un elefante.
Neanche una parola galante…
Molta sudditanza.
Eppure il tuo cavaliere
ti amava tanto
con quel suo passo da gigante.

When a dies… – шой (shaltan) (photodom.com)
***
Un giorno,
quando sarai ben vecchia,
inacidita dalla vita,
abbandonata dai parenti,
guardandoti le gambe
ne avrai orrore.
Sarà estate. Una coccinella,
posatasi per errore
su una tua calza,
ti osserverà impaurita.
Non ne riconoscerai il colore.
Ripenserai a me
e al tuo professore
che ti ripeteva in continuazione:
“Mi piaci da morire
anche se sei sempre
di cattivo umore”.
***
Un giorno,
quando sarai ben snella,
non per esserti messa a dieta
ma per via della vecchiaia,
ricorderai i miei passi sulla ghiaia:
il mio modo di far squillare
tre volte il campanello
come un segnale,
il tuo modo di aprire,
come una fata,
le porte del cancello.
Ti sfuggirà il mio nome
e ti dirai: “Eppure quel birbone
mi amava tanto quando ero bella”.
***
Un giorno,
quando sarai una fata
ed io sarò il principe dei poeti,
andremo d’accordo.
Chiuderemo gli occhi sul mondo.
Saremo diventati ciechi.
Tu mi correggerai la grammatica
e mi insegnerai la vita.
Con la tua bacchetta magica
mi farai notare che il mio uso
del futuro non è appropriato.
Spostandomi una virgola,
porgendomi una matita,
aggiusterai i miei versi
come si rattoppano i vestiti.
Non mi perdonerai
il mio gusto per il condizionale.
Esigerai il presente
nell’impiego del verbo amare.
*** ***
Un giorno,
quando sarai ben vecchio,
da solo, guardandoti
allo specchio,
delirando e cantando,
ti chiederai: “Mio Dio,
oggi che cosa mi metto?”
Ti verrà un’idea.
Un po’ di cipria,
un tocco di rossetto,
un paio di orecchini,
del rimmel nero,
uno stivaletto dai tacchi
a spillo…
Cos’altro ancora?
Un berretto che mi nasconda
la calvizie o un fazzoletto,
qualsiasi cosa…
Una sciarpa di seta viola,
una calzamaglia che vada di moda,
una cintura di cuoio nera
che mi tenga alta la vita,
un braccialetto d’oro…
***
Un giorno,
quando sarai uno spettro,
guardandoti e riguardandoti
allo specchio,
dopo essere impazzito,
esclamerai: “Mio Dio,
non me lo sarei mai aspettato
di diventare un giorno
un travestito”.
Jazz al femminile: Chantal Chamberland (This Is Our Time)
4 Novembre 2009
Chantal Chamberland – This Is Our Time (2002)
BRANI
1) La vie en rose
Ch. Chamberland – La vie en rose
La “vie en rose” nell’interpretazione di Chantal Chamberland:
Des yeux qui font baisser les miens
Un rire qui se perd sur sa bouche
Voilà le portrait sans retouche
De l’homme auquel j’appartiens
Quand il me prend dans ses bras,
Il me parle tout bas
Je vois la vie en rose,
Il me dit des mots d’amour
Des mots de tous les jours,
Et ça m’fait quelque chose
Il est entré dans mon cœur,
Une part de bonheur
Dont je connais la cause,
C’est lui par moi,
Moi par lui dans la vie
Il me l’a dit, l’a juré
Pour la vie
Et dès que je l’aperçois
Alors je sens en moi
Mon cœur qui bat
Des nuits d’amour à en mourir
Un grand bonheur qui prend sa place
Les ennuis, les chagrins s’effacent
Heureux, heureux de mon plaisir
Quand il me prend dans ses bras,
Il me parle tout bas
Je vois la vie en rose,
Il me dit des mots d’amour
Des mots de tous les jours,
Et ça m’fait quelque chose
Il est entré dans mon cœur,
Une part de bonheur
Dont je connais la cause,
C’est lui par moi,
Moi par lui,lui dans la vie
Il me l’a dit, l’a juré
Pour la vie
Et dès que je l’aperçois
Alors je sens en moi
Mon cœur qui bat
2) Rock Away Baby
Ch. Chamberland – Rock Away Baby
*** *** ***
Chantal Chamberland [Born: December 1, 1965]. The very name has a lovely musical lilt to it, so perhaps music has always been the destiny of this superbly skilled jazz vocalist. […] her new CD, The Other Woman, represents the full blossoming of her prodigious artistic talent.
Out now via Universal Music Canada, the disc is Chantal’s fourth solo release. Her previous albums (2002’s This Is Our Time, 2004’s Serendipity Street and 2005’s Dripping Indigo ) served notice that this was an artist to watch. They received radio play across Canada, notched rave reviews, and brought Chantal a loyal fan base in the U.S. [...]
Chantal’s stylistic eclecticism comes naturally. She cut her musical teeth singing rock in Montreal bars (while still underage), then gained prominence in an acoustic folk-rock duo that shared stages with the likes of Barenaked Ladies and Sarah McLachlan. After taking a break to reassess her musical direction, she began singing jazz in fine dining establishments in Ontario.
“I was raised by my grandmother and aunt and they always had music in the house,” Chamberland recalls. “Big band stuff, Ella Fitzgerald, and French music by Jacques Brel and Edith Piaf. Maybe it was stuck in my subconscious from my teen years, because I later developed a really big craving for vocal jazz.” Encouraged by the response from her audiences, Chantal recorded This Is Our Time, and the positive reaction it received confirmed she was on the right track. A triumphant 2004 appearance at the Montreal International Jazz Festival showed that this charming entertainer was equally at ease in front of a crowd of 100,000 as in an intimate supper club, and there has been no looking back.
A 2006 return to the Montreal festival was another hit, and La Belle Province has proven a very welcoming market for the fluently bilingual Chamberland. Closer to her current home, Chamberland won a People’s Choice trophy at the Hamilton Music Awards in 2004, while Toronto shows at Hugh’s Room and the 2008 Toronto Jazz Festival have demonstrated that, in a city crammed with female jazz singers, there is always room for one this talented [...]
(allaboutjazz.com)
Sito ufficiale dell’artista
http://www.chantalchamberland.com/
Link nei commenti
Madame Bovary – Vincente Minnelli (1949)

The Stormy Sea or The Wave (particolare) – G. Courbet
Il testo di Flaubert (IIIème partie, ch. IX):
La chambre […] était toute pleine d’une solennité lugubre. Il y avait sur la table à ouvrage, recouverte d’une serviette blanche, cinq ou six petites boules de coton dans un plat d’argent, près d’un gros crucifix, entre deux chandeliers qui brûlaient. Emma, le menton contre sa poitrine, ouvrait démesurément les paupières ; et ses pauvres mains se traînaient sur les draps, avec ce geste hideux et doux des agonisants qui semblent vouloir déjà se recouvrir du suaire. Pâle comme une statue, et les yeux rouges comme des charbons, Charles, sans pleurer, se tenait en face d’elle, au pied du lit, tandis que le prêtre, appuyé sur un genou, marmottait des paroles basses…
*** *** ***
La camera […] era colma di una lugubre solennità. Sul tavolino da lavoro, coperto da un tovagliolo bianco, si trovavano cinque o sei batuffoli di cotone in un piatto d’argento vicino a un grosso crocifisso fra due candele accese. Emma, con il mento sul petto, apriva smisuratamente gli occhi, e le sue povere mani si trascinavano sulle lenzuola, con quel gesto orribile e dolce degli agonizzanti che sembra già vogliano coprirsi con il sudario. Pallido come una statua, con gli occhi rossi come carboni, senza piangere, Charles stava di fronte a lei ai piedi del letto, mentre il prete, con un ginocchio appoggiato a terra, mormorava preghiere a voce bassa.
Emma voltò lentamente il capo e parve felice di vedere d’improvviso la stola violetta; certo ritrovava, nella sua straordinaria serenità, la perduta voluttà dei primi slanci mistici, accompagnati da visioni di eterna beatitudine prossime a ricominciare.
Il sacerdote si alzò per prendere il crocifisso; allora Emma protese il collo come un assetato e, appoggiando le labbra sul corpo dell’Uomo-Dio, vi posò con tutte le forze che ancora le rimanevano il più appassionato bacio d’amore che mai avesse dato. Poi il prete recitò il Misereatur e l’Indulgentiam, immerse il pollice nell’olio e cominciò l’unzione: prima sugli occhi, che avevano tanto bramato i lussi e gli splendori terreni, poi sulle narici, desiderose di aspirare tepide
brezze e sentori amorosi, quindi sulla bocca che si era aperta per pronunciare menzogne, e aveva emesso gemiti d’orgoglio e grida di lussuria, e ancora sulle mani che si dilettavano ai soavi contatti, infine sulle piante dei piedi, un tempo così rapidi quando correvano verso l’appagamento del desiderio e che ormai non avrebbero più camminato.
Il curato si asciugò le dita, gettò sul fuoco i batuffoli di cotone intrisi d’olio e tornò a sedersi vicino alla moribonda per dirle che adesso doveva unire le sue sofferenze a quelle di Gesù Cristo e abbandonarsi alla misericordia divina.
Ultimando le esortazioni, cercò di mettere nella mano di Emma un cero benedetto, simbolo delle glorie celesti che ben presto l’avrebbero circonfusa. Emma, ormai troppo debole, non poté stringere le dita e il cero, senza l’aiuto di don Bournisien, sarebbe caduto a terra.
Intanto Emma non era più così pallida, e il suo viso aveva un’espressione di serenità come se il Sacramento l’avesse guarita.
Il prete non mancò di farlo notare e spiegò anche a Bovary che il Signore prolunga talora l’esistenza delle persone, quando lo giudica conveniente per la loro salvezza; e Charles ricordò il giorno in cui, quando ella si era sentita così vicina a morire, aveva ricevuto la comunione.
“Forse c’è ancora una speranza” pensava.
Infatti Emma si guardava intorno, lentamente, come chi si svegli da un sogno; poi, con voce chiara, chiese lo specchio e vi rimase chinata sopra per qualche tempo, finché grosse lacrime le scesero dagli occhi. Allora rovesciò il capo con un profondo sospiro e ricadde sul guanciale.
Il petto cominciò subito a sollevarlesi in rapidi ansiti. Le uscì di bocca la lingua tutta intera, gli occhi arrovesciati si spensero come i globi di una lampada che non arde più, e si sarebbe potuto crederla già morta se non fosse stato per il respiro accelerato che le scoteva il torace con un furioso ansimare, come se l’anima dovesse fare uno sforzo per distaccarsi. Félicité si inginocchiò davanti al crocifisso e perfino il farmacista fletté un poco le ginocchia, mentre il signor Canivet guardava vagamente la piazza. Don Bournisien si era rimesso a pregare, il viso chinato contro la sponda del letto, e la lunga tonaca nera che scendeva dietro di lui sul pavimento. Charles stava dall’altra parte, in ginocchio, con le braccia tese verso Emma. Le aveva preso le mani e le stringeva, trasalendo a ogni battito del cuore come al contraccolpo di una frana che precipiti. A mano a mano che il rantolo diveniva più forte, il sacerdote recitava
precipitosamente le orazioni: queste si mescolavano ai singhiozzi soffocati di Bovary e, di tanto in tanto, tutto sembrava scomparire nel sordo mormorio delle sillabe latine simili ai rintocchi funebri di una campana…
*** *** ***
La trasposizione cinematografica di V. Minnelli:
done*** *** ***
Madame Bovary – Vincente Minnelli (1949)

Still life with asters – G. Courbet
Il testo di Flaubert (IIIème partie, ch. VIII):
Il était devant le feu, les deux pieds sur le chambranle, en train de fumer une pipe.
– Tiens ! c’est vous ! dit-il en se levant brusquement.
– Oui, c’est moi !… je voudrais, Rodolphe, vous demander un conseil.
Et malgré tous ses efforts, il lui était impossible de desserrer la bouche.
– Vous n’avez pas changé, vous êtes toujours charmante !
– Oh ! reprit-elle amèrement, ce sont de tristes charmes, mon ami, puisque vous les avez dédaignés.
Alors il entama une explication de sa conduite, s’excusant en termes vagues, faute de pouvoir inventer mieux…
*** *** ***
Rodolphe stava davanti al fuoco, con i piedi sul gradino del caminetto, fumando la pipa.
«Ma guarda! Lei qui!» disse alzandosi in fretta.
«Sì, io!… Rodolphe, vorrei chiederle un consiglio.»
Ma, a dispetto di ogni sforzo, non le riusciva di aprir bocca.
«Non è cambiata per nulla. È affascinante come sempre!»
«Oh!» osservò lei amaramente «sono ben poveri fascini, dal momento che lei li ha disdegnati.»
Rodolphe cominciò a spiegare le ragioni del suo comportamento, scusandosi in termini vaghi, nell’impossibilità di trovare di meglio.
Emma si abbandonò alla lusinga delle sue parole, e, più ancora, alla sua voce e alla vista della sua persona, tanto che mostrò di credere o credette
davvero al pretesto della loro rottura: si trattava di mantenere un segreto da cui dipendeva l’onore e la vita stessa di una terza persona.
«Non importa,» disse, guardandolo con tristezza «ho sofferto abbastanza.»
Rodolphe rispose filosoficamente: «Così è la vita!»
«È stata almeno buona per lei,» continuò Emma «dopo la nostra separazione?»
«Oh! Né buona né cattiva.»
«Forse avremmo fatto meglio a non lasciarci.»
«Sì… forse!»
«Lo credi davvero?» domandò lei, avvicinandoglisi.
Sospirò:
«Oh Rodolphe! Se sapessi… ti ho amato moltissimo!»
A questo punto gli prese una mano e rimasero così, per qualche minuto con le dita intrecciate, come il primo giorno alle Assemblee.[…]

Evening Landscape – G. Courbet
Era deliziosa, con quello sguardo in cui tremava una lacrima, come l’acqua di un temporale in un calice azzurro.
Rodolphe l’attirò sulle ginocchia, le accarezzò con il dorso della mano i capelli lisci, sui quali, nel chiarore del crepuscolo, brillava come una freccia d’oro un ultimo raggio di sole. Emma teneva la fronte bassa. Rodolphe finì per sfiorarle con le labbra le palpebre in un lieve bacio.
«Ma tu hai pianto!» disse «Perché?»
Emma scoppiò in singhiozzi. Rodolphe interpretò questa commozione come l’esplosione del suo amore.
Ella taceva; il suo silenzio gli parve un’ultima manifestazione di pudore e allora esclamò:
«Perdonami! Sei la sola che mi piaccia, sono stato imbecille e cattivo. Ti amo e ti amerò sempre. Cosa ti turba? Dimmelo!»
Si inginocchiò davanti a lei.
«Ebbene… sono rovinata Rodolphe! Mi dovresti prestare tremila franchi!»
«Ma… Ma…» disse lui rialzandosi adagio, mentre la sua fisionomia assumeva un’espressione grave.
«Devi sapere» continuò Emma in fretta «che mio marito ha messo tutte le sostanze nelle mani di un notaio; questi è fuggito. Abbiamo fatto debiti, i clienti non pagavano. Del resto la liquidazione non è finita, in seguito avremo del denaro. Ma oggi ci fanno un sequestro per tremila franchi; sta accadendo adesso, in questo stesso momento e, contando sulla tua amicizia, sono venuta da te…»
“Ah!” pensò Rodolphe, diventando d’improvviso molto pallido “è venuta per questo?”
Alla fine disse, con un’aria molto calma:
«Non li ho, cara signora».
Non mentiva. Se li avesse avuti, glieli avrebbe dati di certo, benché sia sempre poco piacevole compiere questi bei gesti: una richiesta di denaro, fra
tutte le tempeste che si possono abbattere sull’amore, è la più gelida e la più distruttiva.
Emma rimase a guardarlo per qualche istante.
«Non li hai?» Ripeté più volte.
«Non li hai! Avrei potuto risparmiarmi quest’ultima umiliazione. Tu non mi hai mai amata. Non sei meglio degli altri!»
Si tradiva, si stava perdendo.
Rodolphe l’interruppe, asserendo di trovarsi in difficoltà.
«Ti compiango!» disse Emma «Sì, moltissimo!»
E, fermando lo sguardo su una carabina damaschinata che brillava in mezzo a una panoplia:
«Ma quando si è così poveri, non si possiede un fucile con il calcio niellato d’argento! Non si compera una pendola incrostata di tartaruga!» continuò, additando l’orologio di Boulle «Né fischietti d’argento dorato per le fruste» e li toccò «né ciondoli per l’orologio! Oh! Non ti fai proprio mancare nulla, perfino un portaliquori in camera, perché ti vuoi bene, vivi in mezzo agli agi, hai un castello, fattorie, boschi! Partecipi alle cacce alla volpe, te ne vai a Parigi! Eh! Anche se non si trattasse d’altro che di questo,» gridò, prendendo sul caminetto i gemelli dei polsini «anche solo da queste cianfrusaglie, si potrebbe ricavare del denaro!… Oh! Non le voglio! Tientele.»
E scagliò lontano i gemelli, contro la parete, ove la catenella d’oro si ruppe nell’urto.
«Io ti avrei dato tutto, avrei venduto tutto, avrei lavorato con le mie stesse mani, avrei chiesto l’elemosina su tutte le strade, per un sorriso, per uno sguardo, per sentirmi dire ‘grazie’ da te. E tu, te ne stai lì tranquillamente, seduto in poltrona, come se già non mi avessi fatto soffrire abbastanza. Senza di te, lo sai bene, avrei potuto vivere felice! Chi ti ha costretto? Avevi fatto una scommessa? Ma tu mi amavi, dicevi… E anche adesso, ancora… Sarebbe stato meglio che tu mi avessi scacciata! Ho le mani calde dei tuoi baci, ecco qui il punto del tappeto ove tu giuravi, in ginocchio davanti a me, un eterno amore. Tu mi ci hai fatto credere, mi hai trascinata per due anni nei sogni più sublimi e soavi!… Vero? I progetti per il nostro viaggio, ricordi? Oh! la tua lettera, la tua lettera! Mi ha straziato il cuore! E poi, quando torno da lui, lui che è ricco, felice, libero, per implorare un aiuto che il primo venuto mi darebbe, supplicandolo, donandogli tutta la mia tenerezza, mi respinge, perché questo gli costerebbe tremila franchi!»
«Non li ho!» rispose Rodolphe con quella perfetta calma che riveste come una corazza la collera rassegnata…
*** *** ***
La trasposizione cinematografica di V. Minnelli:
done*** *** ***
Continua…
Madame Bovary – V. Minnelli (1949)
Il testo di Flaubert (IIème partie, ch. VIII):
Cependant Rodolphe, avec madame Bovary, était monté au premier étage de la mairie, dans la salle des délibérations, et, comme elle était vide, il avait déclaré que l’on y serait bien pour jouir du spectacle plus à son aise. Il prit trois tabourets autour de la table ovale, sous le buste du monarque, et, les ayant approchés de l’une des fenêtres, ils s’assirent l’un près de l’autre.
Il y eut une agitation sur l’estrade, de longs chuchotements, des pourparlers. Enfin, M. le Conseiller se leva. On savait maintenant qu’il s’appelait Lieuvain, et l’on se répétait son nom de l’un à l’autre, dans la foule. Quand il eut donc collationné quelques feuilles et appliqué dessus son œil pour y mieux voir, il commença :
« Messieurs,
Qu’il me soit permis d’abord (avant de vous entretenir de l’objet de cette réunion d’aujourd’hui, et ce sentiment, j’en suis sûr, sera partagé par vous tous), qu’il me soit permis, dis-je de rendre justice à l’administration supérieure, au gouvernement, au monarque, messieurs, à notre souverain, à ce roi bien-aimé à qui aucune branche de la prospérité publique ou particulière n’est indifférente, et qui dirige à la fois d’une main si ferme et si sage le char de l’État parmi les périls incessants d’une mer orageuse, sachant d’ailleurs faire respecter la paix comme la guerre, l’industrie, le commerce, l’agriculture et les beaux-arts. »
– Je devrais, dit Rodolphe, me reculer un peu…
*** *** ***
Nel frattempo, Rodolphe, con la signora Bovary, era salito al primo piano del municipio, nel salone del consiglio, e trovandolo deserto, aveva dichiarato che vi si sarebbero trovati benissimo per godersi lo spettacolo con tutto comodo. Prese tre degli sgabelli situati intorno alla tavola ovale, sotto il busto del re, e, dopo che li ebbe avvicinati a una finestra, sedettero uno vicino all’altra.
Vi fu un gran movimento sulla tribuna, lunghi conciliaboli e sussurri. Infine si alzò il signor consigliere. Nel frattempo si era venuti a sapere che si chiamava Lieuvain e il nome veniva ripetuto da questo a quello fra la folla. Il consigliere, appena ebbe riordinato alcuni fogli, li avvicinò agli occhi per vedere meglio e cominciò:
«Signori,
mi sia anzitutto concesso (prima di intrattenermi sull’argomento della riunione d’oggi, e il sentimento che voglio esternare sono certo sarà condiviso da tutti voi), mi sia concesso dicevo, di rendere omaggio alla superiore amministrazione, al governo, al re, signori, al nostro sovrano, a questo monarca tanto amato, al quale nessun aspetto o particolare della pubblica prosperità è indifferente, e che regge con una così salda e saggia mano il carro dello Stato in mezzo ai continui pericoli di un mare tempestoso, con la capacità, d’altronde, di far rispettare sia la pace sia la guerra, l’industria, il commercio, l’agricoltura, e le belle arti».
«Dovrei spostarmi un po’ più indietro» disse Rodolphe.
«Perché?» domandò Emma
Ma in quel momento la voce del consigliere crebbe straordinariamente di intensità, declamando:
«Non è più il tempo, signori, in cui la discordia civile insanguinava tutte le pubbliche piazze, in cui il possidente, il negoziante, l’operaio stesso,
addormentandosi di un sonno tranquillo, tremava al pensiero di poter essere svegliato dall’improvviso suono delle campane a martello che avvertivano della presenza di un incendio, in cui le massime più sovversive minavano apertamente le basi…»
«Il fatto è che potrebbero vedermi dal basso» continuò Rodolphe «e sarei costretto a passare almeno quindici giorni a scusarmi; inoltre, con la cattiva reputazione di cui godo…»
«Oh! Lei si calunnia» disse Emma
«No, no, è proprio pessima, glielo assicuro.»
«Ma, signori,» continuò il consigliere «se allontano dalla mia immaginazione queste fosche visioni e volgo lo sguardo sull’attuale situazione della nostra bella patria, che cosa vedo? Ovunque fioriscono i commerci e le arti, ovunque nuove vie di comunicazione, simili ad altrettante arterie vitali nel corpo dello Stato vi stabiliscono rinnovati rapporti; i maggiori centri manifatturieri hanno ripreso la loro attività, la religione, rinsaldata nei suoi principi, sorride a tutti i cuori, i porti sono gremiti, la fiducia rinasce e, alfine, la Francia respira!…»
«Del resto,» soggiunse Rodolphe «forse, dal punto di vista della pubblica opinione, non hanno nemmeno torto.»
«Come può essere?» domandò Emma.
«Ma si,» disse lui «non sa che esistono anime le quali soffrono senza sosta? A esse sono necessari, alternativamente, il sogno e l’azione, le passioni più pure e i piaceri più travolgenti, e di conseguenza si gettano in ogni sorta di capriccio, di follia.»
Emma lo guardò, allora, come si guarda un viaggiatore che abbia attraversato paesi fantastici e osservò: «Noi, povere donne, non possiamo permetterci simili distrazioni!»
«Distrazioni ben tristi, poiché in esse non v’è felicità.»
«Ma esiste la felicità in qualcos’altro?»
«Certo, si può incontrarla un giorno, nella vita.»
«Ed è questo che voi avete compreso» diceva il consigliere. [...]
«Un giorno la si incontra,» ripeté Rodolphe «un bel giorno, all’improvviso, e proprio quando ormai si dispera. Allora si schiudono nuovi orizzonti, ed è come se una voce gridasse: “Eccola!” Si sente il bisogno di confidare a questa persona tutta la propria vita, di donarle tutto, di sacrificarle tutto. Non sono necessarie spiegazioni: la si riconosce subito. La si intravede nei propri sogni» (e intanto la guardò). «E finalmente, eccolo il tesoro tanto atteso, davanti a noi, che brilla e risplende. Eppure, ancora non ci si sente sicuri, non si ha il coraggio di credervi, si resta abbagliati, come chi esca dalle tenebre alla luce.»
E Rodolphe sottolineò questa frase con una mimica adeguata. Si passò la mano sul viso, quasi si sentisse stordito, poi la lasciò cadere su quella di Emma, che la ritrasse…
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La trasposizione cinematografica di V. Minnelli:
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Madame Bovary – Vincente Minnelli (1949)

Flower still life at a stone bank – G. Courbet
Il testo di Flaubert (Ière partie, ch. VIII):
On entendit une ritournelle de violon et les sons d’un cor. Elle descendit l’escalier, se retenant de courir.
Les quadrilles étaient commencés. Il arrivait du monde. On se poussait. Elle se plaça près de la porte, sur une banquette.
Quand la contredanse fut finie, le parquet resta libre pour les groupes d’hommes causant debout et les domestiques en livrée qui apportaient de grands plateaux. Sur la ligne des femmes assises, les éventails peints s’agitaient, les bouquets cachaient à demi le sourire des visages, et les flacons à bouchon d’or tournaient dans des mains entrouvertes dont les gants blancs marquaient la forme des ongles et serraient la chair au poignet. Les garnitures de dentelles, les broches de diamants, les bracelets à médaillon frissonnaient aux corsages, scintillaient aux poitrines, bruissaient sur les bras nus. Les chevelures, bien collées sur les fronts et tordues à la nuque, avaient, en couronnes, en grappes ou en rameaux, des myosotis, du jasmin, des fleurs de grenadier, des épis ou des bleuets. Pacifiques à leurs places, des mères à figure renfrognée portaient des turbans rouges.
Le cœur d’Emma lui battit un peu lorsque, son cavalier la tenant par le bout des doigts, elle vint se mettre en ligne et attendit le coup d’archet pour partir. Mais bientôt l’émotion disparut…
*** *** ***
Un ritornello eseguito da un violino giunse fino a loro insieme con il suono di un corno. Emma discese lo scalone facendo uno sforzo per non correre.
Le danze erano cominciate con una quadriglia. Stava arrivando gente. C’era ressa. Ella sedette su una panchetta vicino alla porta.
Quando la contraddanza ebbe termine, il centro della sala rimase vuoto per i gruppi di uomini che chiacchieravano in piedi e per i domestici in livrea che giravano con grandi vassoi. Le signore, sedute in fila, agitavano i ventagli dipinti, nascondevano a metà i sorrisi dietro i loro bouquet e facevano circolare con gesti graziosi i flaconcini dal tappo d’oro fra le mani strette nei guanti bianchi che rivelavano la forma delle unghie e serravano i polsi. Le guarnizioni di pizzo fremevano sui corsetti, le spille di diamanti scintillavano sui petti, i braccialetti a ciondoli tintinnavano sulle braccia nude. Le pettinature aderenti sulla fronte e raccolte in chignon sulla nuca, erano ornate da coroncine, grappoli o ramoscelli di non ti scordar di me, di gelsomini, di fiori di melograno, spighe e fiordalisi. Tranquille, al proprio posto, madri dal viso arcigno sfoggiavano turbanti rossi.
Emma aveva un po’ di batticuore quando, mentre il suo cavaliere la teneva per la punta delle dita, si allineò con gli altri in attesa del colpo di archetto che dava inizio alla danza. Ben presto l’emozione svanì. Ondeggiando al ritmo dell’orchestra scivolò in avanti movendo lievemente il capo. Mentre ascoltava i virtuosismi del violino che di tanto in tanto sonava un a solo quando gli altri strumenti tacevano, un sorriso le salì alle labbra; in questi istanti era possibile
udire il suono prodotto dai luigi d’oro che si rovesciavano sul tappeto verde della vicina sala da gioco. Poi, con uno squillo sonoro della cornetta, tutta l’orchestra riprendeva a suonare. I piedi segnavano ancora una volta il ritmo, le gonne si gonfiavano e frusciavano, le mani si stringevano e si lasciavano, gli occhi, che un momento prima si erano abbassati, si rialzavano e fissavano altri occhi.
Alcuni uomini, una quindicina, di un’età che andava dai venticinque ai quarant’anni, sparsi fra i cavalieri o fra coloro che chiacchieravano sulla soglia delle porte, si facevano notare nella folla, per una certa qual aria di famiglia, evidente a prescindere dall’età, dall’abbigliamento o dalla fisionomia.
Gli abiti di queste persone, di ottimo taglio, sembravano fatti di un panno più morbido; i capelli, ondulati sulle tempie, trattati con lozioni più fini. Avevano il colorito della ricchezza, quella carnagione bianca che prende risalto dal colore delle porcellane, dalla lucentezza delle sete, dalle vernici dei mobili di pregio, e che si mantiene tale attraverso un regime moderato, ma fatto di cibi squisiti. Le cravatte basse indossate da queste persone consentivano loro di muovere il capo a proprio agio. I lunghi favoriti ricadevano su colletti rovesciati e questi gentiluomini solevano asciugarsi le labbra usando fazzoletti ricamati con grandi cifre e profumati con essenze soavi. Quelli di loro che cominciavano a invecchiare mantenevano un aspetto giovanile, mentre un’aria matura traspariva dalle fattezze dei giovani. Nei loro sguardi indifferenti aleggiava la tranquillità delle passioni sempre soddisfatte, e attraverso le maniere piacevoli traspariva quella particolare durezza che deriva dal dominio delle cose non del tutto facili, in cui la forza si esercita o la vanità si diverte: la doma dei cavalli di razza o l’amicizia delle donne perdute [...]
L’aria nella sala da ballo era divenuta greve; la luce dei lampadari si affievoliva. Molti invitati andavano ad affollare la sala del biliardo. Un domestico salì su una sedia e ruppe due vetri; il rumore del cristallo in frantumi fece volgere il capo alla signora Bovary che vide, attraverso le vetrate, i volti curiosi dei contadini. Questo le ricordò i Bertaux. Rivide la fattoria, lo stagno melmoso, suo padre con il camiciotto nel frutteto, e lei stessa nell’atto di scremare,
come faceva un tempo, con un dito, le ciotole di latte nella latteria. Ma nello sfolgorio dell’attuale realtà, la vita di un tempo, così nitida nel ricordo fino a un attimo prima, si dissolveva senza lasciar tracce, tanto da farle dubitare di averla davvero vissuta. Era qui: oltre i confini della sala da ballo non esistevano che le tenebre, avvolgenti tutto il resto. Stava gustando un gelato al maraschino; lo reggeva con la mano sinistra in una conchiglia dorata e lo assaporava con gli occhi socchiusi…
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La trasposizione cinematografica di V. Minnelli:
done*** *** ***
Continua…
Madame Bovary – Vincente Minnelli (1949)
Il testo di Flaubert (Ière partie, ch. IX):
Tous les jours, à la même heure, le maître d’école, en bonnet de soie noire, ouvrait les auvents de sa maison, et le garde-champêtre passait, portant son sabre sur sa blouse. Soir et matin, les chevaux de la poste, trois par trois, traversaient la rue pour aller boire à la mare. De temps à autre, la porte d’un cabaret faisait tinter sa sonnette, et, quand il y avait du vent ; l’on entendait grincer sur leurs deux tringles les petites cuvettes en cuivre du perruquier, qui servaient d’enseigne à sa boutique. Elle avait pour décoration une vieille gravure de modes collée contre un carreau et un buste de femme en cire, dont les cheveux étaient jaunes. Lui aussi, le perruquier, il se lamentait de sa vocation arrêtée, de son avenir perdu, et, rêvant quelque boutique dans une grande. ville, comme à Rouen par exemple, sur le port, près du théâtre, il restait toute la journée à se promener en long, depuis la mairie jusqu’à l’église, sombre, et attendant la clientèle. Lorsque madame Bovary levait les yeux, elle le voyait toujours là, comme une sentinelle en faction, avec son bonnet grec sur l’oreille et sa veste de lasting [...]
Mais c’était surtout aux heures des repas qu’elle n’en pouvait plus, dans cette petite salle au rez-de-chaussée, avec le poêle qui fumait, la porte qui criait, les murs qui suintaient, les pavés humides ; toute l’amertume de l’existence, lui semblait servie sur son assiette, et, à la fumée du bouilli, il montait du fond de son âme comme d’autres bouffées d’affadissement. Charles était long à manger ; elle grignotait quelques noisettes, ou bien, appuyée du coude, s’amusait, avec la pointe de son couteau, à faire des raies sur la toile cirée…

Apples-Pears-and-Grapes – Gustave Courbet
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Tutti i giorni alla stessa ora il maestro di scuola, la berretta nera di seta sul capo, apriva le imposte di casa sua e la guardia campestre passava con la sciabola sul camiciotto. La sera e la mattina, i cavalli della posta, a tre a tre, attraversavano la strada per andare a bere al fontanile. Di tanto in tanto la campanella della porta di un’osteria tintinnava e quando c’era vento si sentiva cigolare sui ganci che lo reggevano il catino d’ottone che serviva da insegna alla bottega del barbiere. Questa bottega era decorata da una vecchia illustrazione di un giornale di moda incollata contro un vetro e da una testa femminile di cera dai capelli gialli. Anche il parrucchiere si lamentava della sua vocazione soffocata, del suo avvenire rovinato, e sognava una bottega in qualche grande città, come Rouen, per esempio, sul porto, vicino al teatro, e intanto passeggiava su e giù tutto il giorno, fra la chiesa e il municipio, imbronciato e in attesa di clientela. Quando la signora Bovary alzava gli occhi, lo vedeva sempre là, come una sentinella, di guardia con la papalina di traverso e una giacca di raso.
Nel pomeriggio, talvolta, dietro i vetri della sala, nella via, compariva una testa d’uomo, dai favoriti neri e dal volto abbronzato, sul quale si stendeva lentamente un largo sorriso dolce che scopriva i denti bianchi. Subito si facevano sentire le note di un valzer e sopra l’organino, in una minuscola sala da ballo, ballerini alti un dito, dame in turbante rosa, tirolesi in giacchettino, scimmie in marsina nera, cavalieri in pantaloni a coscia giravano e giravano fra
le poltrone, i divani, le mensole, moltiplicandosi nei pezzetti di specchio tenuti insieme da una carta d’oro. L’uomo girava la manovella guardando a destra e a sinistra e verso le finestre. Di tanto in tanto lanciava contro un paracarro un lungo getto di saliva scura e appoggiava su un ginocchio il suo strumento, la cui cinghia dura gli stancava la spalla; ora triste e lenta, ora gioiosa e veloce, la musica dell’organino si diffondeva attraverso una tendina di taffetà rosa o una grata di ottone ad arabeschi. Erano motivi in voga nei teatri, motivi che venivano cantati nei saloni, che accompagnavano, la sera, le danze sotto i lampadari splendenti, echi del mondo dai quali Emma veniva raggiunta. E allora sarabande senza fine si srotolavano nella sua mente: come una baiadera su un tappeto a fiori il suo pensiero saltellava con le note, ondeggiava di sogno in sogno, di malinconia in malinconia. L’uomo, dopo aver ricevuto l’elemosina che gli veniva gettata nel berretto, copriva l’organino con una vecchia coperta turchina, se lo passava sulla schiena e si allontanava con passo pesante. Emma lo guardava andar via.
Soprattutto all’ora dei pasti sentiva di non poterne più: in quella stanzetta al pianterreno, dove la stufa faceva fumo, la porta cigolava, i muri trasudavano e i pavimenti erano sempre umidi, le sembrava che tutta l’amarezza della sua esistenza le venisse servita nel piatto e, come il fumo del bollito, salivano dal fondo dell’anima sua altrettante zaffate di tedio insulso. Charles mangiava con lentezza, Emma sgranocchiava qualche nocciolina o si divertiva, appoggiata a un gomito, a disegnare linee con la punta del coltello, sulla tela cerata…
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La trasposizione cinematografica di V. Minnelli:
(N.B.: nel film di Minnelli la “scena”, liberamente ispirata al capitolo IX della prima parte di Madame Bovary , si svolge a Yonville e non a Tostes, come nel testo di Flaubert, e precede, contrariamente a ciò che succede nel romanzo, il ballo alla Vaubyessard)
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Toujours Rouen – Phil. Lebaillif

Rouen typique.2 – Phil. Lebaillif (zphoto.fr)
Continua…
Letteratura e cinema: Madame Bovary di Gustave Flaubert sul grande schermo (Vincente Minnelli, 1949) (1)
27 Ottobre 2009
Madame Bovary – Vincente Minnelli (1949)
Il testo di Flaubert (Ière partie – Chap. VI):
Loin de s’ennuyer au couvent les premiers temps, elle se plut dans la société des bonnes sœurs, qui, pour l’amuser, la conduisaient dans la chapelle, où l’on pénétrait du réfectoire par un long corridor. Elle jouait fort peu durant les récréations, comprenait bien le catéchisme, et c’est elle qui répondait toujours à M. le vicaire dans les questions difficiles. Vivant donc sans jamais sortir de la tiède atmosphère des classes et parmi ces femmes au teint blanc portant des chapelets à croix de cuivre, elle s’assoupit doucement à la langueur mystique qui s’exhale des parfums de l’autel, de la fraîcheur des bénitiers et du rayonnement des cierges. Au lieu de suivre la messe, elle regardait dans son livre les vignettes pieuses bordées d’azur, et elle aimait la brebis malade, le Sacré-Cœur percé de flèches aiguës, ou le pauvre Jésus, qui tombe en marchant sur sa croix. Elle essaya, par mortification, de rester tout un jour sans manger. Elle cherchait dans sa tête quelque vœu à accomplir.
Quand elle allait à confesse, elle inventait de petits péchés afin de rester là plus longtemps, à genoux dans l’ombre, les mains jointes, le visage à la grille sous le chuchotement du prêtre. Les comparaisons de fiancé, d’époux, d’amant céleste et de mariage éternel qui reviennent dans les sermons lui soulevaient au fond de l’âme des douceurs inattendues…
*** *** ***
I primi tempi, in collegio, non si annoiò affatto; le piaceva la compagnia delle buone suore che, per divertirla, la conducevano nella cappella alla quale si accedeva dal refettorio per mezzo di un lungo corridoio. Giocava pochissimo durante la ricreazione, imparava bene il catechismo ed era sempre lei a rispondere a Monsignor Vicario nelle domande difficili. Vivendo senza mai uscire, nella tiepida atmosfera della scuola, in mezzo a queste donne smunte, con i loro rosari dalla croce di ottone, ella si assopì pian piano nel languore mistico che esala dai profumi dell’altare, dalla frescura delle acquasantiere e dal baluginio dei ceri. Invece di seguire la messa, guardava nel libriccino le pie vignette bordate d’azzurro; le piacevano la pecorella ammalata, il Sacro Cuore trafitto da frecce appuntite e il povero Gesù che cade portando la croce. Provò a stare un giorno intero senza mangiare per fare penitenza e studiava dentro di sé qualche voto da compiere.
Quando andava a confessarsi, si accusava di piccoli peccati non commessi per poter rimanere più a lungo inginocchiata nell’ombra, con le mani giunte e il viso contro la grata, ascoltando i bisbigli del prete. Le parole fidanzato, sposo, amante celeste e matrimonio eterno, che ricorrono così spesso come paragoni nelle prediche, suscitavano nel fondo del suo cuore dolcezze inattese.
La sera, prima delle preghiere, aveva luogo nella sala di studio una lettura religiosa. Durante la settimana si leggevano sommari di storia sacra o le Conferenze dell’abate Frayssinous; e la domenica, per ricrearsi, qualche passo del Genio del Cristianesimo. Con quanta intensità ascoltò, le prime volte, la lamentazione sonora di quelle malinconie romantiche, reiteranti tutti gli echi della terra e dell’eternità! Se la sua infanzia fosse trascorsa nella retrobottega di un quartiere commerciale cittadino, avrebbe potuto entusiasmarsi per i travolgimenti lirici della natura che giungono a chi vive in città soltanto attraverso l’interpretazione degli scrittori. Ma ella conosceva anche troppo la campagna, i belati degli armenti, i prodotti del latte, gli aratri. Abituata alla tranquillità, desiderava per contrasto tutto ciò che era movimentato. Amava il mare soltanto per le sue tempeste, e la vegetazione solamente se cresceva a stento e rada in mezzo alle rovine. Era necessario per lei trarre dalle cose una specie di utile personale e respingeva come superfluo tutto ciò che non appagasse la brama immediata del cuore. Era più una sentimentale che un’artista, cercava emozioni più che paesaggi.
Ogni mese veniva al convento, per otto giorni, una vecchia zitella ad accomodare la biancheria. Protetta dall’arcivescovo perché appartenente a un’antica famiglia nobile rovinata dalla rivoluzione, mangiava nel refettorio alla tavola delle suore e rimaneva con loro dopo il pasto a fare quattro chiacchiere prima di riprendere il lavoro. Spesso le educande scappavano dalla sala di studio per andare da lei. Conosceva a memoria certe canzoni galanti del secolo passato e le cantava a mezza voce mentre cuciva. Raccontava storie e novità, faceva commissioni in città a chi ne aveva bisogno, e prestava di nascosto alle ragazze più grandi certi romanzi che teneva sempre in tasca del grembiule, e dei quali divorava anche lei lunghi capitoli negli intervalli del suo lavoro. Non parlavano che di amore, di amanti e di innamorate, dame perseguitate che scomparivano in padiglioni fuori mano, postiglioni uccisi a ogni tappa, cavalli sfiancati in tutte le pagine, foreste tenebrose, cuori in tormento, giuramenti, singhiozzi, lacrime e baci, barche al chiaro di luna, usignoli nei boschetti, cavalieri coraggiosi come leoni, mansueti come agnelli, e virtuosi come nessuno, sempre ben vestiti e malinconici come sepolcri. Per sei mesi di fila, a quindici anni, Emma si imbrattò le mani con questa polvere di vecchie sale di lettura. Leggendo Walter Scott si appassionò più tardi ai soggetti storici, sognò forzieri, corpi di guardia, e menestrelli. Le sarebbe piaciuto vivere in qualche vecchio maniero, come quelle castellane dai lunghi corsetti, che passavano i giorni affacciate a una finestra a trifora, con i gomiti sulla pietra e il mento fra le mani, per veder giungere dal limite della campagna un cavaliere biancopiumato galoppante su un cavallo nero. In quel periodo si diede al culto di Maria Stuarda e, con una venerazione entusiasta, di tutte le donne illustri o sfortunate. Giovanna d’Arco, Héloïse, Agnès Sorel, la bella Ferronière e Clémence Isaure rifulgevano come comete contro la tenebrosa immensità della storia, ove spiccavano ancora qua e là, ma con assai minor rilievo, e senza alcun rapporto fra loro, San Luigi con la quercia, Baiardo morente, qualche crudeltà di Luigi XI, qualche notizia sulla notte di San Bartolomeo, il pennacchio del Bearnese, e, sempre vivo, il ricordo dei piatti dipinti che esaltavano Luigi XIV.
Le canzoni che Emma cantava alle lezioni di musica parlavano soltanto di angioletti con le ali d’oro, di madonne, di lagune, di gondolieri; tranquille composizioni che le lasciavano intravedere, attraverso l’ingenuità dello stile e l’audacia della musica, la seducente fantasmagoria delle realtà sentimentali. Alcune delle compagne portavano in convento gli album dei ricordi ricevuti in dono. Bisognava tenerli nascosti e non era cosa da poco; li sfogliavano in dormitorio. Emma maneggiava con delicatezza le belle rilegature di raso e fissava con uno sguardo affascinato i nomi degli autori sconosciuti — spesso conti o visconti — che avevano firmato le loro composizioni…
(trad, it. Bruno Oddera, Milano, Fabbri, 1968)
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La trasposizione cinematografica di Vincente Minnelli:
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Madame Bovary (1949) Director: Vincente Minnelli
Cast: Jennifer Jones … Emma Bovary; James Mason … Gustave Flaubert; Van Heflin … Charles Bovary; Louis Jourdan … Rodolphe Boulanger
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Many readers have found Gustave Flaubert’s classic novel ‘Madame Bovary’ somewhat cold and dispassionate, but few will have that complaint after watching this film. Jennifer Jones’ flesh-and-blood embodiment of Emma Bovary has passion and emotion to burn, yet it still manages to remain in the spirit of Flaubert’s work. Vincente Minneli’s direction is brilliant and at times stunning. Witness the waltz sequence. Besides being so aesthetically wonderful, just think what a technical marvel this scene must have been in 1949! I can recommend this version of ‘Madame Bovary’ without reservation.
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It is impossible to do a perfect movie version of any novel. This is particular true about great novels. There have been huge numbers of versions of Les Miserables, The Hunchback of Notre Dame, Tom Jones, David Copperfield, War and Peace…you can add the titles… and while many are really impressive as movies (or are favorites of the viewers) few of them are as good as the novel. It’s because there is a serious change in the art form involved – the written word can be read and interpreted in so many ways, while the cinematic “eye” of the film may not encapsulate all the writer planned to push with his/her words…
(http://www.imdb.com/title/tt0041615/)
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Intermezzo musicale: Y’a de la rumba dans l’air (Alain Souchon)
25 Ottobre 2009
Alain Souchon – The best of…
Alain Souchon naît le 27 mai 1944. Il a quatre frères, deux demi-frères et une demi-sœur.
Les débuts
Il ne vit que six mois à Casablanca, au Maroc, puis passe son enfance à Paris. Son père est professeur d’Anglais au Lycée Lyautey et sa mère romancière[2]. En 1959, sur la route du retour de vacances au ski, leur voiture est percutée par un camion ; son père est tué sur le coup, alors que l’artiste n’a que quinze ans. Ce décès le marquera profondément et inspirera une chanson qui paraîtra en 1977 dans l’album Jamais content : Dix-huit ans que je t’ai à l’œil.
La famille connaît des difficultés financières. Ne pouvant s’adapter au milieu des autres élèves, il est envoyé, par sa mère, dans un lycée français en Angleterre. Son inscription n’étant pas valide, il reste néanmoins sur place et y vit de petits boulots pendant dix-huit mois. Il y développe son goût pour la chanson. Il rate son baccalauréat par correspondance trois fois.
Rentré en France, il vit encore de petits boulots et tente donc sa chance dans la chanson en se produisant dans des salles parisiennes. En 1970, il se marie à Françoise. La même année, il a un fils Pierre, qui formera plus tard le groupe Les Cherche Midi avec Julien Voulzy, fils de Laurent Voulzy. L’année suivante, trois 45 tours sont publiés chez Pathé Marconi, mais sont des échecs.
Le début du succès
En 1973, Bob Socquet, directeur artistique de RCA Records, entraîne Alain à présenter sa chanson L’amour 1830 au concours de la Rose d’Or d’Antibes, où il emporte le prix spécial de la critique et le prix de la presse.
Il rencontre Laurent Voulzy en 1974. Bob Socquet, encore lui, sent que la collaboration entre les deux hommes peut être fructueuse, les musiques étant le point faible des chansons de Souchon. Souchon et Voulzy seront liés depuis ce jour par leur amitié et leur complémentarité artistique. Laurent Voulzy réalise les arrangements du premier album d’Alain Souchon J’ai dix ans, puis les musiques de Bidon sorti en 1976.
Cette collaboration permet le succès de ces disques avec les succès des titres comme J’ai dix ans, S’asseoir par terre et Bidon. En 1977 est publié Jamais content, qui contient les tubes Jamais Content, Allô Maman Bobo et Y’a de l’a rumba dans l’air.
Alain Souchon participe également aux disques de Laurent Voulzy en écrivant différents textes comme le célèbre Rockollection.
En 1978, naît son second fils, Charles. Ce dernier, après une carrière de graphiste (il est le créateur des dernières versions du site de son père), se lance aussi dans la chanson sous le pseudonyme Ours. Son premier album Mi sort en 2007.
Alain Souchon, à l’allure de poète échevelé, occupe une place à part dans l’univers de la chanson française. Il manie volontiers un humour léger, mais non dénué d’acidité : « Une église, c’est beau, parce que c’est inutile. »
Les textes d’Alain Souchon parlent de nostalgie, de la pression du paraître, du modernisme et de la difficulté d’exister, en tant qu’individu respecté, ou simplement en paix. Ses chansons plus légères évoquent souvent la faiblesse des hommes face à la séduction féminine. Il a participé activement aux Restos du cœur et à Sol en si, notamment.
Citant les artistes qui l’ont influencé, tels Georges Brassens, Léo Ferré ou Bob Dylan, Alain Souchon collabore volontiers avec d’autres artistes, tels bien sûr Laurent Voulzy, mais aussi Michel Jonasz, Louis Chedid, Jane Birkin et bien d’autres. Il est aussi connu pour parsemer ses textes de références à des personnes qui l’ont marqué, tels Somerset Maugham, Théodore Monod, Ava Gardner, Bob Dylan, Françoise Sagan, Arlette Laguiller…
Alain Souchon a été un acteur remarqué dans plusieurs films, “Je vous aime”, “Tout feu, tout flame”, “L’Été meurtrier”. Paradoxalement, il se considère lui-même comme « pas fait pour ça ».
(Wikipedia)

Photo Mihail Kiro (photosight.ru)
BRANI:
1) Y’a de la rumba dans l’air
Alain Souchon – Y’a de la rumba dans l’air
Y’a de la rumba dans l’air
Le smoking de travers
Je te suis pas dans cette galère
Ta vie tu peux pas la refaire
Tu cherches des morceaux d’hier pépères
Dans des gravats d’avant guerre
Casino c’est qu’un tas de pierres
Ta vie tu peux pas la refaire
Branche un peu tes écouteurs par ici
La mer est déjà repartie
Le vieux casino démoli, c’est fini
Pépère t’aurais pas comme une vieille nostalgie
De guili guili Bugatti
Des oh! la la la des soirées de gala Riviera
Y’a de la rumba dans l’air
Le smoking de travers
Je te suis pas dans cette galère
Ta vie tu peux pas la refaire
Tu cherches des morceaux d’hier pépères
Dans des gravats d’avant guerre
Casino c’est qu’un tas de pierres
Ta vie tu peux pas la refaire
Fermés les yeux des grandes filles bleu marines
Toutes alanguies pour nuits de Chine
Sur les banquettes de molesquine des Limousines
Écoutez l’histoire entre Trouville et Dinard
D’un long baiser fini, c’est trop tard
Les mains sur le satin caresse du petit matin chagrin
Y’a de la rumba dans l’air
Le smoking de travers
Je te suis pas dans cette galère
Ta vie tu peux pas la refaire
Tu cherches des morceaux d’hier pépères
Dans des gravats d’avant guerre
Casino c’est qu’un tas de pierres
Ta vie tu peux pas la refaire
2) Allô Maman Bobo
Alain Souchon – Allo Maman Bobo

Photo Vladimir Ivanov (photodom.com)
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